Scienza e Medicina

L’Università di Bologna in prima fila per la lotta al Coronavirus

10 febbraio 2020 | Scritto da La redazione

L’ateneo del capoluogo emiliano ha svolto la più grande metanalisi di tutti i genomi sequenziati

Il Coronavirus continua a destare preoccupazione per il mondo con il numero di infetti che, ad oggi 10 febbraio, ha superato le 40mila unità e il numero di vittime causate dalla SARS, con oltre 900 decessi confermati. Studiare questo agente patogeno alla ricerca di una cura è una corsa contro il tempo, a prescindere dal fatto che l’epidemia possa peggiorare o meno. In questo senso un grande aiuto arriva dall’Italia dove nell’Università di Bologna si è concluso uno studio molto importante per comprendere meglio il Coronavirus.

Meta analisi fondamentali. Lo studio svolto dall’ateneo emiliano è una meta analisi, ovvero uno studio ottenuto incrociando diversi dati ottenuti da altri, che ha fatto un confronto fra tutti i genomi della malattia sequenziati finora. Il DNA del virus, tecnicamente noto come 2019-nCoV, è stato infatti sequenziato 56 volte in diversi laboratori sparsi per il mondo, Italia compresa, sia per avere ulteriori conferme sulla sua natura, sia per accertarsi che nella trasmissione il virus non sia mutato.


Pipistrelli infetti.
L’analisi confermerebbe che l’animale da cui il virus ha fatto il salto verso l’uomo sarebbe stato un Rhinolophus affinis, un pipistrello asiatico di medie dimensioni. Il genoma del nuovo coronavirus umano condivide almeno il 96,2% di identità con il suo probabile progenitore nel pipistrello. I ricercatori hanno inoltre scoperto che tutti i coronavirus umani sequenziati fino ad oggi sono molto simili fra di loro, anche se provenienti da regioni diverse della Cina e del mondo: tutti i genomi ottenuti dai pazienti infettati dall’inizio dell’epidemia condividono un’identità di sequenza superiore al 99%.

“Il virus è poco eterogeneo e mutabile: un dato ottimistico – ha spiegato Federico M. Giorgi, ricercatore di bioinformatica al Dipartimento di Farmacia e Biotecnologie dell’Università di Bologna a capo della ricerca – Il fatto che la popolazione virale sia uniforme ci dice che un’eventuale terapia farmacologica dovrebbe funzionare su tutti”.

Lo studio ha però anche identificato per la prima volta un singolo punto di elevata variabilità nelle proteine del virus. Una parte del DNA del patogeno, quindi, potrebbe dare origine a nuove mutazioni, per ora però non rilevate.

La redazione
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