Future Society

Utopie moderne e lavoro: «Robot del mondo, unitevi!»

10 maggio 2018 | Scritto da Cristina Pozzi

Karl Marx nacque 200 anni fa ma il suo pensiero è ancora attualissimo e sta vivendo una rinascita per mezzo della quarta rivoluzione industriale. Dalla Silicon Valley alla Cina molti esperti di tecnologie e intelligenza artificiale, in modo più o meno esplicito, riprendono e fanno loro il pensiero marxiano e lo ripropongono sotto una nuova luce

 

A dispetto della strumentalizzazione fatta dal regime totalitario comunista, il pensiero di Karl Marx è in grado di cogliere con profondità alcuni dei temi cardine del dibattito moderno sul lavoro e sul nostro sistema economico. A 200 anni dalla sua nascita,i media di tutto il mondo stanno dando largo spazio al geniale pensatore rispolverando con l’occasione il suo apporto, attualissimo, al campo dell’economia politica.
Il Marx attivista politico forse non è riuscito a comprendere come influenzare il futuro con il suo materialismo storico, tanto da trovarsi a modificare il proprio approccio nelle diverse fasi del suo pensiero, reagendo al corso degli eventi.
Non possiamo negare, però, che una delle sue grandissime doti sia stata certamente l’acuta capacità di osservare il presente e di coglierne le tendenze da piccoli e grandi segnali di cambiamento, dei quali si è reso interprete con il suo lavoro intellettuale.

Marx, comunismo e l’intelligenza artificiale: una visione cinese
In un recente articolo uscito sul Washington Post , Feng Xiang, professore universitario esperto di legge, ha introdotto il tema della disoccupazione derivante dalla crescente applicazione dell’intelligenza artificiale nel seguente modo: «La sfida più importante che i sistemi socio-economici affrontano oggi è l’arrivo dell’intelligenza artificiale. Se l’IA rimane sotto il controllo delle forze di mercato, porterà inesorabilmente a un oligopolio super-ricco di miliardari di dati che raccolgono la ricchezza creata da robot che spostano il lavoro umano, lasciando dietro di sé una massiccia disoccupazione.»
Questa, secondo la sua visione, non sarebbe l’unica evoluzione possibile e la risposta sarebbe proprio in mano all’economia socialista cinese. Infatti, «Se l’IA assegna razionalmente le risorse attraverso l’analisi dei big data e se i robusti feedback loop possono soppiantare le imperfezioni della “mano invisibile” condividendo equamente la vasta ricchezza che crea, un’economia pianificata che funziona effettivamente potrebbe finalmente essere realizzabile.»
L’intelligenza artificiale sarebbe, dunque, lo strumento ideale per porre fine al capitalismo.
Feng Xiang auspica una nazionalizzazione dell’intelligenza artificiale e delle soluzioni tecnologiche più innovative come unica via per evitare una disoccupazione tecnologica di massa.
L’articolo chiude provocatoriamente così: «Se correttamente regolata in questo modo, dovremmo celebrare, non temere, l’avvento dell’IA. Se viene portata sotto un controllo sociale, renderà i lavoratori liberi dal dedicare il proprio tempo e all’arricchimento di chi sta in cima. Il comunismo del futuro dovrebbe adottare un nuovo slogan: “Robot del mondo, unitevi!”».

Marx e le macchine
Se Marx non ci ha certamente parlato di intelligenza artificiale essendo vissuto un secolo prima del suo sviluppo, non possiamo dire lo stesso dell’automazione in genere.
Ma procediamo con ordine per capire meglio il pensiero del filosofo politico.
Il capitalismo ha, secondo Marx, alcune macro tendenze intrinseche nel sistema e una di queste è quella dell’automazione. Egli osserva, infatti, che, al fine di aumentare i guadagni, il capitalista si trova in un certo senso obbligato ad aumentare la produttività e può farlo aggiungendo ore complessive lavorate, oppure investendo i propri guadagni nell’innovazione del processo produttivo. Questo significa puntare su tecnologia e automazione che permettono di rendere più efficiente il processo e di abbassare il costo del personale.
Si crea così un meccanismo a ondate per cui si liberano risorse (lavoratori) che entrano a far parte di quello che Marx chiama “l’esercito industriale di riserva” per poi essere riassorbite in una fase successiva di aumento della produzione, fino a che non si innesta una nuova fase. Il numero di persone reinserite, però, è inferiore a quello dei lavoratori esclusi nella prima fase e il risultato, quindi, è che questo esercito con il tempo diventa sempre più. Per dirlo con le parole di Stefano Petrucciani (Marx, Carocci Editore): «(…) a prevalere sarà certamente la seconda tendenza, cioè quella verso la crescente creazione di manodopera eccedente, ma essa non si affermerà in modo lineare, bensì attraverso un processo ciclico di contrazione ed espansione della manodopera eccedente stessa.»
Ecco che la tendenza all’automazione porta alla cosiddetta “disoccupazione tecnologica” tanto discussa nel mondo contemporaneo.
Marx, però, non si ferma qui e, tra l’altro, ne trae come conclusione che un mondo ormai schiavo della legge di accumulazione capitalistica non potrà che portare a una centralizzazione dei capitali nelle mani di pochi grandi attori. Tendenza a dir poco innegabile.

