Pianeta Terra e Spazio

Di buchi neri, scienziate e meme

18 aprile 2019 | Scritto da Alberto Laratro

Ad una settimana dalla pubblicazione della primissima immagine di un buco nero cerchiamo di capire quali sono gli impatti e le conseguenze di questa scoperta, non solo dal punto di vista scientifico ma anche da quello culturale.

L’immagine del secolo, un cerchio rosso che circonda un vuoto che trascende la nostra comprensione dell’universo, una ciambella uscita col buco, letteralmente, della ricerca astronomica e un simbolo dell’importanza della collaborazione internazionale. L’immagine che ha invaso le bacheche social e i giornali di mezzo mondo è questo e molto altro. Vi abbiamo già raccontato l’incredibile sforzo tecnologico e logistico che ha portato alla sua pubblicazione e oggi, ad una settimana di distanza, vale la pena spendere due righe su cosa significa essere riusciti a osservare un buco nero.

Powehi. Il buco nero, tecnicamente noto come M87*, ora possiede anche un nome “Powehi”, termine hawaiano che si potrebbe tradurre come “creazione oscura ornata di profondità” e che proviene dal canto tradizionale hawaiano “Kumulipo” il quale racconta la creazione dell’universo secondo le leggende dell’arcipelago. Il nome è stato scelto da Larry Kimura, professore di linguistica dell’università di Hawaii-Hilo, per onorare la presenza di due telescopi delle isole del Pacifico all’interno del consorzio che ha “scattato” la foto. Il nome, per ora, non è ufficiale in quanto dovrà essere accettato dall’IAU, l’Unione Astronomica Internazionale, ma anche chi ha lavorato al progetto ha già iniziato ad usarlo.

Un buco nero in movimento. Secondo Shep Doeleman, capo progetto di EHT, non ci vorrà troppo tempo prima che la rete di radiotelescopi sarà in grado di fornire un filmato del disco d’accrescimento in rotazione attorno al buco nero. Con l’aggiungersi di nuovi telescopi ci sarà non solo un sostanziale aumento della risoluzione dell’immagine ma anche una maggior capacità di ottenere immagini che, messe in sequenza, produrranno un video. Più che un video però si tratterà di un Timelapse, un filmato che mostra in pochi secondi un grande lasso di tempo, il che è un bene: Powehi è un buco nero enorme, così enorme che il materiale in rotazione attorno al disco impiega giorni per compiere un giro e per mostrare quindi una sostanziale differenza fra i diversi fotogrammi. Ciascuno di questi, infatti, richiede diverse ore d’osservazione per essere ottenuto.

Diverso sarà il discorso per SgrA*, l’originale bersaglio di EHT, il buco nero supermassiccio al centro della nostra galassia. Nonostante sia molto più vicino – 26.000 anni luce contro di 53.5 milioni di anni luce di M87* – ottenere una sua immagine, e ancor più ottenere un filmato, metterà a dura prova le tecniche e le capacità acquisite dal team di ricerca. SgrA*, per quanto comunque gigantesco, è molto più piccolo del suo fratello di cui abbiamo uno scatto. Il materiale che lo circonda, infatti, compie un giro in poche ore o minuti, rendendo difficile l’acquisizione e l’elaborazione di immagini che mostrino il cambiamento in maniera coerente, che avverrebbe così in fretta che non sarebbe possibile distinguere la rotazione. A complicare le cose ci si mette in mezzo – letteralmente – una grande quantità di polveri e gas che ci separa dal centro della nostra galassia (le stesse polveri e gas responsabili del bagliore del nucleo della Via Lattea in una notte scura) che oscurano il soggetto.

Il volto sorridente del buco nero. Assieme allo scatto di M87* un’altra immagine ha fatto il giro delle bacheche dei social, la foto che mostra la giovane ricercatrice Katie Bouman che si emoziona di fronte al primo render dell’immagine creata attraverso l’algoritmo che ha contribuito a compilare. La Bouman ha donato – involontariamente – un volto alla ricerca. Da un lato questo può far passare un messaggio errato, un anacronistico ritorno all’immaginario dello scienziato solitario che da solo rivoluziona un campo della conoscenza: oggi i risultati scientifici sono sempre meno il risultato degli sforzi di un unico individuo e sempre più un’opera collettiva, la cosiddetta “Big Science”, capace di smuovere enormi capitali, infrastrutture, mezzi, tecnologie e menti per raggiungere un risultato. D’altro canto, il fatto che il volto di una giovane ragazza sia diventato un simbolo del successo di EHT potrebbe avere degli impatti positivi: ben vengano immagini di donne al lavoro nel mondo della scienza, troppo spesso sotto-rappresentate o relegate a ruoli marginali, se non addirittura, in casi ormai tristemente noti, cancellate. Per ciascuna di queste figure, giovani ragazze potrebbero decidere di intraprendere una carriera nelle STEM.

Un buco nero pop. Il risultato di questa ricerca non cambierà solo la concezione del nostro universo e lo studio dell’astrofisica, ma ha avuto un impatto che potremmo definire virale sui vari social network. Come ogni grande risultato che viene raggiunto dall’umanità e come ogni evento d’attualità che ottiene della risonanza mediatica, anche l’immagine di Powehi ha trovato nuova vita su internet sotto forma di meme. Abbiamo raccolto quelli più divertenti.

 

Alberto Laratro
Alberto Laratro

Laureato in Scienze della Comunicazione e con un Master in Comunicazione della Scienza preso presso la SISSA di Trieste ha capito che nella sua vita scienza e comunicazione sono due punti fermi.

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