Future Society

La povertà del reddito di cittadinanza

8 marzo 2018 | Scritto da Andrea Zorzetto

L’intelligenza artificiale sta cambiando drasticamente il mondo del lavoro, nei prossimi anni molte professioni spariranno. Il reddito di cittadinanza può essere una soluzione per impedire disuguaglianze e contrasti sociali?

 

Può sembrare forse una contraddizione che visionari e innovatori come Mark Zuckerberg e Jeff Bezos, che fanno largo uso di Intelligenza Artificiale e automazione nelle loro imprese e che tendono a operare in un mondo globalizzato spesso senza regole fiscali chiare, chiedano al governo Americano di garantire un reddito di cittadinanza incondizionato a ogni cittadino, per risolvere il problema della cosiddetta disoccupazione tecnologica.

 Non sono, però, solo i CEO di Facebook e Amazon a spingere per un reddito di cittadinanza, l’idea di un assegno garantito dallo Stato a cui ogni cittadino abbia diritto conta molti altri sostenitori. La misura, infatti, è proposta sia dalla sinistra di vari paesi occidentali, tra cui un possibile sfidante democratico di Trump nel 2020, con l’obiettivo di combattere le disuguaglianze crescenti, sia da numerosi esponenti della destra liberale, che invece la vede come un modo per smantellare lo stato sociale. Fino a pochi anni fa, tuttavia, coloro che ne parlavano, come il professore Guy Standing, erano relegati ai margini del dibattito pubblico. Solo di recente, complice lo spettro di una disoccupazione di massa, causata dai cambiamenti tecnologici, il reddito di cittadinanza universale è stato catapultato al centro della discussione.

Nella situazione attuale è difficile credere a scenari così inquietanti. Paure di questo tipo sono ricorrenti nella storia del capitalismo, ma analizzando il passato è facile scoprire che ogni rivoluzione industriale fino ad oggi ha creato nuovi lavori che hanno col tempo rimpiazzato i vecchi. Una ricerca di McKinsey, ad esempio, mostra che anche internet ha portato a una creazione netta di posti di lavoro.  Non solo Paesi come gli Stati Uniti sono vicini all’occupazione totale, ma diverse aziende in Germania e Giappone faticano a trovare impiegati qualificati, anche a causa dell’invecchiamento della popolazione. Il problema, dunque, sembra essere non tanto la mancanza di posti di lavoro, ma il poco tempo a disposizione per insegnare alla popolazione le competenze necessarie per ricoprire i nuovi ruoli che vengono creati dalla quarta rivoluzione industriale. In quest’ottica, oltre a non sembrare in linea di principio necessario, un reddito di cittadinanza potrebbe tradursi in un’inflazione più alta, mentre non è chiaro perché, come richiesto in America, lo stato dovrebbe concentrare le sue limitate risorse fiscali per dare un assegno anche ai più ricchi (il reddito di cittadinanza, infatti, riguarderebbe tutti i cittadini, a prescindere dalle loro entrate o dalla loro disponibilità economica).

In un futuro non troppo lontano, però, la situazione potrebbe cambiare, ribaltando per la prima volta l’assioma “nuove tecnologie=nuovi lavori”. Ci sono molti segnali che indicano come il cambiamento in atto, questa volta, sia davvero differente. Il motivo è presto detto: l’intelligenza artificiale sarà presto in grado di rimpiazzare la maggior parte delle funzioni che oggi spettano agli umani. Come spiega Martin Ford, l’automatizzazione non riguarda più soltanto il settore manifatturiero; lavori fino all’altro ieri considerati sicuri e altamente qualificati, come il radiologo e l’operatore finanziario, potrebbero sparire entro pochi anni. Già oggi il digitale sta creando quello che Andrew McAfee e Erik Brynjolfsson chiamano “l’economia delle superstar”, un sistema dove la maggior parte delle persone è costretta a lavori più precari e meno pagati, mentre pochi privilegiati godono di guadagni straordinari.

Se questo è il futuro, ridistribuire la ricchezza che i robot creano per garantire un reddito minimo ai cittadini rimasti senza lavoro è l’unica soluzione?

A mio avviso, pensare in questi termini è pericoloso, per almeno tre motivi.

Da un punto di vista ideologico, il reddito di cittadinanza equivale a un sistema di elemosina statale che porta alla fine della mobilità sociale. Non sarebbe altro che un tentativo di nascondere le numerose falle di un sistema rotto, un sistema in cui il sogno americano è ormai solo un lontano ricordo e in cui una nuova aristocrazia domina e vive di rendita.

Anche dal punto di vista morale il reddito di cittadinanza sarebbe dannoso, perché intaccherebbe fortemente il valore del lavoro, che, nella nostra società, è più di una semplice fonte di sostentamento per l’uomo: assicura a ogni persona sia il benessere psicologico, attraverso un senso di realizzazione, sia quello sociologico; lo stato sociale, infatti, deriva principalmente dall’occupazione.

C’è, infine, anche un fattore politico di solito ignorato dal dibattito pubblico. Le democrazie possono esistere anche se i tassi di disuguaglianza sono relativamente alti, ma non se quasi tutta la ricchezza è concentrata nelle mani dell’1%, se non addirittura lo 0,1%, della popolazione. Il reddito di cittadinanza, quindi, potrebbe contribuire alla redistribuzione statale della ricchezza, ma la storia ci insegna che, in presenza di una ricchezza così accentrata, si creerebbe un’oligarchia economica così potente da controllare direttamente lo Stato. Del resto, se la maggior parte delle persone saranno sostituibili dai robot, perché l’élite dovrebbe preoccuparsi di loro? Soprattutto se, com’è probabile, queste due classi sociali che si verrebbero a creare si trovassero a vivere isolate l’una dall’altra, senza più alcun senso di appartenenza alla stessa comunità.

Per evitare di ritrovarci in questa situazione, e non trovarci costretti ad adottare il reddito di cittadinanza per provare a rendere più “umana” la società in cui viviamo, io credo che possiamo impegnarci per creare un sistema in cui le imprese vedano la tecnologia come un complemento del lavoro umano, e non come un semplice sostituto. Possiamo tornare a occuparci della mobilità sociale, il che significa, prima di tutto, fare in modo che per le “superstar” (in particolare le mega piattaforme digitali) non sia troppo facile rimanere ancorate per sempre alla cima della piramide.

Andrea Zorzetto
Andrea Zorzetto

Ambassador, Future Activist

Andrea Zorzetto è Ambassador di Impactscool a Parigi. Nei suoi articoli, Andrea esplora i rapporti tra politica e tecnologie esponenziali, indagando su cosa le istituzioni debbano fare affinché le innovazioni siano usate per il beneficio di tutta la collettività.

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