Cambiamento climatico e ambiente

Cambiamenti climatici: il tempo è scaduto

9 agosto 2019 | Scritto da Alberto Laratro

Dallo scioglimento dei ghiacci in Groenlandia agli incendi in Siberia, le emissioni umane di gas serra hanno messo in moto una serie di processi che si autoalimentano con conseguenze gravi per tutta l’umanità. Cerchiamo di capire cosa sono questi processi e, attraverso l’ultimo report dell’IPCC, cosa aspettarci nei prossimi anni e cosa possiamo fare per mitigare i danni.

4,3 milioni di ettari sono in fiamme, una stima che aumenta mentre leggete questo articolo. Si tratta del terribile incendio che sta devastando la Siberia in questi giorni, un’area di foresta grande quanto la Danimarca andata in fumo per sempre. Ed è proprio questa una delle conseguenze più gravi, il fumo. L’incendio sta rilasciando nell’atmosfera tanta CO2 quanta ne produce l’intero Belgio in un anno. Un ulteriore duro colpo alla già critica situazione climatica del nostro pianeta le cui conseguenze, secondo un report appena pubblicato dell’IPCC, l’Intergovernmental Panel on Climate Change, saranno molto gravi e, soprattutto, imminenti.

 

Siberia in fiamme. Gli incedi che stanno devastando la Siberia vanno avanti da settimane ormai. Il caldo intenso degli scorsi mesi ha permesso agli incendi, probabilmente innescati da fulmini (anche se voci di corridoio ancora da confermare parlano di roghi appiccati dolosamente), di diffondersi in maniera incontrollata a causa della maggiore quantità di piante secche e complice anche la lentissima risposta delle autorità russe, rallentate dal territorio remoto e difficilmente raggiungibile. Quest’incendio, composto da tantissimi roghi minori, sta rilasciando nell’atmosfera un’enorme quantità di CO2: si stima ne siamo state emesse oltre 160 milioni di tonnellate, praticamente quanta ne immette in atmosfera il Belgio in un anno. Oltre alla CO2 sono state disperse nell’aria anche una gigantesca quantità di polveri sottili, una nube grigia visibile da satellite, derivate dalla combustione del legno, il cosiddetto black carbon, una cenere scura che, trasportata dai venti, arriva più a nord nelle zone ricoperte da ghiacci dove depositandosi da via a processi di retroazione o feedback che peggioreranno la situazione.

 

I processi di feedback. Il clima del nostro pianeta, almeno quello a cui siamo abituati, è in un equilibrio delicato e temporaneo ma negli ultimi decenni, a causa dell’enorme quantità di gas serra che l’umanità ha rilasciato in atmosfera dall’inizio dell’età industriale, questo equilibro è a rischio. I processi che in parte gestiscono questo equilibrio sono molto suscettibili anche alle più piccole variazioni, innescando meccanismi chiamati di retroazione o feedback che, come in un circolo vizioso, si autoalimentano fino ad andare fuori controllo. L’intero ecosistema terrestre è influenzato da questi processi e alcuni di questi interessano in particolar modo il clima, con effetti e conseguenze complessi e alle volte anche controintuitivi.

 

Il feedback del ghiaccio. Il ghiaccio gioca un ruolo importantissimo nella gestione dell’equilibrio del clima del nostro pianeta: a differenza della sua forma liquida che assorbe facilmente il calore del Sole, il ghiaccio in quanto bianco riflette moltissima luce e quindi calore proveniente dalla nostra stella. L’innalzamento delle temperature diminuisce la quantità di ghiaccio superficiale (basti pensare ad esempio alla situazione in Groenlandia dove il caldo intenso sta dissolvendo enormi quantità di ghiaccio). Meno ghiaccio significa più terreno o acqua esposti e quindi un maggiore assorbimento di calore, il che significa a sua volta un aumento della temperatura e quindi torniamo al punto di partenza di questo ciclo e il ghiaccio diminuisce sempre più.

Questo processo non si esaurisce su sé stesso, come abbiamo accennato prima, le conseguenze sono complesse e interagiscono con altri processi di feedback. Ad esempio, una maggiore quantità di ghiaccio sciolto significa una minor salinità degli oceani che influisce fortemente sugli ecosistemi marini. Inoltre, lo scioglimento dei ghiacci continentali, porta ad un innalzamento del livello del mare, con rischi per le città costiere di tutto il mondo.

Ancora, il riscaldamento degli oceani fornisce un altro esempio di meccanismo di che si auto alimenta. Gli oceani sono un’importante riserva di CO2 in quanto la dissolvono nelle acque di superficie. Tuttavia, la capacità di trattenimento di CO2 nell’acqua dipende dalla temperatura dell’acqua stessa: più l’acqua è fredda, più CO2 riesce a immagazzinare. Se la temperatura superficiale degli oceani aumenta, aumenta anche la quantità di CO2 rilasciata nell’atmosfera; questo a sua volta amplifica l’effetto serra riflettendosi in un ulteriore aumento di temperatura.

 

Il feedback delle foreste. Tornando ai distruttivi incendi siberiani, le conseguenze di quello che pare essere il più massiccio incendio degli ultimi 10mila anni andranno a influenzare moltissimi altri processi di feedback. Ad esempio, le ceneri scure dovute alla combustione del legno andranno a depositarsi sui ghiacci più a nord, nella tundra siberiana, rendendo più scuro. In questo modo il ghiaccio assorbirà più luce e quindi si riscalderà, sciogliendosi. Verrà quindi messo alla luce il terreno sottostante che ha una maggiore capacità di assorbire il calore, accelerando gli effetti del processo.

