Realtà Virtuale e Aumentata

Realtà virtuale e lutto: nuovi approcci terapeutici e rischi etici

27 marzo 2020 | Scritto da La redazione

La storia di Jang Ji-sung e il suo incontro in VR con la figlia defunta hanno fatto il giro del mondo: ne parlano su Impactscool Magazine Valentino Megale e Davide Sisto

a cura di Valentino Megale e Davide Sisto

 

Nel 2020 una madre, grazie alla tecnologia della realtà virtuale, può rivedere e passare del tempo con la propria figlia di 7 anni, deceduta pochi mesi prima. Recentemente, la storia di Jang Ji-sung e della sua esperienza in VR ha fatto il giro del mondo, rimbalzando su magazine online e post social, facendo emergere tanto stupore quanto, in molti casi, vero e proprio rifiuto dinanzi a un contesto così delicato. Il progetto, si legge, è stato realizzato dall’emittente sud coreana MBC, la quale ha dedicato otto mesi di sviluppo per replicare in VR fattezze e voce della giovane Nayeon. Una bambina reale è stata coinvolta in sessioni di motion capture come modello per i movimenti, mentre il team ha poi modellato un intero giardino dove madre e figlia passavano spesso il proprio tempo insieme. Completato il progetto, la donna ha potuto immergersi nello scenario virtuale confrontandosi con un’esperienza struggente vista, oltre che dal marito con le tre figlie, anche da milioni di altre persone grazie al documentario che ne è stato tratto.

 

 

Un progetto in grado di scoperchiare un ambito difficile anche solo da raccontare, ancor di più se associato ad una tecnologia da molti considerata solo medium di divertimento. Proprio perché altamente soggetto a fraintendimenti, vale la pena approfondire il discorso per evitare che difetti tecnici e di approccio possano offuscare tanto l’importanza di “aggiornare” o arricchire gli interventi a supporto dell’elaborazione del lutto quanto l’impiego della VR in questo campo.

 

Quali sono le basi per impiegare la realtà virtuale per supportare la gestione del lutto e quali le criticità da considerare? Le riflessioni di Valentino Megale, CEO di Softcare Studios, PhD in neurofarmacologia e impegnato nell’ambito della digital health e delle tecnologie immersive.

 Il dolore conseguente al lutto è una reazione naturale e necessaria. Ci sono tuttavia casi in cui la sua intensità e durata finiscono per impattare pesantemente sulla persona, impedendole di “ripartire”, limitando fortemente la continuità della sua vita con effetti concreti su relazioni sociali e salute. È in quel momento che la sofferenza da lutto acquista significato clinico e merita un adeguato supporto terapeutico. Numerosi sono gli approcci seguiti per aiutare la persona a riprendere il controllo del proprio vissuto, molti sottolineando la necessità di un confronto consapevole con memorie e situazioni che, quando evitate, si trasformano in un vero e proprio blocco. Per esplorare i punti dolenti e riacquistare il significato di tali memorie entra in gioco l’impiego di opportune narrative e simboli capaci di far leva sulle parti più profonde del dolente. Storytelling e percezione che, oltre alla psicoterapia, ci riportano anche alla realtà virtuale, medium di storytelling sensoriale per eccellenza.

 

La realtà virtuale per il trattamento di traumi e fobie. La VR viene da anni utilizzata in ambito clinico per il trattamento di ansia, fobie e PTSD, ossia il disturbo da stress post traumatico. Proprio quest’ultimo richiede spesso di attenzionare e riproporre memorie non processate del trauma, quali ad esempio l’aver rischiato la vita o vissuto torture nel caso dei reduci di guerra. Il vantaggio dell’uso della VR consiste nella possibilità di simulare la scena del ricordo senza dipendere dalle capacità immaginative della persona e, soprattutto, di prevenire l’evitamento cognitivo con cui molti pazienti rifuggono dai ricordi dolorosi. Analogamente, riproporre memorie della persona deceduta al parente mediante la VR permette a questi di confrontarsi con gli aspetti più traumatici del lutto, aiutandolo a superarli.

