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Previsioni dal passato: nuovi modi di produrre carne

26 giugno 2019 | Scritto da La redazione

Spesso e volentieri i pensatori del passato hanno lasciato ai posteri intuizioni sul nostro presente: alcune incredibilmente precise, altre del tutto sbagliate. In questo nuovo approfondimento analizzeremo alcune previsioni di futuro legate al consumo di carne, da sempre un alimento alla base della nostra dieta

Nel 1902 il fisiologo britannico Ernest Starling, studiando delle secrezioni del pancreas, si accorse che, quando del cibo entrava nel duodeno, veniva rilasciato uno stimolo attraverso il sangue che portava alle secrezioni pancreatiche. Era la scoperta degli ormoni e la nascita di una nuova branca della medicina, l’endocrinologia, che portò a una serie di speculazioni sulle sue capacità e sugli impatti che questa nuova scoperta avrebbe avuto sul mondo: gli ormoni avrebbero permesso di raggiungere nuove frontiere in ambito medico, ma, forse, anche nella produzione di carne.

 

La previsione di Churchill. Nel 1932, affascinato dalle capacità degli ormoni, un certo Winston Churchill, magari l’avete già sentito nominare, scriveva su Strand Magazine un lungo articolo su un concetto decisamente rivolto al futuro. Churchill si chiedeva esterrefatto perché dovessimo allevare un intero pollo per mangiarne poi solo il petto o le ali: immaginò un futuro in cui avremmo sviluppato, attraverso microbi e ormoni, della carne sintetica “indistinguibile” da quella reale, capace di rimpiazzare gli allevamenti.

 

Mucche monodose. Churchill non è stato il solo a immaginare modi alternativi per ricavare carne. Così come il primo ministro inglese fu ispirato dalla scoperta degli ormoni, allo stesso modo uno scrittore dello Science Digest, nel 1955, si lasciò ispirare dall’enorme diffusione che le scoperte nucleari e delle radiazioni avevano a quell’epoca. Scriveva, infatti, che entro 30 anni, nel 1985, usando le radiazioni sarebbe stato possibile creare mucche grandi quanto cani, che si sarebbero nutrite di una speciale erba particolarmente grassa e che avrebbero vissuto nei nostri giardini pronte per essere usate come fonti di cibo “monodose”.

 

La Dalla carne sintetica a quella “impossibile”. Entrambi gli autori di questele previsioni avevano intuito quanto fossero importanti gli impatti degli allevamenti animali: ad oggi, solo dal punto di vista ambientale, sono responsabili di circa il 15% delle emissioni di CO2 in atmosfera. Sono moltissime le realtà che cercano di sviluppare modi alternativi per produrre carne con approcci diversi. La carne in vitro, daquando vennero presentati al pubblico i risultati nel 2013, è una realtà affermata nel mondo della ricerca e delle startup ma che ancora fatica a trovare la sua fetta di mercato, complici la diffidenza dell’opinione pubblica e una regolamentazione ancora in discussione.

Un’altra via è quella della produzione di “carne” di origine vegetale. Per quanto si sia riusciti a creare hamburger praticamente indistinguibili – dal sapore alla consistenza, passando per la texture – da carne di origine animale, la commercializzazione di questo prodotto ha difficoltà a ingranare.

 

Una visione in parte realizzata. A differenza dell’autore dell’articolo su Science Digest, le cui mini-mucche sembrano relegate al mondo della fantasia, la visione di Churchill si è rivelata in parte corretta. La carne in vitro viene ottenuta infatti attraverso le cellule staminali e la coltivazione in vitro, non sono gli ormoni a generare direttamente le carne. L’idea però che la produzione di carne possa trovare una via alternativa agli allevamenti è fondata e in corso: la carne coltivata è una realtà che aspetta solo l’occasione giusta per funzionare ed entrare attivamente nel mercato

La redazione
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