Affrontare il problema guardando nella giusta direzione
Attenzione però: come ci ricorda Petrucciani, se leggiamo il Capitale saremo richiamati all’ordine. L’equazione non sarebbe «più macchine = più disoccupazione» ma «sistema capitalistico = disoccupazione e alienazione». Il punto interessante è che, secondo Marx, dobbiamo guardare al sistema economico e non all’automazione per trovare la vera causa del problema, come ricordato anche dai due MIll, McCulloch, Torrens e Senior.
Dovremmo, quindi, partire da un’attenta osservazione della società più che dalla tecnologia per comprendere il problema e provare a risalire al suo nucleo principale.
Capitalismo o no quello che è importante sottolineare a mio avviso qui è che, per analizzare il problema della disoccupazione tecnologica, dovremmo iniziare a guardare all’uomo e non alla macchina. Perché è solo tentando di comprendere la nostra natura che possiamo provare a delineare le evoluzioni future tenendo ben fermi i nostri valori fondamentali.
Importante in questo senso è proprio la visione di futuro che vogliamo porci come obiettivo raggiungibile.
Tornando a Marx, uno degli aspetti più discussi da Hannah Arendt rispetto al sistema da lui costruito, è proprio la visione del futuro. A suo dire sarebbe contraddittorio aver individuato nel lavoro la caratteristica principale della natura umana e aver delineato un andamento della storia in continuo mutamento, per poi immaginare e auspicare un futuro statico dove l’uomo si libera dal lavoro. Secondo Marx, infatti, nella fase finale della storia, ci troveremmo a vivere in un mondo dove, per citare di nuovo Petrucciani «cessano la miseria e l’antagonismo e subentrano “libero sviluppo delle individualità” e “la riduzione del lavoro necessario alla società ad un minimo, a cui corrisponde poi la formazione e lo sviluppo artistico, scientifico ecc. degli individui grazie al tempo divenuto libero e ai mezzi creati per tutti loro”.»
Non possiamo non notare che queste parole potrebbero essere state pronunciate oggi in Silicon Valley da uno dei tanti sostenitori del concetto di reddito di cittadinanza universale al fine di fornire un sostegno economico a coloro che perderanno il lavoro in favore di algoritmi e macchine. Chi è di questa filosofia sostiene, infatti, che vivremo in un mondo di abbondanza e che ci dedicheremo all’arte, alla conoscenza e alla cultura, liberi finalmente dal lavoro una volta per tutte.
Ma siamo certi che sia questa l’unica opzione? Quante civiltà del passato avevano classi sociali perfettamente in grado di dedicarsi all’accrescimento personale nel proprio tempo libero e non hanno creato innovazione, arte e cultura?
Qual è davvero la natura umana che prevarrebbe in una situazione del genere? Solo comprendendo se l’operosità e il lavoro siano parte fondamentale della nostra natura potremo davvero capire se possiamo immaginare una società libera da lavoro e fatica. Dobbiamo dunque guardare nella giusta direzione per approcciare il problema.
Ripartiamo, dunque, dalla natura umana, dalla società e dai bisogni sulla base dei quali si è sviluppata come è oggi e cerchiamo di immaginare nuove forme di interazione sociale, nuove modalità di fare impresa e di concepire il lavoro come espressione della nostra personalità più intima.
Quando si innova è sempre essenziale non perdere di vista il bisogno a cui una determinata soluzione è in grado di rispondere per trovarne di nuove. Quando parliamo di innovare il mondo del lavoro dovremmo partire dallo stesso presupposto, per riuscire a dare una risposta che sia duratura e veramente realizzabile.

Cristina Pozzi
Cristina Pozzi

Contributor

Cristina Pozzi è imprenditrice nel settore profit e no profit, speaker, advisor e angel investor. Su Impactscool Cristina scrive di innovazione e di tecnologia, con particolare attenzione alle possibili implicazioni morali e filosofiche.

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