 

 

Un punto importante emerso da studi del settore (iniziati già quasi 20 anni fa) è che il ricordo in realtà virtuale va simulato puntando ai dettagli che lo legano al significato emotivo del trauma e non focalizzandosi sul realismo prettamente fisico dell’ambientazione. Il fine ultimo non è il realismo né il ricordo in sé, ma l’utilizzo corretto di simboli e narrazione per portare allo scoperto la sofferenza, secondo modalità e tempi sostenibili all’elaborazione del trauma.

 Emerge chiaramente che l’eventuale sforzo degli sviluppatori per spingere al massimo la qualità della simulazione rischia di trasformarsi in una gara di muscoli digitali che poco ha a che fare con la delicatezza e complessità necessaria a esplorare (e curare) la mente del paziente.

Inoltre, anche nel caso di una necessaria simulazione realistica, a causa dei limiti delle attuali tecnologie, continua ad esistere una discrepanza qualitativa (anche comportamentale) tra simulazione e controparte reale, una differenza che a causa del dolore vissuto può essere inglobata acriticamente nel ricordo della persona deceduta, falsandone la memoria. Possiamo banalizzare questo dettaglio? Lasciare che il ricordo della nostra individualità dipenda in parte alla licenza poetica di un modellatore o programmatore, è un aspetto privo di significato?

 

L’importanza di considerare privacy e intimità. Non dimentichiamoci, inoltre, della privacy. Indipendentemente se qualcuno raccolga dati o meno su di noi, le tecnologie digitali coinvolgono il nostro universo emotivo, cognitivo, sociale. Una semplice app può far leva sulle nostre debolezze e fragilità, esplorare spazi personali che andrebbero sondati in maniera proattiva, non fruendo passivamente del contenuto. Questo vale ancora di più per la VR, medium cognitivo in grado più di altri di confrontarci con il nostro sé interiore passando attraverso la (poco controllabile) porta della percezione sensoriale. In tale ottica, un contenuto VR per il processamento di un lutto andrebbe progettato tenendo conto della disponibilità e consapevolezza della persona ad aprirsi a questa esplorazione. È una questione di modulazione fine dell’esperienza, da progettare in maniera iterativa con terapeuta e paziente, facendo della personalizzazione (clinicamente significativa per il paziente) il suo punto di forza.

 

La qualità della comunicazione non può essere opzionale. Un ultimo aspetto che vale la pena sottolineare, molto in linea (purtroppo) con il momento storico che stiamo vivendo: la qualità della comunicazione. Il motivo per cui molti hanno percepito l’esperienza vissuta da Jang Ji-sung come un pugno allo stomaco è dovuto anche ad una narrazione talvolta sensazionalistica, raramente in grado di spingersi oltre la cronaca dell’ennesima applicazione “freak” della realtà virtuale. Vista la delicatezza del tema e considerando che la soluzione VR potrebbe rappresentare un’opportunità seria per molte persone, sminuirne la portata banalizzando le sue potenzialità rischia di impattare negativamente anche sulle tante realtà che si impegnano con rigore e professionalità ad esplorare questa frontiera terapeutica e tecnologica. Un danno tanto a pazienti quanto a specialisti, in cambio di click e commenti raramente costruttivi.

 

Quali sono le conseguenze filosofiche, psicologiche e culturali dell’uso della realtà virtuale per supportare la gestione del lutto? Le riflessioni di Davide Sisto, filosofo e tanatologo esperto di Digital Death, su cui ha pubblicato due libri: La morte si fa social. Immortalità, memoria e lutto nell’epoca della cultura digitale (2018) e Ricordati di me. La rivoluzione digitale tra memoria e oblio (2020), entrambi per Bollati Boringhieri.

