Future Society

Il lato oscuro delle bioplastiche

30 gennaio 2019 | Scritto da Tommaso Spezzacatena

Le plastiche biodegradabili stanno rivoluzionando il settore, ma sono davvero ecosostenibili?

L’emergenza plastica in Europa è considerevole, si pensi che nel 2010, nei mari europei erano presenti circa 250 milioni di tonnellate di rifiuti (equivalente a circa 3000 Tour Eiffel) ed è per questo che l’Italia prima, con la legge di bilancio 2017, e il Parlamento europeo poi, con delibera di novembre 2018, hanno legiferato in ambito ambientale contro la plastica monouso.

Verso novembre 2018, infatti, è stata approvato dal Parlamento europeo un provvedimento che punta a bandire entro il 2021 numerosi prorotti plastici monouso, tra i quali posate, bastoncini cotonati, cannucce e bastoncini per palloncini che rappresenterebbero circa il 49% del totale inquinamento marino. Inoltre, nella stessa seduta il Parlamento europeo ha stabilito che entro il 2025, gli Stati membri dovranno raccogliere e riciclare il 90% delle bottiglie di plastica monouso per bevande, causa del 20% dell’inquinamento dei mari.

Contestualmente, nella legge di bilancio italiana del 2017, era stato previsto il divieto di vendita di cotton fioc con bastoncino plastico dal 1 gennaio 2019, rendendo così l’Italia il primo paese europeo ad attuare questo tipo di provvedimento, e dal 2020 l’obbligo di eliminare dai cosmetici la presenza di microplastiche.

Il sostituto. Ora la questione è: con cosa dovrebbero essere sostituiti? La risposta è semplice: con prodotti biodegradabili. Ma non è detto che sia un bene per l’ambiente. Infatti, biodegradabile non vuol dire per forza ecosostenibile in quanto bisogna considerare le risorse utilizzate per produrre l’oggetto in questione, in particolare dobbiamo pensare al suolo e all’acqua, ad oggi due risorse fondamentali e molto precarie.

Andiamo con ordine: la maggior parte dei prodotti biodegradabili sostitutivi alla plastica derivano da scarti alimentari o da prodotti agricoli lavorati, come mais o canna da zucchero.

Nel primo caso non c’è nulla da dire: aziende come la tedesca Kaffeeform, che utilizza i fondi del caffe per realizzare tazze e tazzine usa e getta, oppure l’italiana Orange Fiber, che realizza tessuti simili alla seta dagli scarti dell’industria agrumicola, partono dagli scarti per realizzare nuovi prodotti innovativi ed ecosostenibili. Un modello virtuoso, quindi, che utilizza una risorsa improduttiva e di scarto, già esistente ma inutilizzata.

Nel secondo caso, invece, ci sono da fare alcune considerazioni. Infatti, se pur questi prodotti non ledono l’ambiente in termini di smaltimento (impiegano pochi mesi a scomparire al contrario della plastica che necessita di circa 1000 anni) lo danneggiano in termini di produzione. 

La bioplastica con il mais e la canna da zucchero. A oggi, per produrre 1kg di Pet, acronimo che sta per Polietilene tereftalato (che per intenderci è la plastica con la quale sono realizzate le bottiglie), sono necessari circa 2kg di petrolio e 17,5 litri d’acqua, quantità sufficiente per produrre 25 bottiglie da 1,5 litri.

Il mais e la canna da zucchero, al contrario, sono prodotti che necessitano di un’enorme quantità d’acqua e di suolo coltivabile. Entrando nello specifico, secondo uno studio dell’Università Sant’Anna di Pisa per produrre 1kg di mais sono necessari circa 900 litri d’acqua virtuale, l’acqua che si ha prendendo in considerazione sia l’utilizzo diretto che quello indiretto del consumatore o del produttore. Per ottenere 1 kg di PLA (la plastica derivata dal mais) servono circa 2,5kg di mais e quindi, tornando quindi all’esempio di prima, per produrre 25 bottiglie di bioplastica servirebbero 2250 litri d’acqua.

Parlando della canna da zucchero, la situazione è forse ancora peggiore. Nel complesso, infatti, oltre all’elevato consumo di acqua necessario alla coltivazione della pianta, va considerato che questa necessita di climi caldi per sopravvivere: non a caso la maggior parte delle colture di canna da zucchero si trovano nell’area equatoriale, già duramente colpita dalla deforestazione.

Come abbiamo visto, quindi, la produzione di queste bioplastiche non è “a costo zero” e produrrebbe alcuni seri problemi per l’ambiente: l’acqua utilizzata per la produzione aumenterebbe, così come il suolo destinato all’agricoltura, andando a compromettere soprattutto quelle “zone umide” del pianeta come il Sud-Est asiatico e la regione del Congo, già oggi minacciate dalla deforestazione a causa della coltivazione delle palme.

Per quanto riguarda il consumo d’acqua dobbiamo ricordare che l’Europa è considerata un’area a medio-bassa densità d’acqua pro-capite (con una media che varia dai 2000 ai 5000 litri a persona annui) e che, come nel caso dell’Italia, la maggior parte delle acque potabili dell’Europa continentale dipendono dai ghiacciai alpini, che però si stanno ritirando sempre di più.

La condizione dei coltivatori e il rischio della criminalità. Un ultimo aspetto da considerare è la condizione dei lavoratori. Abbiamo ricordato come questi prodotti agricoli siano principalmente coltivati con il metodo del latifondo da grandi compagnie, che non di rado si avvalgono del Land Grabbing (sottrarre la terra ai coltivatori locali) o concedono condizioni alquanto discutibili ai loro coltivatori, come nel caso delle piantagioni di caffe. Dal rapporto sulle ecomafie di Legambiente del 2018, infine, sappiamo che la filiera corta in agricoltura riduce il rischio d’infiltrazioni da parte della criminalità organizzata.

Ben vengano leggi ambientali a tutela dei nostri mari e anche gli studi per trovare metodi alternativi nella produzione di plastiche eco sostenibili. La vera innovazione, però, sarà riuscire a realizzare materiali plastici da scarti alimentari che in Europa non mancano considerando che circa un terzo della frutta e verdura prodotte ogni anno viene buttata.

Tommaso Spezzacatena
Tommaso Spezzacatena

Tommaso Spezzacatena è attualmente iscritto al 3 anno della facoltà di Economia e Commercio a Torino. Da sempre appassionato di innovazione e futuro e in particolar modo al campo della robotica, Tommaso collabora con un giornale che parla di startup e nuove tecnologie. Da maggio 2018 è diventato ufficialmente Future Activist.

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