Future Society

Diritto alla privacy e contenimento delle situazioni emergenziali

13 marzo 2020 | Scritto da Alessandra Martina Ceppi

È giusto tracciare gli smartphone per contenere un’emergenza sanitaria?

Il 23 febbraio, Giulia Pastorella, cyber security strategist ed esperta di data policy, ha creato un piccolo sondaggio sul proprio profilo Twitter. “Secondo voi”, chiedeva rivolgendosi ai propri followers, “è giusta la proposta web di alcuni virologi di tracciare i cellulari per scoprire chi è entrato in contratto con infettati di coronavirus?”. Su 993 persone che hanno risposto il 27% ha affermato di essere d’accordo mentre, il 73% ha scelto “no”.

Gli italiani, ma non solo, nutrono timore nei confronti delle tecnologie che utilizzano il tracciamento; o almeno, questo è quello che sembrerebbe emergere a seguito di questo piccolo sondaggio. La percezione di quello che ci spaventa e le azioni che compiamo, corrispondono?

 

Realtà e percezione. Il 16° Rapporto sulla Comunicazione, uscito ad opera del Censis, il cui tema è “I media e la costruzione dell’identità”, racconta qualcosa di diverso: “impiegare i dispositivi digitali” commenta il rapporto “per dare una risposta concreta alle piccole necessità di tutti i giorni, dal lavoro allo studio, al tempo libero, per molti italiani è diventata una modalità operativa abituale. Ogni memoria digitale” continua il rapporto” può testimoniare l’esistenza di altrettanti cataloghi personalizzati dei bisogni degli utenti. Primo tra tutti, il bisogno di ottenere informazioni su strade e località: il 70% degli uomini e il 68,9% delle donne.”

Nonostante un sondaggio su Twitter non possa essere considerato una fonte massima di autorevolezza, siamo davanti ad un segnale che mostra la differenza di percezione verso una stessa tecnologia utilizzata con scopi differenti. Il rapporto sopra citato evidenzia come proprio le applicazioni che sfruttano il tracciamento siano le più utilizzate. Sempre nel medesimo rapporto del Censis, viene fatta una summa dei concetti chiave emersi nei rapporti dal 2011 al 2019 e uno dei temi fondamentali è la “primazia dello sharing sul diritto alla privacy: l’io è il contenuto e il disvelamento del sé digitale è diventata la prassi comune.”

 

Le tecnologie di tracking per controllare le situazioni di emergenza. A seguito della diffusione del virus COVID-19, tra la fine del 2019 e i primi mesi del 2020, in Cina, il primo Paese ad essere colpito dall’emergenza sanitaria, sono state adottare alcune misure di contenimento e controllo basate proprio sull’utilizzo di diverse tecnologie di tracking: in primo luogo sono state rese disponibili alcune applicazioni che mappassero le aree a rischio, altre, già esistenti, hanno inserito  delle opzioni che permettessero di vedere, immediatamente, dove fossero i contagiati e quali fossero i luoghi da evitare.

Questo momento storico molto particolare nella storia moderna dell’occidente solleva diverse domande: viene da chiedersi a cosa possiamo rinunciare in termini di diritti, privacy, informazioni e dati personali, per garantire la nostra sicurezza (o la percezione di essa).  Nel 2001, a seguito dell’attacco alle Torri Gemelle era successo qualcosa di molto simile: benché la tutela alla privacy sia una delle garanzie fondamentali che vengono offerte al cittadino in tutte le società democratiche, la lotta al terrorismo ha reso necessaria una revisione di alcune tutele in favore del mantenimento della sicurezza. La privacy, i diritti e il nostro stile di vita sono negoziabili a seconda delle situazioni in cui ci si trova a vivere e in favore del mantenimento del benessere collettivo.

La nostra idea di privacy si modifica in base al costo / beneficio garantito da alcune tecnologie. La narrazione in cui siamo immersi ci permette di avere visioni delle deroghe che facciamo al nostro diritto di privacy?

In Cina, dove comunque la gestione relativa allo sviluppo di determinate tecnologie è molto diversa da quella adottata negli Stati Uniti e ancora di più dall’Europa, Baidu ha sviluppato un software che, tramite l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, comprende, analizzando centinaia di migliaia di immagini, quali persone indossano la mascherina nelle aziende o nei luoghi pubblici.

Come anticipano nel tweet d’apertura, in Italia, alcuni virologi, hanno proposto di utilizzare gli smartphone per tracciare i percorsi di chi è entrato in contatto con i luoghi di contagio, di conseguenza, Antonello Soro garante per la protezione dei dati personali, non ha escluso questa possibilità. Una decisione che potrebbe creare un precedente di cui, sicuramente, in futuro dovremo tenere conto.

 

L’analisi costi benefici e la rinegoziazione del concetto di privacy. Negli ultimi dieci anni il concetto stesso di privacy è cambiato, sono cambiate le modalità in cui ci approcciamo ai nostri dati personali e gli strumenti che utilizziamo per proteggerli. Non sono stati solo gli avvenimenti a mutare il nostro rapporto con la nostra privacy, ma anche l’avvento dei social media e del commercio online. I nostri dati hanno un enorme valore economico per chi li possiede e li sa analizzare a dovere.

Ogni giorno, in modo più o meno consapevole, compiamo un’analisi costi benefici in cui, su una bilancia, vengono messi da un lato le opportunità che si traggono dal rinunciare ad alcune informazioni personali e dall’altro la paura di non sapere dove o come questi dati verranno utilizzati. In egual modo anche i cittadini cinesi si sono trovati a rinunciare a gran parte della loro privacy basandosi sulla promessa del governo di garantire ricchezza, sicurezza e stabilità, che purtroppo in occasione dell’epidemia sono venute meno. Loro stessi hanno avuto modo di toccare con mano che l’aver rinunciato ad alcuni diritti fondamentali, non li ha protetti: sono molti quelli che accusano il governo di non aver gestito in modo adeguato l’emergenza epidemiologica.

La percezione di pericolo che instillano alcune tecnologie, in opposizione al comprovato ed effettivo utilizzo che se ne fa ogni giorno, dimostrano l’esistenza di un rapporto ancora confuso con esse. Nel Report Digital 2020 creato dall’agenzia We Are Social in collaborazione con Hootsuite, si evidenzia che proprio i recenti scandali sulla privacy che hanno coinvolto i social media (a partire dal caso di Cambridge Analytica) hanno spinto gli italiani ad essere più cauti: il 52% ha espresso preoccupazione verso le fake news e il 59% riguardo il trattamento dei dati personali. Non solo, infatti, l’utilizzo di ad-blockers è arrivato al 40% e il 54% degli italiani si preoccupa di cancellare i cookies.

Gli italiani si stanno facendo le domande giuste e sono alla ricerca di strumenti che li aiutino a comprendere in modo sempre più approfondito a cosa rinunciano e cosa accettano in termini di privacy e di gestione dei dati. La strada è ancora lunga e il modo migliore per contrastare la paura verso qualcosa è conoscerla a fondo. La consapevolezza e la comprensione delle tecnologie che popolano le nostre vite potrà essere il vero volano per far convivere innovazione e protezione della nostra privacy.

 

Alessandra Martina Ceppi
Alessandra Martina Ceppi

Junior marketing & communication manager presso una software house milanese. Mi faccio sempre molte domande. Interessata all'impatto della tecnologia sulla vita delle persone e sul futuro.

leggi tutto