Sembra quasi un gioco di scatole cinesi: quando se ne apre una dentro ne appare un’altra, e così all’infinito. Un altro problema è che gli alberi bruciati non saranno più in grado di assorbire la CO2 presente in atmosfera . Tra l’altro i cambiamenti climatici in atto finiscono con il causare una maggiore quantità e intensità di eventi estremi, quindi una maggiore probabilità, in caso di tempeste di fulmini e di forte vento, che vengano appiccati altri incendi.

 

Il metano. La CO2 viene vista come il nemico numero uno quando si parla di inquinamento atmosferico e di effetto serra, ma i gas che lo causano in realtà sono molti. Anche il metano però è protagonista di questo disastro. La torba che ricopre il terreno di queste foreste, infatti, bruciando rilascia nell’atmosfera un’enorme quantità di metano, così come altro ne viene rilasciato dal permafrost, il terreno perennemente (in teoria) congelato: sciogliendosi tutto il materiale organico bloccato al suo interno emette ingenti quantità di questo gas che vanno ad aggiungersi a quelle rilasciate da altri processi.

I processi di feedback sono innumerevoli e legati fra loro, una volta che l’equilibrio è rotto, riuscire a tornare indietro è difficile, se non impossibile. I cambiamenti climatici non sono un qualcosa a venire, li stiamo vivendo in questo momento, non si possono più prevenire, ciò che si può fare e cercare di non farli peggiorare e, soprattutto, prepararsi ad affrontarne le conseguenze. In questo può essere d’aiuto il report dell’IPCC pubblicato l’8 agosto.

 

Le conseguenze dei cambiamenti climatici secondo l’IPCC. Il nuovo report pone l’enfasi sull’uso del terreno in particolare di quello coltivabile. L’agricoltura, assieme alla silvicoltura e ad altri usi che facciamo del terreno sono responsabili del 23% delle emissioni di gas serra. Mettere in pratica migliori processi produttivi sarà essenziale per rimanere entro l’aumento di 2° della temperatura globale, limite che ci permetterebbe di mitigare gli impatti della crisi climatica e di riuscire a gestire con relativamente danni contenuti i cambiamenti in atto. In questo senso sono due i punti importanti: la degradazione del terreno e lo spreco di cibo.

Ad oggi un terzo del cibo che produciamo viene gettato, questo significa che un terzo delle emissioni di gas serra derivanti dalla produzione di cibo è riducibile con una maggior efficienza produttiva e di consumo. Riuscire a trovare pratiche e metodi di gestione, distribuzione e accesso al cibo che siano più efficaci sarà essenziale non solo per combattere la crisi climatica ma anche per contribuire a sconfiggere la fame nel mondo.

Il terreno in cui coltiviamo il nostro cibo, però, va trattato con la stessa cura: la degradazione del terreno è uno di quei cicli di feedback negativi che, se interrotto, potrebbe contrastare il riscaldamento globale. Il terreno degradato, infatti, produce meno cibo, quindi per produrne di più siamo costretti ad utilizzare più terreno, erodendo le foreste, come sta accadendo in Brasile dove la deforestazione dell’Amazzonia, sotto il governo di Bolsonaro, ha accelerato. Meno foreste significa meno assorbimento di CO2. Inoltre, i terreni degradati sono più proni a subire processi di desertificazione. A oggi si stima che 500 milioni di persone vivano in aree in desertificazione, un rischio che colpisce anche il nostro paese. Le zone desertificate sono più soggette a eventi estremi, come siccità, ondate di caldo e tempeste di sabbia.

Questi processi porteranno nei prossimi decenni a un aumento delle migrazioni interne e verso l’estero. In particolare, si stima che almeno 140 mln di persone dovranno lasciare le proprie terre. I Paesi più colpiti si trovano in Africa, Asia, America Latina e Caraibi. Gli eventi atmosferici estremi infatti potranno portare alla rottura della catena alimentare, minacciando il tenore di vita di queste aree, aumentando il rischio di conflitti. L’equilibrio geopolitico globale è fortemente influenzato dai cambiamenti climatici, affrontandoli possiamo prevenire conseguenze disastrose non solo ambientali, ma anche sociali, politiche ed economiche.

Secondo alcune stime, che accelerano sempre più al ribasso, ci sono rimasti 11 anni per mettere una toppa e tentare di evitare il disastro per l’intera umanità. È arrivato il momento di agire. Mettere in atto pratiche che riducano gli sprechi, alimentari e energetici è il primo passo, quello successivo è di chiedere a governi e grandi aziende di agire, prima che sia troppo tardi.

Si dice spesso che i cambiamenti climatici pongono un grave rischio per il nostro pianeta. Ma la realtà è un’altra. Il nostro pianeta se la passa benissimo, è sopravvissuto a cinque estinzioni di massa, impatti meteorici ed ere glaciali. Il nostro pianeta non corre alcun rischio. Siamo noi umani e la nostra civiltà ad essere sull’orlo di un baratro.

Alberto Laratro
Alberto Laratro

Laureato in Scienze della Comunicazione e con un Master in Comunicazione della Scienza preso presso la SISSA di Trieste ha capito che nella sua vita scienza e comunicazione sono due punti fermi.

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