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Cinque cose che abbiamo imparato dal Reuters Institute Digital News Report

27 agosto 2019 | Scritto da Chiara Boni

L’ascesa dei social media, il ruolo degli smartphone e l’onnipresente analisi populista: cosa c’è quest’anno nel più importante studio dedicato ai media digitali

Ogni anno il rapporto pubblicato dal Reuters Institute analizza nel profondo il mercato dei media digitali, contestualizzando le sfide e le difficoltà che tanto i giornalisti quanto il pubblico stesso devono affrontare. Dal ruolo chiave che i nuovi media svolgono in tutto il mondo, al passaggio sempre più chiaro dagli strumenti tradizionali alle nuove applicazioni, fino al comportamento dei lettori nei confronti delle notizie online, il rapporto traccia le nuove tendenze e prova a rispondere alle questioni più importanti del settore.

E per farlo quest’anno ha analizzato 75.000 persone in 38 Paesi diversi, che con l’aggiunta di ulteriori ricerche qualitative lo rendono il più completo studio dedicato al consumo di notizie nel mondo in circolazione.

Di seguito abbiamo raccolto i cinque trend più importanti evidenziati dal Reuters Institute Digital News Report del 2019.

 

I giganti della tecnologia hanno preso una batosta – ma non escono sconfitti

Dopo l’attacco terroristico di Christchurch, condiviso in live streaming e visualizzato milioni di volte, Facebook si è impegnato a creare un ambiente più sicuro e rendere la piattaforma meno esposta all’estremismo. Anche Instagram è corso ai ripari bannando contenuti particolarmente sensibili dopo lo scandalo generato dal suicidio di Molly Russel, quattordicenne inglese che si sarebbe tolta la vita dopo essere entrata in contatto con esplicite immagini di autolesionismo sul social network.

E anche YouTube non se la deve passare bene se uno dei portavoce è arrivato a dire che la piattaforma “non potrà mai dirsi sicura al 100%” commentando la notizia secondo cui un gruppo di pedofili raccomanderebbe video di minori nella sezione commenti.

Nonostante gli innegabili problemi, però, questi giganti della tecnologia sono ancora ai primi posti come fornitori di notizie, ci dice il Reuters Institute Report. Solo il 29% dei lettori online, infatti, dice di accedere alle home page dei siti di news direttamente, il 3% in meno rispetto all’anno precedente. Il report spiega anche che più della metà del campione analizzato, il 55%, accede alle notizie attraverso motori di ricerca, social media o aggregatori di news: tutto a beneficio dei già menzionati giganti tecnologici, e di un sistema che privilegia gli algoritmi prima delle persone.

 

La fiducia dei lettori è ancora in calo

Si parla di un calo del 2% rispetto all’anno scorso, che fa scivolare la fiducia verso le notizie a un misero 42%. E solo il 49% dei lettori ha dichiarato di fidarsi delle fonti di notizie utilizzate. La percepita affidabilità delle notizie reperite tramite motori di ricerca e social media resta stabile, ed estremamente bassa: appena il 23%. I dati ovviamente variano da Paese a Paese, con punte del 59% in Finlandia, del 58% in Portogallo e del 57% in Danimarca. In Italia raggiungiamo il 40%, classificandoci al ventunesimo posto.

Interessante è il dato relativo alla Francia, dove la fiducia verso le notizie è precipitata al 24%: un calo di ben 11 punti rispetto all’anno scorso, dovuto soprattutto alla copertura della questione dei gilet gialli, considerata insoddisfacente dai più.

Secondo il report, “La preoccupazione nei confronti della qualità delle notizie potrebbe tornare utile alle fonti di news considerate più affidabili”. Almeno il 26% degli intervistati dichiara di aver iniziato a fare affidamento solo su fonti più “rispettabili” e un altro 24% afferma di aver abbandonato del tutto quelle che nel corso dell’ultimo anno si sono rivelate dubbie. “Ma la scarsa fiducia nelle notizie in generale, e in molte fonti individualmente, sottolinea che non si tratta di uno sviluppo che aiuterà tutti nel settore”, si legge ancora nel report.

