Future Society

Perché la blockchain ha bisogno della legge

22 marzo 2019 | Scritto da Giulio Siciliano

Spesso la legge è vista come l’antitesi dell’innovazione. La blockchain, in origine nata per supportare il Bitcoin, è in realtà qualcosa di più profondo: una soluzione innovativa al secolare problema del trust, della fiducia tra i contraenti.
Promuovere la fiducia è difficile senza una governance efficace: ciò che dobbiamo comprendere è che blockchain e legge possono lavorare insieme.

La Blockchain è stata definita da Tapscott “the technology most likely to change the next decade of business”. Allo stesso tempo, però, è stata considerata anche un “nuovo schema di Ponzi” e un “paradiso per le attività criminali”, e ancora, una strada che potrebbe portare tanto all’anarchia quanto all’autoritarismo più feroce.
Il motivo di questa confusione è l’incerta relazione che la blockchain ha con la legge. I sostenitori della blockchain la descrivono come una via di fuga democratica per sfuggire ai fallimenti degli ordinamenti territoriali. I critici la vedono più come un furbo escamotage per evitare responsabilità legali.
La verità è che nessuna di queste affermazioni è del tutto corretta, ma nemmeno del tutto sbagliata. Il problema di questi approcci è che si concentrano esclusivamente sul come porre dei limiti legali alla blockchain e trascurano completamente le capacità di autoregolazione di questa tecnologia.

Una tecnologia in rapida ascesa. Da essere ancella del Bitcoin, la criptomoneta lanciata nel 2009 dallo pseudonimo Satoshi Nakamoto, questa tecnologia si è rapidamente sviluppata raggiungendo le dimensioni di un fenomeno globale. I giganti del tech come IBM, Intel e Microsoft, stanno investendo enormi capitali nello sviluppo di questa tecnologia, al pari di aziende leader del settore professionale come KPMG e PwC. Direttamente o tramite consorzi, praticamente tutte le più grandi istituzioni finanziarie del mondo stanno implementando distributed ledgers technologies basate su principi simili. Lo stesso può dirsi per moltissimi Governi statali.

Quali vantaggi. Le blockchain usano tecnologie complesse, ma la loro funzione di base è molto semplice: fornire record distribuiti ma certificati. Tutti possono conservare una copia aggiornata dinamicamente, ma tutte queste copie rimangono invariate, anche senza un amministratore centrale o una versione principale.  A voler fare una semplificazione grossolana, questo tipo di approccio offre due fondamentali vantaggi di base. In primo luogo, si può avere fiducia nelle transazioni senza aver fiducia nell’integrità di individui, intermediari o governi. In secondo luogo, da sempre i registri contabili hanno il problema di dover essere riconciliati tra loro ad ogni nuova transazione: spesso infatti accade che vi debba essere la registrazione della medesima transazione su più registri diversi. Un solo registro distribuito può risolvere di colpo questo problema di coerenza, riducendo enormemente i relativi costi.

Una tecnologia fuorilegge? L’interesse che inizialmente è stato rivolto alle blockchain si focalizzava sul Bitcoin quale moneta digitale privata al di fuori del controllo dei governi territoriali. Oggi iniziamo a comprendere che questa tecnologia potrebbe offrirci molto di più e abbiamo solamente iniziato a grattarne la superficie.
È anche vero che abbiamo iniziato ad accorgerci del rovescio della medaglia. Una valuta non regolamentata può facilmente diventare un veicolo per attività illecite o per la speculazione finanziaria. Non è un caso che il Bitcoin sia inizialmente salito agli onori della cronaca in qualità di “valuta della criminalità”; tutto questo grazie all’utilizzo che se n’è fatto in luoghi del web come la Silk Road.
Nonostante negli anni a seguire vi siano state moltissime applicazioni virtuose di questa tecnologia, l’apparente resistenza della blockchain alla legge non le ha permesso (ancora) di esplodere del tutto.
Eppure, i sistemi che si basano sulla blockchain rafforzano le proprie regole in modo esattamente analogo a quello del sistema legale. Per dirlo con le parole di Lessig “code is law”. Cos’altro è la codificazione se non la volontà di dare delle regole precise ad un ambiente privo di regole? La blockchain, in quello che dagli americani è stato definito “trustless trust”, è una soluzione ingegnosa al problema della certificazione, ma per promuovere la fiducia nelle transazioni occorre qualcosa in più. È qui che entra in gioco il sistema legale.

Blockchain e legge: alla ricerca di equilibrio. Anche se il codice è scritto alla perfezione, le blockchain sono sistemi a base umana. E per quanto possa esservi obiettività in un codice, non si può non riconoscere rilevanza agli intenti umani, che restano puramente soggettivi. Le blockchain restano vulnerabili ai comportamenti egoistici, agli attacchi e alle manipolazioni umane.
Legittimare i sistemi basati su blockchain è fondamentalmente una questione di governance, non di informatica. Senza rendersene conto, gli sviluppatori hanno vagato in un territorio che i giuristi conoscono e percorrono da secoli.
La vera domanda dunque è una sola: cosa accade quando si incrociano i registri digitali della blockchain e la legge?
Già da tempo sono state elaborate categorie legali per sopperire alla mancanza di fiducia tra le parti coinvolte a un affare, sostituendo quest’ultima con diritti, aspettative, rimedi e in alcuni casi sanzioni. Ciononostante, vi sono dei limiti oltre i quali il sistema legale non può andare e molte volte è proprio l’eccesso di formalismo a minare la fiducia tra le parti.
Le potenzialità della blockchain offrono una possibile soluzione, la cui implementazione tuttavia non potrà prescindere da una corretta definizione dei ruoli tra quelli che Nick Szabo, l’inventore degli smart contract, ha definito il “codice secco” della crittografia (immutabilità e oggettività) e il “codice liquido” della legge (fluidità, interpretazione e soggettività).
In tal senso sono già in sviluppo moltissime soluzioni ibride tra i due sistemi. Alcune di loro stanno facendo operare le categorie della legge in modo più simile a quello del codice, altre stanno rendendo la blockchain più consistente grazie all’implementazione delle categorie legali.
Pertanto, è un errore continuare a sostenere che legge e blockchain siano tra loro incompatibili.

È sicuramente difficile sviluppare regole che si adattino in modo efficace al continuo mutare della società. Come mai prima d’ora il diritto si sta confrontando con l’inadeguatezza dei suoi tempi di reazione alle accelerazioni del mondo, soprattutto ora che a spingerlo c’è una forza potente come lo sviluppo tecnologico. Tuttavia, così come ci sono ambiti in cui la legge dovrà riconoscere le potenzialità della blockchain, è vero anche il contrario: la blockchain ha bisogno della legge.

I prossimi interventi saranno focalizzati proprio su questo: quali sono i modi in cui il sistema blockchain e quello legale possono coesistere?

Giulio Siciliano
Giulio Siciliano

Giulio Siciliano è laureato in giurisprudenza presso l’università LUISS Guido Carli di Roma, lavora come consulente in ambito Management e Innovazione.

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