Future Society

Il mondo del lavoro sta cambiando: come spiegarlo ai più piccoli (ma anche ai più grandi)?

25 luglio 2019 | Scritto da La redazione

Pino Mercuri, direttore delle risorse umane di Microsoft Italia, ne ha parlato nel libro “Il futuro del lavoro spiegato a mia figlia”. Lo abbiamo intervistato

Il mondo del lavoro sta cambiando ed è importante che le nuove generazioni siano consapevoli delle trasformazioni in atto, per fare le scelte giuste nel presente. Ne è convinto Pino Mercuri, direttore delle risorse umane di Microsoft Italia e padre di tre ragazzi, tra i 14 e i 6 anni: sono state proprio le loro domande e curiosità a spingerlo a scrivere “Il futuro del lavoro spiegato a mia figlia” (Licosia edizioni), libro in cui offre spunti e condivide riflessioni per affrontare le sfide del domani.

“Non credete a chi vi dice che è tutto predefinito e scontato: la possibilità di plasmare il futuro è nelle vostre mani”. Pino Mercuri

Nell’immaginario dei bambini l’ufficio dei genitori è spesso paragonabile a un posto magico e il loro lavoro è fonte di orgoglio e ispirazione. Ma come facciamo a spiegare ai nostri figli che, forse, nel 2050 un ufficio non ci sarà più? E soprattutto sono consapevoli del fatto che saranno “costretti” a studiare per tutta la vita? Fedra Fumagalli, Future Activist di Impactscool, lo ha intervistato per il nostro Magazine.

 

Per lavoro lei ha a che fare quotidianamente con professionisti e manager, con cui condivide linguaggi, conoscenze, visione delle cose…
Perché allora un libro su questi temi, spesso complessi anche per gli adulti, dedicato ai bambini?

È una cosa che è capitata in modo abbastanza casuale: un giorno Ilaria, mia figlia, è venuta da me in ufficio e ha iniziato a farmi una serie infinita di domande. Aveva tantissime curiosità e da lì sono nati molti spunti, che poi ho portato avanti con lei e i suoi fratelli nel corso del tempo e da cui è nato il libro.
In effetti sarebbe stato più semplice rivolgersi a persone con qualche anno in più e soprattutto una maggiore esperienza e conoscenza dei temi in questione. A volte, però, la diversità genera ricchezza e confrontarsi con i propri figli, nel mio caso Gabriele di 14, Ilaria di 11 e Michele di 6 anni, ti dà modo di vedere le cose da una prospettiva diversa e valorizzare percorsi, idee e situazione che non avresti considerato magari e porta anche a modificare le proprie idee iniziali. 

 

Da genitore che ha colto e raccolto nel libro i segnali del futuro, quali indicazioni darebbe ai genitori che si chiedono come porsi per aiutare i figli ad essere future-proof nel mondo del lavoro?

Innanzitutto far comprendere loro l’importanza dell’apprendimento continuo. Mi è capitato di fare presentazioni nelle scuole, raccontando i contenuti del libro, e quello che dico sempre ai ragazzi è che hanno di fronte un futuro che è sicuramente splendido e che sta a loro cercare di trarne il meglio. È importante che siano consapevoli che la possibilità di plasmare il futuro è nelle loro mani: non bisogna credere a chi dice che è tutto predefinito e scontato.
Da un lato i ragazzi hanno quindi grandissime opportunità, dall’altra, però, per cogliere queste opportunità dovranno continuare ad imparare e aggiornarsi: in questo periodo storico l’obsolescenza delle competenze si misura addirittura in mesi! Curiosità e costante voglia di mettersi in discussione saranno elementi fondamentali per avere successo nella loro professione.

 

Oltre ai genitori è il mondo della scuola ad avere un ruolo fondamentale nel preparare i giovani alle sfide del loro domani. Secondo lei, dovrebbe cambiare il sistema educativo e formativo in generale, e se sì come, per preparare le persone al futuro del lavoro?  

Credo che il nostro sistema educativo formi degli ottimi studenti. Questo l’ho visto spesso nel mio lavoro, quando mi sono trovato a selezionare neolaureati provenienti da Paesi diversi: i ragazzi italiani si classificano sempre molto bene nelle varie prove e questo è figlio del nostro sistema scolastico. Ma ci sono anche alcune cose che non funzionano o potrebbero funzionare meglio.
Per esempio, si dà ancora troppo spazio alla conoscenza, all’informazione in senso stretto, che è sempre più facilmente disponibile e “raggiungibile” nella nostra epoca e quindi è meno utile. Poca importanza, invece, è data al confronto, alla partecipazione, all’ideazione, al lavoro di gruppo. Ci sono esempi positivi, di realtà che stanno andando in questa direzione, ma per ora sono dei casi isolati. Quindi, pur ribadendo che il nostro sistema scolastico è mediamente un buon sistema, è importante sottolineare che c’è una grande differenza tra le diverse scuole: questo aspetto merita una particolare attenzione perché significa che la possibilità di accedere o meno a una scuola avrà un impatto sul futuro dei ragazzi, creando od accentuando le iniquità sociali. 

