Future Society

Le app della rivolta

12 giugno 2020 | Scritto da Alessandra Martina Ceppi

Come cambia l’organizzazione e la gestione delle manifestazioni di protesta con l’evolvere della tecnologia.

In queste ultime settimane, a seguito dell’omicidio di George Floyd per mano di alcuni membri delle forze dell’ordine della polizia di Minneapolis, negli Stati Uniti, sono stati numerosi gli episodi di scontri (anche violenti); sia nel Paese ma anche in Europa e in altre parti del mondo, la protesta contro il razzismo si è unita diventando una sola voce. Le manifestazioni hanno lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica verso i tanti soprusi che le minoranze subiscono ogni giorno. La lotta al razzismo si fa per le strade, ma si organizza su computer, tablet e smartphone che sono diventati nuovi strumenti per il dissenso sociale e per la reclamazione dei diritti.

 

L’analisi di Vox sulle applicazioni della rivolta. Vox, popolare sito giornalistico statunitense, tramite la testata Recode, nei giorni scorsi ha pubblicato un articolo che raccontava le manifestazioni attraverso l’analisi delle applicazioni più scaricate su smartphone sia per iOS che per Android. La questione degli strumenti tecnologici utilizzati per organizzare raduni e proteste, soprattutto in Paesi dove il livello di controllo sui cittadini è estremamente elevato, era già emersa durante le proteste di Hong Kong che, passata l’ondata di Covid-19, si sono riaccese più intense che mai.

Ad esempio, nell’ottobre del 2019, Apple aveva deciso di rimuovere dal proprio store HKmap.live che veniva utilizzata ad Hong Kong per tracciare le attività della polizia. In particolare, in quella occasione, la rimozione era arrivata dopo che il quotidiano del Partito Comunista Cinese, People’s Daily, aveva criticato aspramente Apple di “intromissione” nei confronti di questioni politiche. Apple aveva spiegato la decisione di procedere alla rimozione tramite una nota in cui dichiarava che HKmap.live aveva violato le loro linee guida, venendo utilizzata in modo illegale. Ovviamente, anche a questa decisione erano seguite proteste, accuse e contro risposte.

La questione non è semplice, anzi, è molto più complicata di così. Entrano in gioco così tanti player con così tanti obiettivi diversi che è difficile districarsi ed avere una visione chiara. All’interno ci sono colossi del mondo tech che hanno interessi commerciali da proteggere, governi più o meno autoritari, la libertà personale degli individui e il loro diritto a protestare.

 

Quali sono le applicazioni e come agiscono? Tornando ai giorni nostri e agli USA, Vox ha analizzato i dati forniti da apptopia, per indagare  il ruolo della tecnologia nell’organizzazione delle proteste. Numeri record sono stati registrati nei download di applicazioni che servono per ascoltare le comunicazioni radio della polizia, ma anche applicazioni come Signal e Citizen; infine Twitter, nei giorni scorsi, ha registrato un numero di download giornalieri maggiore rispetto a Facebook e Instagram, cosa che normalmente non avviene. Twitter, lo spiegheremo meglio di seguito, si è andato a posizionare negli anni come l’applicazione dei giornalisti e dei politici ma anche come l’applicazione delle breaking news: il social network dove è più facile trovare velocemente informazioni riguardo a qualcosa che sta avvenendo anche in tempo reale.

Signal è un’applicazione di messaggistica privata molto simile a Telegram: il loro claim è “speak freely”. Addirittura, sul loro sito il primo consumer citato è Edward Snowden: “I use Signal every day”. Il loro core business è offrire un servizio, gratuito, focalizzato sulla privacy e sull’usabilità.

