Città e Trasporti

Self Driving Cars, Maas e IoT: la tecnologia che cambia la mobilità

15 marzo 2018 | Scritto da Filippo Scorza

La crescita esponenziale di tecnologie quali i nostri smartphone, il mondo dell’IoT (Internet of Things) e l’utilizzo del GPS (Global Position System) a scopi civili e non solo esclusivamente militari, ha rivoluzionato il modo di spostarsi, viaggiare ed inviare merci da un punto all’altro del globo.

 

Sembra banale ma credo sia opportuno riflettere sugli scenari che si sono generati a seguito della possibilità di utilizzo del GPS da parte di industrie ICT (Information and Communication Technology) e degli utenti finali: non stiamo parlando solo di mappe e navigazione ma anche di una serie di servizi strettamente collegati all’infrastruttura in cui vengono sviluppati.

Correva l’anno 2000 quando Bill Clinton decise di consentire l’integrazione del sistema di geolocalizzazione all’interno dei nostri smartphone, forse per migliorare la nostra esperienza dei servizi digitali, forse per altre ragioni (ndt).

Oltre a ciò si sono diffuse tecnologie IoT delle quali sentiamo parlare sempre più spesso in contesti quali le Smart City e l’Industry 4.0: un vero e proprio sistema nervoso digitale per il nostro Pianeta che prevede di collegare, entro il 2020, più di 50 miliardi di oggetti alla rete (fonte: Osservatorio IoT).

Attraverso la fruizione di nuovi servizi derivanti dall’utilizzo del GPS e dai dati prelevati ed elaborati dalle reti IoT, abbiamo oggi a disposizione una moltitudine di servizi che ci consentono di monitorare un pacco contenente un prodotto appena acquistato su Amazon, oppure di poterci spostare da un punto A ad un punto B mediante diversi mezzi di trasporto, senza la necessità di doverci recare in una qualche biglietteria per l’acquisto dei relativi biglietti di viaggio o abbonamenti.

Da qualche tempo si stanno sperimentando dei nuovi modelli per la mobilità urbana, tra i quali i MaaS (mobility as a service).

Un semplice paragone con il mondo della telefonia può spiegare subito cosa racchiuda il concetto di Mobility as a Service: se negli anni passati eravamo abituati a pagare per ogni telefonata e ogni messaggio inviato, con l’avvento degli Smartphones i piani tariffari a consumo si sono tramutati in abbonamenti mensili a forfait.

Questo è possibile combinando i servizi di trasporto pubblico e privato attraverso un gateway unificato che crea e gestisce il viaggio che gli utenti possono pagare con un unico account.

Gli utenti possono pagare per ogni viaggio o un canone mensile per una distanza limitata. Il concetto chiave dietro il MaaS è quello di offrire soluzioni di mobilità basate sulle esigenze di viaggio.

MaaS non si limita alla mobilità individuale: l’approccio può essere applicato anche alla circolazione delle merci, in particolare nelle aree urbane.

Il modello di abbonamento mensile presuppone che un numero sufficiente di utenti consumino mensilmente i servizi di trasporto pubblico per offrire un servizio di transito combinato.

Gli utenti pagano un canone mensile e ricevono servizi di transito in bundle, come ad esempio viaggi illimitati sul trasporto pubblico urbano, oltre a un numero fisso di chilometri di taxi.

Il modello Pay-as-you-go (modello basato su una carta prepagata) funziona bene in ambienti caratterizzati da un elevato numero di rider “one off” ovvero turisti e necessità occasionali che si ripetono con bassa frequenza.

I Maas non sono l’unica evoluzione nel contesto della mobilità e, probabilmente, il termine Self Driving Car suona più comune e familiare quando parliamo di nuove tecnologie applicate ai trasporti.

Le autovetture autonome sono dei veicoli in grado di rilevare l’ambiente e gestire la navigazione attraverso di esso senza l’intervento dell’essere umano: tali vetture rilevano i dettagli e le caratteristiche dell’ambiente mediante Radar, GPS e visione artificiale e sono in grado di aggiornare in maniera autonoma le proprie mappe, condividendo tali informazioni in cloud e mettendole a disposizione delle altre autovetture.

Si può ben immaginare quali player di mercato entrino in gioco in un contesto come questo dove non si parla solo di automotive ma anche e soprattutto di Information e Communication Technology: aziende quali Google e Apple hanno già sperimentato i loro prototipi e la vera sfida non riguarda i meri aspetti produttivi e di navigazione quanto piuttosto il paradigma etico e morale che si cela dietro ogni nuovo progresso tecnologico.

Abbiamo iniziato a chiederci se in futuro acquisteremo auto da Google piuttosto che da Mercedes ma, la vera domanda, dovrebbe essere riferita a chi risulta responsabile in caso di incidente: lo sviluppatore del codice che governa il veicolo e che ne prende decisioni? Il fornitore dell’infrastruttura che governa la connessione dell’auto in rete?

La vera sfida ha dei risvolti etici e morali e una varietà di domande alle quali non abbiamo ancora tutte le risposte: per questo motivo sono nati progetti quali “The Moral Machine” ovvero una piattaforma per raccogliere l’opinione verso queste tecnologie dal punto di vista dell’essere umano.

Attraverso una serie di scenari estremi, il MIT di Boston cerca di dare risposta a svariati dilemmi, così come c’è chi ipotizza che l’algoritmo che gestirà il veicolo a guida autonoma si modificherà a seconda della nostra morale, dei nostri principi etici e altri valori personali.

Una cosa è certa: oggi tali algoritmi non hanno ancora sviluppato quello che noi umani definiamo “buon senso”. Un essere umano non ci penserà due volte a oltrepassare la riga continua trovandosi un ostacolo di fronte ma cosa dovrebbe fare una self driving car? Infrangere il codice della strada per qualche istante o collidere con l’ostacolo rispettando le regole?

Filippo Scorza
Filippo Scorza

Ambassador, Future Activist

Filippo Scorza è bioingegnere e growth hacker, appassionato di nuove tecnologie e digital trasformation. Su Impactscool Filippo condivide e racconta la sua visione di un futuro open source.

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