 

Abbiamo accennato alla formazione continua, al Long Life Learning: come lo immagina? Su chi deve ricadere la responsabilità di questi percorsi?

Sono convinto che la responsabilità della formazione continua debba partire dall’individuo: le persone devono costantemente chiedersi se stanno apprendendo il giusto e il necessario. Ma non può ricadere tutto sui singoli: scuole, organizzazioni, Stato, tutti sono corresponsabili e devono fare la loro parte. Le organizzazioni, per esempio, devo costruire innanzitutto una cultura dell’apprendimento continuo: è una responsabilità sociale nei confronti dei loro dipendente, a cui devono offrire gli strumenti perché il long life learning avvenga veramente e in modo efficace. La responsabilità dello Stato, invece, è quella di fare continuamente fine tuning, intervenire nel mondo della scuola per mantenere o costruire l’eccellenza del sistema formativo: anche in questo caso è necessario investire ma sono convinto che puntare sull’educazione sia il migliore investimento per il successo del Sistema Paese.  

 

In Impactscool lavoriamo con metodologie di Future Thinking e distinguiamo tra futuri possibili, probabili e desiderati. Il futuro del lavoro che racconta nel libro che tipo di futuro è?

Dipende dai singoli casi. Ma in generale credo che sia possibile pensare a un futuro positivo: molto spesso la narrativa è negativa sul futuro del lavoro. Io però porto una prospettiva diversa di cui sono molto convinto: tutte le rivoluzioni industriali precedenti ci hanno insegnato che questi cambiamenti sono sempre stati “a saldo positivo” e la trasformazione digitale non farà eccezione. Sicuramente dei lavori spariranno, ma quelli che verranno creati saranno in numero maggiore e a maggior valore aggiunto, più interessanti, meno noiosi, più sicuri. Questo non è il futuro: sta già accadendo. Faccio un esempio concreto rispetto a questi nuovi lavori: una delle ultime richieste di selezione è per un allenatore di intelligenza artificiale che avrà il compito di rendere capace l’IA di essere più empatica nella relazione con l’uomo.

 

Quali rischi dobbiamo scongiurare affinché si possa realizzare veramente “il migliore dei futuri possibili”?

Un tema l’abbiamo già toccato ed è quello dell’apprendimento continuo: questo è il punto fondamentale.
La seconda riflessione è legata alla precedente: l’approccio deve essere umile e allo stesso tempo curioso. Nel momento in cui non si hanno tutte le risposte queste vanno cercate e create: andare alla ricerca della conoscenza, senza avere la presunzione di sapere tutto, è sicuramente importante per costruire il migliore dei futuri possibili.

 

La curiosità è alla base di questo processo, così come la curiosità di sua figlia è alla base del libro. In “Benvenuti nel 2050”, Cristina Pozzi immagina che in futuro che ogni persona avrà un rating di curiosità, in grado di misurare la capacità di apprendere continuamente. A partire da quali elementi deve essere costruito questo rating?

Mi immagino tre elementi: il primo è il numero delle domande che una persona fa e pensando ai miei figli questo sicuramente è un aspetto che contraddistingue molto la curiosità dei più giovani. Il secondo è la resilienza con cui vengono fatte queste domande: se una risposta non soddisfa a pieno è giusto riproporla, in momenti e situazioni diverse, perché questo segnala una voglia di sapere e conoscere non solo a un livello superficiale. La terza è un elemento un po’ più sofisticato, ovvero la sincera curiosità di una domanda: saper porre la domanda in modo autentico e genuino, non per mettere in difficoltà l’interlocutore o per far vedere la propria competenza, è fondamentale per mettere a suo agio l’altra persona, avere la sua collaborazione e quindi la risposta che stavamo cercando.

 

L’ufficio dei genitori è da sempre un posto “magico” per i bambini. In futuro, però, potrebbe non esserci più: come cambierà il luogo di lavoro?

È un tema che affronto anche nel libro, partendo da un episodio successo con mio figlio: anche per i più giovani il lavoro è ancora “un posto dove si va” e non “una cosa che si fa”, dunque per loro l’idea di lavorare da casa significa che si fa qualcosa di non molto importante. Ma questa concezione andrà via via scemando ed esistono già casi di aziende che hanno centinaia di dipendenti ma nessuna sede fisica. Questo sicuramente è un estremo: io credo che sarà sempre importante avere un luogo fisico a cui fare riferimento ma sarà più un “hub” dove poter andare quando bisogna svolgere alcune attività mentre l’ufficio così come viene inteso oggi sicuramente sarà sempre meno presente.

 

A chi si trova a dover entrare ora o tra pochissimo nel mondo del lavoro, quindi non tra 10 o 15 anni come i bambini a cui ti rivolgi nel libro, cosa vuoi dire?

Direi loro di mantenere uno sguardo un po’ “strabico”. Mi spiego meglio: da un lato avere un occhio focalizzato su un orizzonte temporale più breve, per individuare conoscenze, competenze e capacità utili appunto già oggi nel mondo del lavoro. Ma con l’altro occhio guardare lontano, dedicando del tempo di qualità all’apprendimento di cose che magari non serviranno nell’immediato ma che saranno importanti nel medio e lungo periodo.

La redazione
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