Citizen invece è un’applicazione che consente di monitorare la posizione della polizia in tempo reale, tale app viene utilizzata principalmente per pianificare e anticipare le azioni delle forze dell’ordine. In generale, l’utilizzo di questo tipo di applicazioni è molto controverso: da un lato ha portato il fondatore, Andrew Frame, ad essere accusato di aver agevolato ronde e controlli fai da te: le segnalazioni vengono inviate dai cittadini che diventano quindi delle vere e proprie sentinelle non autorizzate, creando spesso problemi sia agli interventi della polizia che successivamente durante le eventuali indagini. Dall’altro lato ovviamente, tutto ciò comporta una maggiore efficacia nelle riuscita del compimento di attività illecite.

Il tema è controverso in quanto ci sono problemi di privacy e, come già detto, di intromissione in azioni di polizia e forze dell’ordine; d’altronde è anche vero che proprio i video registrati con gli smartphone dai semplici cittadini sono stati l’unico strumento che ha permesso di venire a conoscenza degli abusi che la polizia ha compiuto nei confronti dei manifestanti; e soprattutto ha consentito di far emergere la verità sulla morte di George Floyd.

 

L’incredibile ruolo di Google Docs come strumento chiave per organizzare le rivolte. Il MIT Technology Review ha pubblicato un articolo molto interessante in cui ha portato alla luce il ruolo svolto da Google Docs nell’organizzazione delle proteste.

Nel corso degli ultimi giorni, ma come aveva già fatto anche in passato, Google Docs ha assunto la posizione di strumento tecnologico semplice ed immediato per condividere tutto: liste di libri che parlano di razzismo, di fondi e risorse per bisognosi e così via. I Google Docs condivisi possono essere visti e modificati da chiunque in forma anonima, anche per questo sono diventati uno strumento chiave in questo momento difficile che gli USA, ma non solo, stanno attraversando.

Nonostante sia nato nel 2012, è dal 2016 che Google Docs viene utilizzato con scopi politici e di protesta sociale: è servito anche per fornire supporto a cause molto famose come il movimento #metoo o per protestare contro i divieti all’immigrazione imposti dalle politiche protezioniste di Trump.

 

Le responsabilità dei social network e un nuovo futuro. Twitter nelle ultime settimane, anche a seguito delle prese di posizione nei confronti di Donald Trump, ha visto aumentare la propria popolarità e il proprio ruolo nell’attivismo e come fonte di breaking news. Inoltre, è sempre più marcata la posizione che i diversi social media stanno prendendo nei confronti del loro ruolo e delle responsabilità civili che, volenti o nolenti, hanno. Twitter ha etichettato come istigazione all’odio un post di Trump che riprendeva un vecchio slogan segregazionista; al contrario Facebook ha deciso di non assumere posizione: questo ha portato ad una contestazione interna dei dipendenti, senza precedenti.

In passato, anche TikTok è entrato in una bufera mediatica per le attività censorie perpetrate nei confronti dei detrattori del governo cinese; famosa la storia di Feroza Aziz, una diciassettenne statunitense, che era riuscita ad aggirare l’algoritmo e a parlare delle repressioni cinesi nei confronti dei musulmani fingendo di fare un make-up tutorial.

I social network hanno un ruolo politico, i grandi player del mondo tech hanno un ruolo politico e sociale: smartphone, algoritmi, Facebook, Instagram, Whatsapp e tutti gli altri, non appartengono ad un altro mondo, sono il nostro mondo. È sempre più chiaro che non esista un mondo virtuale e un mondo reale, ma un’unica realtà in cui le connessioni e i rapporti sono modulati tramite l’interazione con strumenti digitali di cui solo negli ultimi anni abbiamo iniziato a notare i lati negativi.

Ma, in accordo con quanto scritto da Luca Sofri, direttore del Post, “le “piattaforme” non sono editori ma non sono neanche “non editori”” e quindi bisogna iniziare a ripensarli in modo completamente diverso, guardando il tutto da una prospettiva nuova. “Le sfumature, le contraddizioni e i paragoni, sono inutili: è saltato tutto.”

Alessandra Martina Ceppi
Alessandra Martina Ceppi

Junior marketing & communication manager presso una software house milanese. Mi faccio sempre molte domande. Interessata all'impatto della tecnologia sulla vita delle persone e sul futuro.

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