 

Non paghiamo abbastanza per l’informazione di qualità

Nonostante gli sforzi fatti dall’industria, nel corso dell’ultimo anno si è registrato “solo un piccolo aumento” relativo ad abbonamenti, membership o donazioni per accedere alle notizie online.

In cima alla classifica ci sono ancora una volta i Paesi nordici (con punte del 34% in Norvegia e del 27% in Svezia), mentre gli Stati Uniti restano stabili al 16%, dopo un grande salto in avanti nel 2017 che qualcuno aveva definito senza mezzi termini “The Trump Bump”.

La cattiva notizia è che anche nei Paesi in cui c’è la disponibilità di pagare per le notizie, la maggior parte del pubblico paga per un solo abbonamento, rinforzando la logica verticale del mercato. Per questo motivo, mentre i leader del settore continuano a crescere (il New York Times ha raggiunto 3,3 milioni di abbonati digitali, il Wall Street Journal 1,5 e il Washington Post 1,2) i giornali regionali faticano a imporre un modello a pagamento efficace. “La maggior parte delle persone non è pronta a pagare per le notizie online oggi e, in base alle tendenze attuali, sembra improbabile che lo sarà in futuro, almeno considerando il tipo di notizie a cui attualmente si può accedere gratuitamente”, spiega il report.

 

Sarà il settore audio a salvarci?

The Guardian, Washington Post, Politiken, AftenPosten, The Economist e Financial Times, per citarne solo alcuni: sono tantissimi gli editori che hanno lanciato podcast quotidiani nell’ultimo anno. Oltre un terzo degli intervistati (36%) ha dichiarato di aver ascoltato un podcast nell’ultimo mese. Ma solo uno scarso 15% afferma di averne ascoltato uno a proposito di cronaca, politica o notizie internazionali. I podcast attraggono soprattutto il pubblico più giovane: la metà degli under 35 ha ascoltato un podcast mensilmente rispetto a meno di un quinto degli over 55. Sono gli smartphone a guidare questa tendenza: nel Regno Unito, il 55% dell’ascolto dei podcast avviene tramite smartphone, una cifra che sale al 62% per i minori di 35 anni.

 

Populismo e media

La crescita dei movimenti populisti negli ultimi anni, se da un lato ha messo in crisi il sistema tradizionale dei partiti politici, dall’altro continua a sollevare domande per il giornalismo e il suo compito di rappresentare un pubblico ora difficilmente classificabile secondo le categorie più tradizionali.

Per questo motivo il Reuters Institute ha deciso di inserire nella sua analisi sul consumo dei media una nuova variante per valutare la “dimensione populista” degli intervistati.

In base a questa metrica, il report ha evidenziato che la fonte di notizie preferita da coloro che si definiscono populisti è la televisione. Un dato che confermerebbe quanto il ruolo dei social media sia stato sovrastimato nell’ascesa di Donald Trump rispetto a quello delle reti televisive di supporto come Fox News.

In generale, i populisti non sono né più né meno disposti a utilizzare i social media come fonte di notizie rispetto ai non populisti. Tuttavia, è più probabile che condividano e diffondano notizie attraverso i social media. I populisti tendono a preferire Facebook, mentre i non populisti gravitano verso Twitter. Secondo il report, nella maggior parte dei Paesi occidentali le dinamiche politiche divise tra sinistra e destra hanno ancora un impatto maggiore sulle scelte dei media rispetto agli atteggiamenti populisti.

Chiara Boni
Chiara Boni

Chiara Boni è Content Creator per Impactscool. Iscritta all’Ordine dei Giornalisti della Lombardia, è giornalista per la testata locale Pantheon Verona Network, per cui si occupa di intraprendenza femminile e attualità.

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