Pianeta Terra e Spazio

L’emergenza climatica mette a nudo l’Everest

7 giugno 2019 | Scritto da Alberto Laratro

L’Everest potrebbe essere, fra i luoghi più estremi, uno dei più inquinati e il riscaldamento globale rivela cose rimaste a lungo nascoste sotto la neve

È un trend che gli sherpa stanno osservando sempre più spesso: ogni anno la neve, sul monte Everest, sembra meno spessa e in alcuni punti, fra il bianco brillante della neve immacolata, spuntano sprazzi di giallo fosforescente, di verde foglia, di blu oceano. Colori estranei a questo mondo gelato che punteggiano i luoghi dove gli scalatori – che ogni anno aumentano – lasciano immondizia, attrezzatura usata e, purtroppo qualche volta, la vita. Con il riscaldamento globale ritrovamenti del genere sono sempre più comuni e il riaffiorare di spazzatura, rifiuti e corpi pone un serio problema di salute per il Nepal.

 

Una sorpresa poco piacevole sotto la neve. Ogni scalatore, si stima, lascia sul monte più alto del mondo fra i 10 e i 15 kg di spazzatura, feci incluse. Proprio quest’ultime pongono il problema più grave, con lo scioglimento della neve i batteri presenti al loro interno, prima congelati e inermi, ritornano attivi e filtrando nel terreno arrivano fino alle falde acquifere della zona: non sono rari, fra gli scalatori e gli abitanti dei villaggi a valle, casi di malattie intestinali. Trasportare questi escrementi fino alle pendici della montagna è un lavoro quasi impossibile, che in parte ricade sulle spalle degli infaticabili sherpa, che li trasportano in speciali fusti blu.Con l’aumentare dei turisti e lo scioglimento delle nevi che rivela nuovi depositi, forse vecchi di decenni, sono però necessarie soluzioni nuove e permanenti. Una di queste è il Mount Everest Biogas Project, che prevede la costruzione di un impianto a biogas in miniatura capace di gestire i rifiuti umani e al contempo generare metano utilizzabile dai campi base per il riscaldamento e la cottura di cibo.

 

Una montagna di rifiuti. Non è un problema di sola salute. Tutto attorno ai diversi campi base che fungono da tappe si moltiplicano discariche di materiali, lattine, plastica lasciate dagli scalatori, dozzine e dozzine di buche ampie fino a 100 metri quadrati. Rifiuti che è difficilissimo recuperare: all’altezza dei campi base più alti gli elicotteri non possono arrivare, l’unica via è sulle spalle degli sherpa. Per questo motivo il governo nepalese ha organizzato una spedizione di 3 mesi con 14 uomini con il compito di recuperare 10 tonnellate di spazzatura, un compito gravoso che va fatto per preservare l’ambiente dell’Everest.

 

Tristi ritrovamenti. Soprattutto verso l’ultimo campo base e sul percorso verso la cima, sopra i 6000 metri, c’è un altro tipo di ritrovamento, decisamente più macabro. Si tratta dei corpi degli scalatori che non ce l’hanno fatta, che devono rimanere dove sono caduti in quanto cercare di recuperarli metterebbe a rischio la vita di altre persone. Nonostante questo, spesso le famiglie degli scalatori fanno pressioni e sono disposte a pagare decine di migliaia di dollari per poter riavere le salme dei propri cari.

La crisi climatica sta modificando rapidamente l’aspetto dell’Everest e di tutta la catena dell’Himalaya, il limite delle nevi perenni si sposta sempre più in alto, lasciando dietro il simbolo dell’arroganza umana sotto forma di rifiuti.

Alberto Laratro
Alberto Laratro

Laureato in Scienze della Comunicazione e con un Master in Comunicazione della Scienza preso presso la SISSA di Trieste ha capito che nella sua vita scienza e comunicazione sono due punti fermi.

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