Editoriali

Antropocene: come l’uomo cambia il pianeta

4 luglio 2018 | Scritto da Cristina Pozzi

La nostra era è il trionfo dell’homo sapiens che ha incrementato sempre di più il suo impatto sulla natura e sul pianeta. Da qualche tempo, per esprimere un’era caratterizzata da questo dominio umano sulla natura si è diffuso il termine Antropocene. Ma cosa significa?

È l’8 giugno del 1783. D’improvviso il Laki, vulcano Islandese tuttora attivo, inizia a eruttare e l’esplosione è talmente potente da aprire ben 130 crateri. Continuerà senza sosta per i successivi 8 mesi. Gli effetti di questo evento naturale sono percepiti in tutta l’Europa e si spingono anche verso la Cina. In particolare, negli anni successivi al 1783 si verificano vere e proprie stragi di bestiame a causa degli avvelenamenti dovuti alla contaminazione del suolo, migliaia di morti anche tra le persone e anomalie meteorologiche.

Per immaginare la potenza di questo evento improvviso possiamo considerare che la quantità di diossido di zolfo emessa durante l’eruzione è 3 volte superiore a quella emessa dall’industria europea nell’anno 2006.

La Francia non è esclusa dagli effetti devastanti dell’eruzione. Qui si verificano anomalie meteorologiche dovute a cambiamenti climatici: dapprima un’enorme sovrapproduzione, disastrosa per l’economia perché causa la caduta dei prezzi e il conseguente impoverimento dei contadini; poi siccità, inverni rigidi ed estati pessime, fino ad arrivare al 1788, quando una violenta grandinata distrugge i raccolti.

Un anno dopo, nell’estate del 1789 il popolo è stremato da 6 anni di stenti. La storia della Rivoluzione Francese la conosciamo tutti.

Non si tratta di un caso isolato: la caduta del governo di Haiti conta tra le sue cause la crisi alimentare dettata da cambiamenti climatici, così come la Rivoluzione Araba del 2011 è fortemente legata agli effetti di un periodo di siccità.

Sono solo alcuni esempi del fatto che i grandi mutamenti che riguardano l’umanità sono causati da cambiamenti ambientali che hanno la capacità, in particolare, di spostare le risorse vitali e di modificare le condizioni di vivibilità di un territorio.

Il rapporto tra il pianeta e l’uomo non è un rapporto a una via: non solo l’ambiente influenza la storia dell’umanità, ma anche l’uomo influenza il clima con le sue attività. Questo processo ha subito un’accelerazione a partire dalla rivoluzione industriale ma è frutto, in particolare, della nuova concezione illuministica di scienza e tecnologia come mezzi per dominare e influenzare le forze della natura.

Ora che conosciamo gli effetti devastanti dell’eruzione del Laki, possiamo anche ribaltare il punto di vista e riformulare la nostra precedente affermazione come segue: solo nel 2006 l’industria europea ha riversato nell’atmosfera un terzo della quantità di diossido di carbonio rispetto a quella rilasciata dal vulcano Laki nel 1783. Questo significa che nel 2006 abbiamo influenzato il clima almeno per un terzo rispetto a quell’evento per noi allora incontrollabile, con effetti che probabilmente, anche in questo caso non si esauriscono nei primi dodici mesi ma perdurano negli anni successivi.

Ecco cosa si intende quando si parla di una nuova era caratterizzata dalla nostra capacità di influenzare fortemente il clima del pianeta. La definizione Antropocene nasce, nella forma attuale, nel 2000. Già nel 1873, però, possiamo trovare le prime osservazioni da parte del geologo Antonio Stoppani, il quale pur senza un termine per definirla, punta l’attenzione su una nuova forza in grado di influenzare il pianeta: l’uomo.

Per farci un’idea più chiara, vediamo cosa accade rilasciando il diossido di carbonio di cui abbiamo parlato nell’atmosfera. Il clima è controllato in larga parte dalla quantità di energia solare che riesce a raggiungere la superficie Terra e rimanere vicino. I gas come il diossido di carbonio aumentano la capacità di trattenere il calore e fanno di conseguenza aumentare le temperature.

