Scienza e Medicina

Superbugs: di batteri si muore

15 maggio 2018 | Scritto da Maria Pia Catalani

Nonostante gli innegabili progressi fatti in campo medico, negli ultimi decenni alcune gravi malattie stanno tornando a fare paura: la colpa sarebbe dei superbugs, batteri patogeni difficili da debellare con le normali cure faramacologiche.

 

Louis Pasteur, Robert Koch, Vincenzo Tiberio, Alexander Fleming: sono soltanto alcuni dei nomi di scienziati e studiosi che, a partire dalla seconda metà dell’800, ci hanno catapultato nell’era della medicina moderna. Grazie alla scoperta della Penicillina, nel 1929, malattie come polmonite, febbre tifoide e tubercolosi avevano trovato finalmente una cura, grazie alla quale era possibile avviare quel rasserenante e meraviglioso processo chiamato guarigione.

A distanza di oltre un secolo queste malattie tornano però a far paura e a essere mortali, tanto che le Nazioni Unite stanno parlando di una vera e propria emergenza sanitaria legata alla resistenza agli antibiotici dei cosiddetti superbugs.

I responsabili delle malattie sopracitate sono i batteri, microrganismi unicellulari, diffusi in ogni ambiente del pianeta. I batteri, tuttavia, non sono tutti dannosi: molti di loro, infatti, svolgono funzioni di vitale importanza per il nostro benessere e per l’ecosistema. Basti pensare, per esempio, ai batteri della flora intestinale oppure a quelli che provvedono alla decomposizione e al riciclo dei rifiuti organici. Alcuni batteri, però, possono causare malattie e sono per questo detti “patogeni”.

Ad oggi l’unica arma di difesa in nostro possesso contro i batteri sono i farmaci e, nello specifico, gli antibiotici. Esistono tanti antibiotici perché tanti sono i batteri e lo stesso tipo di farmaco non è adeguato a combattere tutti i tipi di microorganismi. La diversità dei batteri esige quindi una diversità di terapie farmacologiche, che devono tenere conto di vari fattori, come il tipo di malattia, l’età e lo stato di salute del paziente.

Tuttavia, nel corso degli anni, le armi farmacologiche in nostro possesso hanno perso la loro efficacia e nel contempo gli sforzi da parte delle case farmaceutiche sono diminuiti. Le Big Pharma, ovvero le grandi multinazionali della produzione dei farmaci, un tempo leader in questo settore, hanno interrotto quasi completamente la ricerca sui farmaci antibatterici a partire dagli anni ’90 sino ai primi anni del nuovo millennio in quanto le aspettative di profitto in questo campo risultavano essere poco attraenti se paragonate ai costi effettivi e ai tempi di ricerca. Il risultato è che continuiamo a curarci con farmaci scoperti nel secolo scorso, mentre la natura segue il suo percorso evolutivo, così come i batteri.

Soltanto in Europa, secondo quanto rilevato dall’EFSA, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, e dall’ECDC, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, oltre 25.000 persone all’anno muoiono a causa di batteri resistenti agli antibiotici. Nel 2013 il CDC, Centers for Disease Control and Prevention, l’autorità federale che si occupa di salute, ha rilevato che negli Stati Uniti almeno 2 milioni di malattie e 23.000 morti all’anno erano imputabili alla resistenza agli antibiotici.

Ma lo scenario rischia di diventare ben più spaventoso se si considera che nel giro di pochi decenni la resistenza ai farmaci dei cosiddetti superbugs verrà a costituire una vera e propria emergenza sanitaria mondiale. Secondo il rapporto Review on antimicrobial resistance commissionato dal governo britannico, nel 2050 perderanno la vita 10 milioni di persone ogni anno per le infezioni e i batteri arriveranno ad uccidere una persona ogni 3 secondi. In pratica sarà più facile morire per un’infezione post operatoria che non per le eventuali complicazioni di un delicato intervento chirurgico o per gli effetti collaterali di lunghe terapie oncologiche o per il cancro stesso. Servono dunque urgenti politiche di ricerca e di investimento per rendere al più presto disponibili nuovi farmaci che risultino adeguatamente efficienti, economici e soprattutto a disposizione di tutti, ma urge anche maturare una conoscenza e coscienza sociale globale.

Come siamo arrivati a questo punto? Perché? E cosa possiamo fare per scongiurare questa nuova pandemia?

Tutti gli organismi viventi si evolvono per natura, innescando meccanismi biologici che nel tempo ne garantiscano la sopravvivenza. I batteri non fanno altro che proteggersi dai nostri attacchi, ingegnandosi a difendersi proprio come noi ci ingegniamo ad ucciderli.

