Big Data

Rulex, l’intelligenza artificiale davvero intelligente

9 ottobre 2018 | Scritto da La redazione

Abbiamo intervistato Andrea Ridi, Co-founder e Ceo di Rulex, azienda che ha sviluppato un’IA in grado di spiegare quello che ha elaborato

Rulex - Andrea Righi - Intelligenza artificiale

Un’intelligenza artificiale alla portata di tutti, che è in grado di spiegare quello che riesce ad elaborare attraverso i suoi calcoli e modelli matematici. Rulex offre una nuova piattaforma di IA, nata e sviluppata in Italia ma lanciata sul mercato americano, che consente agli esperti di business di avere un’analisi predittiva dei dati senza bisogno di competenze matematiche o di programmazione. Un sistema che si basa sui big data ma in linea con le normative italiane ed europee come il Gdpr. Nel 2016 Rulex è stata selezionata tra le dieci finaliste dell’Innovation Showcase del MIT di Boston, la competizione che premia le tecnologie in grado di rivoluzionare l’economia digitale.

Abbiamo intervistato Andrea Ridi, Co-founder e Ceo di Rulex, e gli abbiamo chiesto di raccontarci qualcosa in più su Rulex e di parlarci del futuro di questa tecnologia.

 

Come è nata Rulex e di cosa di occupa?

Abbiamo sviluppato un’intelligenza artificiale totalmente nuova, una tecnologia che è in grado di spiegare quello che ha capito elaborando i nostri dati. Facciamo un esempio: sono un’azienda e voglio analizzare i clienti che mi abbandonano. Questa intelligenza artificiale, visto che è in grado di spiegarti quello che ha elaborato, non solo individua chi sono questi clienti, ma ti spiega anche il perché del loro comportamento, consentendoti di applicare processi totalmente nuovi, come una customers churn molto puntuale e precisa.

 

Cosa cambia rispetto alle intelligenze artificiali tradizionali?

Proseguendo con lo stesso esempio, le IA “classiche”, definite black box, possono dirti solo se un cliente sta o no per abbandonarti, senza spiegarti i motivi. In questo modo non sai cosa fare, come affrontare il problema. Non hai modo di interagire in modo consapevole con i dati in tuo possesso, cosa che invece Rulex ti consente di fare, creando molto più valore per il tuo business.

 

Uno dei valori aggiunti di Rulex è che è accessibile a tutti…

Questo è un altro capitolo estremamente importante. L’IA al momento è alla portata di pochissime aziende. I data scientist hanno dei costi esagerati e sono in numero molto limitato: questo fa sì che la tecnologia dell’IA sia utilizzabile solo dai grandi gruppi, che possono permettersi queste figure professionali e questo tipo di investimenti.
Per utilizzare Rulex, invece, l’unica cosa fondamentale è essere in grado di capire se la macchina sta prendendo in esame valori reali e importanti all’interno dei dati in suo possesso. Ma nelle aziende questo tipo di figure professionali ci sono già, non è necessario un profilo altamente specializzato. Rulex permette di “democratizzare” l’intelligenza artificiale, rendendola utilizzabile da tutti: il nostro utente medio, infatti, è un esperto di business e non un ingegnere informatico o un data scientist. E questa è una rivoluzione, che porta un impatto molto più immediato sui processi aziendali e in generale sul mercato. 

 

Rulex, a partire dai dati del presente, è in grado di “prevedere” il futuro?

Assolutamente sì. Le regole che la macchina estrae sono un modello matematico semplice che deriva dai dati che noi inseriamo. Questo modello viene utilizzato per capire i dati in nostro possesso e prevedere l’andamento nel futuro: osserva i segnali del presente, contenuti nelle informazioni di cui dispone, e fornisce delle visioni di quello che potrebbe accadere.

 

Rulex è divisa tra gli Stati Uniti e l’Italia, dove ha mantenuto una parte importante della sua attività. Quali sono i vantaggi competitivi di questa scelta?

Noi siamo nati 10 anni fa al Cnr di Genova, quando ho incontrato Marco Muselli. Avevamo una bella tecnologia sulla carta ma poco altro: tante idee ma mancava il mercato. Però, convinti che sarebbe arrivato un’economia basata sui big data, abbiamo iniziato a sviluppare, a partire dalla base matematica, i tools e i software per mettere in piedi la tecnologia vera e propria. Siamo andati avanti con l’attività di sviluppo fino al 2014, quando finalmente abbiamo avuto una tecnologia pronta per il mercato. A quel punto ci siamo posti una domanda: visto che abbiamo in mano una tecnologia che riteniamo disruptive, siamo credibili se la portiamo sul mercato come software house genovese? La nostra risposta è stata “no”, perché non esistono storie di successo sistematico in questo campo che portino la firma di aziende italiane. Dall’altra parte abbiamo iniziato ad analizzare il mercato e abbiamo capito che dovevamo diventare parte di un ecosistema molto più innovativo: per questo abbiamo deciso di diventare una società americana. Nel 2015, quindi, abbiamo aperto la Rulex Inc negli Stati Uniti ma strategicamente abbiamo deciso di mantenere tutta la ricerca e lo sviluppo in Italia.

 

Perché?

Per diversi motivi strategici. Innanzitutto in Italia, per una questione culturale, si riescono ad avere dei rapporti di lavoro lunghi: visto che la nostra è una maratona, volevamo coinvolgere nel progetto persone su cui investire. Negli Stati Uniti il tempo di permanenza medio in un’azienda Hi Tech è 2 anni, in Italia resiste il concetto “del lavoro per la vita”. Il secondo aspetto è che in Italia le persone su cui investiamo sono meno soggette alla concorrenza, perché quello che fanno in Rulex difficilmente possono farlo in altre imprese italiane. Se un competitor riesce a “portare via” una persona che ha lavorato con me riesce ad appropriarsi anche di una parte della mia proprietà intellettuale. Il terzo aspetto è legato a una sorta di riconoscenza: noi veniamo dal mondo della ricerca e il “sistema Paese” ha investito nella nostra cultura molte risorse. Quindi ci sembra corretto poter ridare al nostro Paese quello che ci ha dato e generare opportunità di occupazione qualificata nel nostro territorio: chi lavoro oggi in Rulex se noi non ci fossimo sarebbe impiegata all’estero e con la nostra attività abbiamo fatto rientrare in Italia molte persone che erano andate via dal nostro Paese. Quindi l’Italia è il motore che produce e sviluppa la tecnologia mentre gli Stati Uniti ci permettono di essere sul mercato globale. Cerchiamo di prendere il meglio dalle due culture.

 

Quali sono le prossime sfide? In che direzione sta andando la ricerca in questo settore?

Noi siamo convinti di avere in mano una vera intelligenza artificiale, e quando dico vera intendo che questa tecnologia è in grado di comportarsi come si comporta una parte del cervello umano. Questo porta a delle grandi sfide, che riguardano soprattutto gli impatti che questa nostra tecnologia ha e avrà se avrà sulla società.

 

Sfide anche dal punto di vista etico dunque?

Sicuramente, quello dei dati è uno dei temi più dibattuti anche da questo punto di vista! Per fare un esempio, se Rulex rivela che alcuni comportanti di acquisto sono privilegiati da un certo gruppo etnico, eticamente possiamo far leva su questi dati? O rischiamo di incorrere nel razzismo? E questo è solo il livello superficiale della questione, il tema è molto ampio. Ma le domande dobbiamo porcele oggi, prima che i problemi si verifichino, perché poi sarà come provare a fermare con un dito una diga che crolla.

La redazione
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