Robotica e AI

Un nuovo sguardo sul mondo: quello della macchina

3 ottobre 2018 | Scritto da La redazione

Abbiamo intervistato Simone Arcagni, professore associato dell’Università di Palermo e studioso di nuovi media e nuove tecnologie, che ci ha parlato nel suo ultimo libro “L’occhio della macchina”, edito da Einaudi.

L’uomo non è più solo sulla Terra. Non stiamo anticipando una spaventosa invasione aliena o presentando i risultati di uno studio di qualche agenzia spaziale, ma descrivendo un’evidenza da molti ancora sottovalutata: viviamo a contatto con macchine sempre più complete e intelligenti, tanto complesse da offrirci una nuova visione sul mondo e sulla società. Ma cosa vedono le macchine? Come lo fanno? Come elaborano le informazioni?
A rispondere a queste domande è Simone Arcagni, professore associato dell’Università di Palermo e studioso di nuovi media e nuove tecnologie, che ci ha parlato del suo libro “L’occhio della Macchina”, edito da Einaudi e disponibile da ieri: un’analisi approfondita e complessa, che guarda a temi come informatica e ingegneria con un occhio filosofico.

Siamo riusciti a intercettare l’autore all’alba del tour di presentazione del libro, che lo porterà in molte città d’Italia, e gli abbiamo fatto qualche domanda su questo concetto di visione, sulla tecnologia e, più in generale, sul mondo contemporaneo.

 

Come nasce questo libro?

Nasce essenzialmente da una mia esigenza: provare a capire qual è la vera logica della visione nell’epoca dei computer. Storia dell’arte, filosofia, cultural studies e media studies ci hanno insegnato che ogni periodo storico è contraddistinto da un “occhio”, cioè da una mentalità e da una logica di visione che è scaturita da quella stessa società e che, allo stesso tempo, modella e condiziona il suo tempo. L’esempio più emblematico è il Rinascimento, dove l’emergere di una classe di banchieri, mercanti e finanzieri, che avevano messo la matematica al centro dei loro interessi, ha fatto scaturire la volontà di creare un dispositivo visivo basato su leggi e proporzioni matematiche. Un altro esempio può essere l’800 con le macchine ottiche, la fotografia e il cinema, che hanno animato questo secolo e definito l’immagine dell’era industriale. L’avvento dei computer si inserisce proprio in questo contesto: non solo ha rivoluzionato la nostra società da un punto di vista sociale e culturale, ma ha anche impostato un occhio nuovo.

 

Che cosa si intende per “occhio della macchina” quindi e che tipo di visione ci offre?

L’occhio della macchina non è “unico”. Ho deciso di analizzare tutti i modi in cui questo occhio vede, dalla computer graphics alla realtà virtuale, dalla realtà aumentata ai software e gli algoritmi, dai droni al machine learning, andando a pescare in campi che sono tipicamente ingegneristici. L’obiettivo era provare a capire se tutta questa produzione di visione e sguardi, molto diversi tra loro, avesse delle logiche comuni che ci permettessero di capire anche come noi guardiamo. Questo è fondamentale perché il nostro modo di guardare ci sta anche suggerendo un nuovo modo di essere.

 

Quali sono nello specifico questi “occhi” di cui si parla nel libro?

Le racconto molto velocemente. Il primo è l’Occhio matematico, in cui le informazioni non derivano da studi di ottica ma dalla matematica: sono i codici e la programmazione a definire la visione della macchina. I computer, per esempio, non vedono ma calcolano ciò che si trovano davanti e producono immagini, ribaltando la logica di fotografia e cinema.
C’è poi un Occhio cibernetico, che unisce matematica, logica e statistica con la teoria dell’informazione, per costruire matematicamente la comunicazione. Ci sono un Occhio tecnologico, in grado di vedere, riconoscere le immagini e riprodurle, un Occhio artificiale come quello della computer vision che nasce proprio nei laboratori di intelligenza artificiale, un Occhio dei dati, che li raccoglie e li utilizza per un’elaborazione visiva. Ci sono gli Occhi della realtà virtuale e della realtà aumentata, che sono in grado di creare un ibrido tra il nostro mondo e quello della macchina o l’Occhio dei sensori, che registra informazioni e offre una nuova forma di visione. 