Tuttavia, benché l’evoluzione sia un processo naturale, se il fenomeno della resistenza ha raggiunto proporzioni incontrollate è in parte anche colpa nostra e della nostra cattiva informazione: negli ultimi decenni, infatti, gli antibiotici sono stati prescritti e utilizzati in maniera spropositata e talvolta scorretta, dando modo ai batteri di promuovere la sopravvivenza dei suoi ceppi più forti e resistenti. L’utilizzo spropositato e costante di farmaci determina una sorta di pressione selettiva che fa sì che solo i batteri che possiedono un gene di resistenza siano in grado di sopravvivere e di riprodursi, dando vita ad una progenie che rapidamente può diventare dominante su tutta la popolazione batterica. Col passare del tempo anche i batteri meno forti acquisiscono l’abilità a vivere nell’ambiente ostile creato dagli antibiotici. Questa resistenza acquisita implica delle mutazioni a livello genetico che fanno sì che il farmaco non sia più adatto perché non ha più un target di riferimento. È un po’ come cercare di entrare da una porta alla quale è stata cambiata la serratura per scongiurare l’ingresso dei ladri.

Purtroppo c’è una grande disinformazione riguardo a questa tipologia di farmaci. Una significativa parte della popolazione, per esempio, non sa che gli antibiotici non sono in grado di trattare le infezioni virali. In uno studio condotto nel 2012 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità è emerso che un americano su tre è convinto che il raffreddore possa essere curato con gli antibiotici. In realtà questi farmaci curano solo le infezioni di origine batterica, quindi risultano completamente inefficaci in caso di febbre e raffreddore (che perlopiù sono di origine virale). I batteri e i virus infatti sebbene abbiano alcune caratteristiche comuni, come la trasmissibilità da un individuo a un altro, e possano indurre, talvolta, patologie simili, sono microrganismi molto diversi tra di loro sia morfologicamente che nel modo di generare una malattia e quindi richiedono tipologie di farmaci differenti.

L’utilizzo inappropriato degli antibiotici indebolisce l’organismo in quanto, soprattutto nel caso dei cosiddetti “antibiotici a largo spettro d’azione”, che sono anche quelli maggiormente prescritti dai medici di base, i farmaci non distinguono fra batteri patogeni e non, danneggiando gravemente il microbiota umano.

Questa overprescription, insieme al loro impiego eccessivo negli allevamenti intensivi dove il loro utilizzo è addirittura triplicato rispetto agli esseri umani, hanno causato una crescente resistenza agli antibiotici negli esseri umani ed il proliferare di batteri impossibili da debellare con i farmaci attualmente a disposizione.

L’Italia purtroppo vince la maglia nera rispetto ai comportamenti e alle abitudini scorrette nell’utilizzo degli antibiotici. Proprio nel Bel Paese infatti si registra la presenza di ceppi pericolosi, come la Klebsiella pneumoniae, resistente agli antibiotici della classe delle cefalosporine di terza generazione e ai carbapenemi, responsabile da sola di 2000 casi di batteriemie all’anno e classificata dall’OMS tra i batteri critici ad altissima priorità per lo sviluppo di nuovi farmaci.

Cosa fare allora per scampare allo scenario apocalittico che ci si prospetta?

Le Nazioni Unite hanno riconosciuto che l’antibiotico resistenza, ovvero il fenomeno per cui l’uso eccessivo di antibiotici ne compromette l’efficacia nel trattare le malattie, sta fortemente minando l’efficacia di alcuni pilastri della medicina moderna, tra cui la stessa penicillina, e si sono dichiarate pronte a firmare una dichiarazione con nuove linee guida sull’uso e la vendita di questi farmaci.

Nel frattempo, le raccomandazioni sono piuttosto logiche e banali: innanzitutto i medici dovrebbero prescrivere molti meno antibiotici limitandone l’impiego ai casi nei quali siano strettamente necessari, e nello stesso tempo si dovrebbe maturare una responsabilità sociale oltre alla consapevolezza di quali siano i rischi dovuti all’uso inappropriato di tali farmaci. Per esempio, nel caso delle infezioni ospedaliere una corretta prevenzione potrebbe diminuire l’incidenza di infezioni del 20-30 per cento, basterebbe applicare il principio base per una corretta igiene: lavare le mani, accorgimento tanto semplice quanto evidentemente trascurato.

Maria Pia Catalani
Maria Pia Catalani

Contributor

Maria Pia Catalani è laureata in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche e in Controllo e qualità del Farmaco. È una folle appassionata di musica e di viaggi.

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