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Carne “cresciuta” in laboratorio: a Trento la startup Bruno Cell

7 agosto 2020 | Scritto da La redazione

Nata dal lavoro dei due professori associati dell’Università di Trento, la startup investe nella ricerca e nei rapporti con il territorio

La carne del futuro potrebbe arrivare da Trento. Nasce infatti dall’ateneo trentino la startup Bruno Cell, tra le poche imprese al mondo ad occuparsi del tema della carne “cresciuta in laboratorio”. Nata dal lavoro dei due professori associati dell’Università di Trento Stefano Biressi e Luciano Conti, in cui ha voluto credere e investire un illuminato imprenditore romano nel campo delle carni tradizionali, rappresenta l’unica realtà italiana e una delle uniche al mondo a occuparsi di questa nuova frontiera agroalimentare.
Le prospettive di business e sviluppo si stanno alimentando sempre più proprio grazie alle sinergie con l’ecosistema della ricerca e dell’innovazione trentina. Accompagnata da HIT – Hub Innovazione Trentino, la startup sta per investire 100 mila euro nel finanziamento di un dottorato in innovazione industriale con l’Università di Trento, sostenendo la collaborazione con una figura professionale altamente specializzata che svolgerà ricerca d’avanguardia presso i laboratori del Dipartimento di Biologia Cellulare, Computazionale e Integrata, CIBIO. Ma non finisce qui: Bruno Cell sta avviando un rapporto di collaborazione con Trentino Sviluppo e la Provincia autonoma di Trento per ottenere un supporto e investimento in ricerca, vagliando altresì la possibilità di insediarsi presso Trentino Sviluppo.

 

La ricerca di Bruno Cell rientra nell’ambito dello sviluppo della linea cellulare, puntando a sviluppare una tecnologia di ingegneria genetica che consenta alle cellule staminali di estendere il proprio potenziale differenziandosi senza sostanze chimiche, allo scopo di produrre appunto carne coltivata in laboratorio. Bruno Cell si propone di far differenziare le cellule staminali non solo nei muscoli, ma anche nelle cellule adipose, ottenendo un mix che può essere paragonato alla carne naturalmente grassa

Al momento l’obiettivo, di Bruno Cell e dell’intero settore, è trovare il sistema per produrre carne coltivata impiegando fattori di crescita non troppo costosi, individuando le molecole utili per implementare il metabolismo delle cellule muscolari ideali per accelerarne la crescita. La carne coltivata di fatto non è ancora sul mercato e le ricerche sul tema sono ancora lontane da una prospettiva di trasferimento tecnologico che possa dare il via a una produzione e commercializzazione di massa. “La carne coltivata al momento non è commercializzata, siamo ancora a un primo stadio di sviluppo della ricerca – racconta il prof. Stefano Biressi, professore associato al Dipartimento CIBIO dell’Università di Trento – l’ostacolo principale è l’alto costo degli ingredienti necessari alla proliferazione cellulare. Il nostro obiettivo è selezionare la linea cellulare ideale, che riduca al minimo il fabbisogno di tali ingredienti potendo raggiungere un costo che ne permetta la produzione su larga scala”.

 

La questione ambientale. La scienza offre un’alternativa ecologica e rispettosa dei diritti degli animali alla carne ottenuta tramite l’allevamento convenzionale, che sembra riportare enormi vantaggi per l’ecosistema, ma che rappresenta una frontiera interessante da esplorare anche in termini di business. “Far crescere la carne in un ambiente controllato – prosegue il prof. Luciano Conti – significa produrla abbattendo l’uso di antibiotici e farmaci, portando potenzialmente dunque a significativi miglioramenti riguardo al tema sempre più urgente dell’impatto dell’alimentazione sulla salute. Si pensi inoltre a come tutto ciò consentirebbe una drastica riduzione dell’emissione di gas serra generati dagli allevamenti intensivi e dunque al contrasto al cambiamento climatico”.

 

I numeri del settore. Secondo i rapporti del Good Food Institute ci sono 55 realtà imprenditoriali e di ricerca al mondo che si occupano di questo tema, le principali hanno sede negli Stati Uniti, in Israele e in Olanda. Dal 2016 ad oggi sono noti round di investimenti complessivi per oltre 163 milioni di dollari, dei quali circa la metà chiusi nel 2019.

La redazione
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