Questa esperienza, per quanto concerne l’elaborazione del lutto in relazione al settore interdisciplinare della Digital Death, presenta sia aspetti negativi sia aspetti positivi. Tutto dipende dalla limpida consapevolezza che ha il singolo individuo, in questo caso la madre della bambina morta, rispetto a ciò che sta effettivamente facendo. Se, a causa di un lutto non del tutto elaborato, la madre scambia la rappresentazione virtuale della figlia per una presenza autentica, il rischio maggiore è la dipendenza psichica ed emotiva. I riti funebri, stabilendo chiaramente il luogo in cui saranno custodite per sempre le spoglie del defunto, hanno la funzione di separare il tempo passato, quindi trascorso insieme al morto, dal tempo che comincia a partire dall’evento della morte, un tempo che ovviamente non conta più sulla presenza di colui che è deceduto. La rottura salubre prodotta dal rito funebre tiene insieme i due contemporanei movimenti dello sguardo del dolente: il movimento a ritroso verso il mondo totalmente concluso, di modo da prendere coscienza della fine avvenuta, e il movimento in avanti verso il nuovo mondo che sta nascendo, in vista della riconfigurazione della propria identità a partire dall’assenza.

 

 

L’innovazione digitale non deve creare nuove forme di dipendenza. L’esperimento in oggetto può mettere in discussione la rottura prodotta dal rito funebre, se colui che vi si sottopone cerca a tutti i costi di ricostruire un rapporto che la morte rende ora impossibile. In tal caso, il movimento a ritroso prende il sopravvento e fa sì che il passato obnubili il presente, rinchiudendo il dolente in uno stato di nostalgia patologica che cerca di mantenere vivo colui che non lo può più essere.

Questo tipo di criticità è tipica di qualsivoglia situazione interna alla Digital Death, dal momento che la registrazione del dato nella dimensione online comporta una sovrapposizione eterna del passato sul presente la quale, emancipando il passato dal controllo del presente, mette in difficoltà il singolo individuo. Questo, infatti, baratta il piano della ricostruzione fantasiosa, tipico della dialettica tra memoria e oblio, con quello della rappresentazione oggettiva, il quale mantiene in vita tutto ciò che è terminato, confondendo i flussi di dati con gli archivi.

Tuttavia, se chi usufruisce dell’esperimento ha chiara e razionale consapevolezza di avere dinanzi a sé la rappresentazione “virtuale” del morto, allora gli aspetti positivi prevalgono su quelli negativi. Innanzitutto, l’immersione nella può essere intesa come una pausa benefica dalla nuova realtà costruita a partire dall’assenza. Il dolente, cioè, può semplicemente utilizzare l’innovazione tecnologica per ravvivare la propria memoria del defunto, di modo che la sua immagine non scompaia nell’oblio.

 

Una nuova dimensione del ricordo. Dagli albori dei tempi gli esseri umani cercano di utilizzare ogni innovazione tecnologica per mantenere con sé l’immagine del morto, il quale è – per definizione – l’incarnazione della presenza di un assente (cfr. gli studi di Thomas Macho). La tecnologia, nel caso di cui ci stiamo occupando, modernizza soltanto atteggiamenti ampiamente diffusi nel corso dei secoli. In secondo luogo, allo stesso modo di altre innovazioni tecnologiche come l’uso degli ologrammi e gli spettri digitali nei social media (cfr. Luka, Eter9, Eterni.me, ecc.), la rappresentazione della figlia deceduta all’interno di un contesto inventato serve per rendere più proficua la dimensione del ricordo. La madre, invecchiando, potrà non dimenticare le movenze, lo sguardo, il sorriso della propria figlia e potrà farla “conoscere” a quei parenti e a quelle persone che non hanno avuto modo di incontrarla quando era viva (a proposito, mi viene in mente l’ottimo film Marjorie Prime, purtroppo non arrivato nelle sale cinematografiche italiane, il quale evidenzia bene l’uso benefico degli ologrammi per coloro che soffrono la perdita o hanno l’Alzheimer).

 

 

In definitiva, dal punto di vista della Digital Death, ciò che più conta è la consapevolezza e la razionalità di coloro che usufruiscono di simili innovazioni tecnologiche, motivo per cui il loro utilizzo dovrebbe essere supportato dagli psicologi e da coloro che possono consigliare o sconsigliare l’esperienza a chi ha sofferto la perdita.

La redazione
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