 

Occhi che offrono visioni diverse ma che, in qualche modo, superano anche l’occhio umano…

Da un punto di vista filosofico ho espresso questo concetto con quello che ho chiamato Occhio di Dio, cioè l’idea della nostra società di poter vedere sempre tutto, anche quello che non è visibile. Questa macchina non è più uno strumento che aumenta le funzioni del nostro occhio, o meglio non solo. È una nuova forma biologica non-vivente con cui entriamo in simbiosi: è in grado di proporci un “visivo” che noi non abbiamo visto, ma che viene elaborato a partire dai nostri dati.
Queste sono a tutti gli effetti macchine biologiche con cui noi costruiamo relazioni: non le usiamo solamente, ma instauriamo con loro un dialogo. Questo scenario porta a problemi anche di natura etica legati all’autonomia di queste macchine, che tendono a diventare sempre meno uno strumento a disposizione dell’uomo e sempre più una sorta di partner.   

 

Come si relazionano queste visioni complesse con quella dell’uomo?

Le macchine fondamentalmente non hanno più limiti nella visione. Però poi quando sono utilizzate dall’uomo, lui tende a ridurre tutto a territori conosciuti. L’esempio più incredibile ce lo offre la computer graphic: potrebbe essere un mondo di completa invenzione mentre la maggior parte dei programmi pre impostano la prospettiva, utilizzando una visione Rinascimentale perché è quella accettata e interiorizzata da oltre 5 secoli. Quella per noi è una visione “normale” e quindi la vogliamo riproporre. Ma per la macchina nulla è normale, così come nulla è deformante o anomalo.

 

La complessità delle macchine, però, potrebbe aiutarci a comprendere e valorizzare anche la nostra complessità? 

Io sono convinto di sì. In questo momento stiamo applicando dei modelli di visione a strumenti nuovi. Le macchine, però, non hanno il fine di replicare una singola funzione ma sono complesse, sono vicine a strutture biologiche, e dunque credo che saranno loro a indirizzarci e a proporci nuove connessioni: questo ci porterà a un confronto con la nostra di complessità.

Queste macchine sono sempre più simili a degli animali o dei bambini: migliorano e imparano con le esperienze e con gli errori. Lì c’è la chiave di tutto: la macchina va a costruirsi come elemento complesso che si rapporta con uomo, ambiente, mondo animale e quella che più in generale possiamo definire ecologia della vita. Le macchine stanno provando a ritagliarsi uno spazio all’interno dell’ecologia della vita, ne sono convinto. L’unica differenza è che non sono vive, ma sono sempre più integrate con noi e prendono da noi alcune funzioni vitali, ci chiedono una partecipazione attiva. È una sfida eclatante, dovremo trovare delle forme di dialogo e simbiosi con le macchine.

 

L’unica soluzione per competere con le macchine è dialogare con loro, dunque?

Sì, la visione più completa della macchina ci sta già aiutando a migliorare e ci stiamo abituando sempre più spesso a vedere con tutti i sensi. Inoltre, c’è una sensorialità non umana che ormai è nell’ambiente che ci circonda e anche questo è uno di quegli elementi di simbiosi citati prima.

Io non vedo una prospettiva distopica, tipica del cinema fantascientifico con macchine che ci invadono o ci controllano. Certo, dobbiamo stare attenti all’uso delle tecnologie in generale e casi come Cambridge Analytica ci devono assolutamente far riflettere, ma credo che le prospettive siano realmente di collaborazione: insieme alle macchine saremo in grado di fare cose straordinarie.     

 

Questo libro nasce dall’incontro tra filosofia, matematica e informatica. È questa la chiave per riuscire ad avere uno sguardo attento e profondo sul presente?

Il mio libro è proprio una testimonianza di questo. Sono entrato a piene mani in un mondo considerato unicamente ingegneristico con degli strumenti filosofici, da Leibniz fino agli studi di filosofia digitale e di informatica. Credo ci debba essere un approccio complesso e che servano nuove figure “ibride”. Se continuiamo a guardare questi fenomeni da un unico punto di vista ne vedremo sempre solo un pezzetto. Se invece saremo in grado di porci in un nuovo modo, ideare nuove forme di conoscenza e dei percorsi educativi in cui studi scientifici e umanistici si incontrano, riusciremo a comprendere la complessità del presente e ampliare la nostra visione anche grazie a quella della macchina.  

La redazione
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