Cambiamento climatico e ambiente

La COP24 raccontata da chi c’era

25 gennaio 2019 | Scritto da La redazione

La conferenza sul clima che si è svolta in Polonia a dicembre ha avuto esiti contrastanti. Ne abbiamo parlato con Eleonora Cogo, presente alla COP24

Sono state due settimane intense, fatte di trattative e negoziati, quelle che hanno interessato i circa 30mila delegati provenienti da tutto il mondo che hanno partecipando alla Cop24, la conferenza dell’ONU sul clima che si è svolta a Katowice, in Polonia, dal 3 al 14 dicembre. Ci si aspettava molto da questo incontro, anche perché la situazione fotografata dalle ultime ricerche lascia poco spazio alle interpretazioni: ci resta poco tempo per salvare il pianeta. Alcuni Paesi, però, non sembra abbiano compreso la gravità della situazione e durante la Conferenza si sono tirati indietro o hanno addirittura fatto ostruzionismo. Ma cosa è successo davvero durante le due settimane di Cop24? Quali sono i risultati di questo incontro? Lo abbiamo chiesto ad Eleonora Cogo, Senior Scientific Manager della divisione Climate Simulation and Prediction del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, CMCC.

La Cop, o Conferenza delle parti, è un incontro annuale che riunisce i rappresentati dei Paesi firmatari del UNFCCC, la Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, firmata in occasione del summit per la Terra di Rio de Janeiro del 1992. A partire dal 1995, anno della prima Cop, che si è svolta a Berlino, i delegati analizzano la situazione e discutono le azioni da mettere in campo per fronteggiare il cambiamento climatico.

La Cop24 è arrivata a pochi mesi di distanza dalla pubblicazione del report del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC), che ha denunciato la gravità della situazione e invitato a un rapido ed efficace cambio di rotta per ridurre le emissioni di anidride carbonica, tra i principali gas responsabili dell’effetto serra e del conseguente aumento delle temperature. I più ottimisti speravano quindi nella volontà comune e totale di accelerare il processo di decarbonizzazione, accogliendo di fatto i suggerimenti contenuti nel rapporto. Ma non tutti sono stati di questo avviso: “Stati Uniti, Arabia Saudita, Russia e Kuwait – ci ha spiegato Eleonora Cogo – volevano semplicemente ‘prendere nota’ del report dell’IPCC e non “accoglierlo” a pieno titolo, questo avrebbe significato un pieno riconoscimento dei risultati e delle raccomandazioni contenute nel rapporto”.

La nota lieta della Cop24 riguarda la definizione del cosiddetto “Rulebook”, il pacchetto di regole che renderà operativo l’Accordo di Parigi. “Questo era l’obiettivo principale della conferenza – ha proseguito Cogo – e un risultato per nulla scontato, viste le posizioni ancora molto lontane alla vigilia del summit su temi cruciali come ad esempio quello della differenziazione tra paesi industrializzati e in via di sviluppo, oltre alle numerose complessità tecniche contenute nelle 300 pagine di testo da definire. Da notare che tutte le decisioni vengono prese all’unanimità, quindi un solo Paese può bloccare l’accordo, com’è avvenuto nel caso del Brasile che si è opposto a regole stringenti per evitare il doppio conteggio di emissioni nei meccanismi volontari di mercato. La decisione su questo punto dell’Accordo è rimandata all’anno prossimo.”

“Tra i risultati più rilevanti – continua Cogo – c’è sicuramente la definizione di regole comuni per comunicare gli impegni di riduzione delle emissioni e per contabilizzare i risultati raggiunti, questo permette sia di comparare azioni nel tempo che i contributi dei singoli paesi. Dal 2024 tutti i paesi utilizzeranno lo stesso sistema di reportistica per fornire informazioni sui propri livelli di emissioni di gas serra e il monitoraggio dell’implementazione/raggiungimento dei propri obiettivi di riduzione delle emissioni. I paesi sviluppati, inoltre, dovranno fornire anche informazioni sul supporto fornito ai paesi in via di sviluppo”.

Questo, però, non può essere un punto di arrivo ma un punto di partenza: “Il rapporto dell’IPCC – ha aggiunto Cogo – dice che gli attuali impegni di riduzione delle emissioni assunti dai paesi non sono sufficienti per limitare il riscaldamento del nostro pianeta a 1.5°C. Gli obiettivi attuali porterebbero a 52-58 GtCO2 all’anno nel 2030, circa il doppio rispetto ai 25-30 GtCO2 nel 2030 previsti dagli scenari IPCC per evitare un innalzamento della temperatura globale oltre 1.5°C”.

Molto, come spesso accade, passerà da finanziamenti e investimenti dei singoli Paesi. Anche su questo tema, purtroppo, non sembra esserci compattezza: se, da un alto, i Paesi industrializzati si sono impegnati a mobilizzare 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020 per il clima, dall’altra alcuni Stati si sono tirati indietro. Per citare alcuni esempi, l’Australia ha annunciato che non contribuirà più al Green Climate Fund, per il quale ci sarà una nuova fase di raccolta fondi nel 2019, mentre proprio alla COP Germania e Norvegia hanno annunciato l’intenzione di raddoppiare i propri contributi al fondo.

Il ruolo della ricerca. In questo quadro, poco rassicurante sul piano politico, si attendono nuove risposte anche dalla ricerca scientifica. Agli studiosi di tutto il mondo spetta il delicato compito di aumentare la consapevolezza dei governi sulla criticità della situazione, attraverso nuove ricerche e pubblicazioni, e di provare a individuare soluzioni innovative per provare ad arginare il problema.
Il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, CMCC, ha partecipato alla COP24 anche con tre side events, nel corso dei quali sono stati illustrati i principali risultati e le idee innovative dei progetti INNOPATHS, CLARA, e COACCH. “IL CMCC cerca di metter insieme competenze e ruoli diversi, per favorire quella collaborazione che è necessaria ad affrontare problemi urgenti e complessi come quelli legati ai cambiamenti climatici – ha concluso Eleonora Cogo – In particolare, a Katowice si è discusso di strategie ottimali per una società low-carbon, del ruolo della finanza per costruire servizi e infrastrutture che possano proteggerci dagli impatti dei cambiamenti climatici, il ruolo delle foreste e il pericolo degli incendi. Tutti temi in cui le scienze del clima danno un contributo essenziale affinché decisori sia del settore pubblico che privato, possano prendere decisioni scientificamente fondate.”

La redazione
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