Se osserviamo i trend naturali dell’attività solare gli scienziati ci dicono che non dovremmo aspettarci grandi cambiamenti nei prossimi millenni, ma se osserviamo l’andamento legato alla nostra attività sul pianeta ci accorgiamo ben presto che i fattori più critici che influenzano il clima dipendono tutti da noi e dalla nostra attività.

Rispetto all’Olocene, precedente era geologica durata undicimila e settecento anni, l’impatto degli uomini sulla Terra è aumentato a dismisura, tanto da portare il pianeta verso un nuovo periodo geologico.

Per farci un’idea, dati del 2017 dicono che oggi sfruttiamo già il 50% della terra disponibile per produrre cibo, costruire città, strade e miniere, utilizziamo il quaranta per cento della produzione netta del pianeta, e controlliamo 3/4 delle risorse d’acqua dolce. Inoltre, l’uomo è l’animale di grandi dimensioni più diffuso sul pianeta e, con le sue attività, minaccia d’estinzione circa 1/5 delle specie esistenti.

Guardando verso i prossimi decenni, è chiaro dunque che dipende solo da noi il modo in cui cambierà il clima.

In particolare, se prendiamo come riferimento il 2050 e lo confrontiamo con il 1950, ci possiamo aspettare i seguenti cambiamenti: la temperatura in superficie aumenterà di 2 gradi celsius rispetto al 1950 (nelle grandi città si parla di 4 o 5 gradi) e il livello globale del mare crescerà di 30 centimetri.

Inoltre, scioglimento delle riserve di ghiaccio, siccità e inondazioni, eventi climatici estremi e più difficili da prevedere e aumento del livello del mare riguardano tutti la risorsa più preziosa del nostro pianeta: l’acqua.

L’effetto dei cambiamenti climatici sull’acqua è centrale, soprattutto se sovrapposto ad altre problematiche del 2050 che la riguardano da vicino, come l’aumento demografico e la globalizzazione, che causeranno/potrebbero causare l’aumento di domanda idrica e provocare lo sfruttamento intensivo e l’inquinamento delle falde acquifere.

E così, nel 2050, aumenteranno drammaticamente i flussi migratori (+140 milioni di persone), che saranno causati non solo dalla ricerca di una miglior istruzione, di lavoro, e dalla fuga da situazioni politiche e sociali difficili, ma anche da inondazioni, siccità, piogge, monsoni e altri disastri naturali che provocheranno una crisi che coinvolge molti settori, in particolare l’agricoltura.

I Paesi nordici potranno, d’altro canto, sfruttare un clima più favorevole a determinate coltivazioni. Questo porterà a una modifica degli equilibri del commercio globale. In aggiunta, d’estate, il Mare Artico sarà sempre più libero dal ghiaccio, tanto da permettere lo sfruttamento di nuove rotte commerciali: la via più breve per collegare Asia e Occidente passa proprio da lì.

E gli effetti dei cambiamenti nell’Artico non si fermano all’economia, ma alimentano ancora di più il cambiamento climatico dell’intero pianeta.

Ma cosa possiamo fare?
Innanzitutto, aumentare la prevenzione per invertire, ove possibile, il trend.

Come tutti gli ecosistemi la Terra funziona per input e output. L’input è l’energia in ingresso che ne attiva i processi, l’output sono gli scarti, i rifiuti in uscita che ne risultano. Un ecosistema è sostenibile quanto più riesce ad attivare i suoi processi, smaltendo i rifiuti in modo efficiente in un gioco a somma zero, riciclandoli in modo che producano a loro volta energia. Le diverse iniziative che mettono al bando la plastica o le auto a benzina vanno in questa direzione. Sosteniamole e ricordiamoci che abbiamo una grande responsabilità verso il destino pianeta e della sua vita (che non riguarda solo noi umani ma anche animali e piante).

Cristina Pozzi
Cristina Pozzi

Contributor

Cristina Pozzi si definisce una Future Maker, un’attivista che mira alla divulgazione del futuro e della riflessione etica sulle nuove tecnologie emergenti. È Co-fondatrice e Amministratore Delegato di Impactscool.

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