Robotica e AI

La robotica in Italia, presente e prospettive

6 settembre 2018 | Scritto da La redazione

Le installazioni di robot in Italia sono in netto aumento. Ma cosa c’è dietro a questi dati? Lo abbiamo chiesto al docente Paolo Fiorini, con cui abbiamo parlato del presente e del futuro della robotica

L’Italia sembra credere molto nella robotica. A dirlo sono i dati preliminari della Federazione robotica internazionale, IFR, che hanno evidenziato un incremento deciso degli investimenti delle aziende del Belpaese in questo settore. Nel 2017, infatti, i robot in Italia sono aumentati di oltre mille unità, arrivando in totale a circa 8.000. Una crescita più alta del 19% rispetto a quella del Giappone, doppia rispetto alla Germania e addirittura tre volte quella degli Stati Uniti. Dati che hanno portato l’Italia all’ottavo posto mondiale in termini di installazioni totali, in una classifica dominata dalla Cina, vera e propria superpotenza del settore. Ma cosa ci dicono questi dati? Ne abbiamo parlato con Paolo Fiorini, docente di Robotica del dipartimento di Informatica dell’università di Verona e direttore del laboratorio Altair, con cui abbiamo analizzato la situazione attuale e provato a delineare gli scenari futuri e i lori risvolti economici ma, soprattutto, sociali.

Professor Fiorini, i dati dell’IFR ci dicono che in Italia il settore della robotica è in grande crescita. Cosa significa e quali sono le conseguenze?

In realtà bisogna subito specificare che questi dati sono un po’ “dopati”, perché nell’ultimo periodo le aziende hanno avuto grossi incentivi per il rinnovamento del parco macchine. Questo ha portato due conseguenze, una positiva e una, invece, negativa. Da un lato questi nuovi macchinari migliorano la produzione, in termini di quantità ma anche di precisione. Dall’altra, però, in Italia non c’è personale in grado di gestire tutte queste macchine a causa di carenze strutturali del mondo universitario e dell’istruzione più in generale. Non ci sono ingegneri, ma nemmeno professionisti informatici e alcuni dei progetti nati per favorire la formazione in questi ambiti sono falliti: basti pensare ai corsi di specializzazione avanzata post diploma nato qualche anno fa e rivolto agli studenti usciti dagli Istituti tecnici, che hanno pochi iscritti tanto da rischiare la chiusura in molte città.

Ha accennato al tema del mondo del lavoro. La paura di molti è che siano a rischio dei posti. Lei cosa ne pensa?

Credo che quello del lavoro rappresenti un tema molto importante. Partiamo da un numero: il costo orario di un robot impiegato nella produzione è di 4 Euro all’ora. Non ci sono confronti con la tariffa oraria di un operaio dei Paesi industrializzati ed è una cifra molto simile a quella dei lavoratori dei Paesi in via di sviluppo. Per quanto riguarda il ritorno economico, quindi, il robot è più vantaggioso e potrebbe sostituire le persone in carne e ossa. Ovviamente bisognerà capire per quali tipi di lavoro e qui dovremmo aprire una parentesi molto lunga.
Quello che vorrei sottolineare, invece, è la necessità di “educare” la classe imprenditoriale: non si può pensare a una sostituzione macchina-persona senza preoccuparsi delle conseguenze e di come potrebbe evolvere la società nel giro di 5-10 anni. Quello che è il guadagno dell’azienda si trasformerebbe in costo sociale perché ci saranno persone senza lavoro e che devono essere riqualificate. Io mi sto battendo per cercare di favorire l’affiancamento delle persone ai robot, con un costo leggermente maggiore per l’azienda ma un grande beneficio in termini di qualità ed efficienza e un’importante funzione sociale. La macchina non deve essere vista come un sostituto ma come un aiuto.
Infine, elemento da non trascurare, se fossero utilizzati in quest’ottica, i robot potrebbero riavvicinare i giovani a professioni che oggi non vogliono più fare.

In che modo?

Porto un esempio concreto. C’è una società di Venezia, con artigiani di alto livello, che non riesce a trovare giovani apprendisti per sostituire le persone prossime al pensionamento. Stanno quindi cercando di inserire nel processo produttivo le macchine automatiche, da affiancare ai lavoratori. Il robot, in questo caso, aiuta a preservare lavoro e competenze che altrimenti rischierebbero di sparire. Ma questo parziale “passaggio di consegne” potrebbe rendere questa attività molto più attraente anche per i giovani, che si formerebbero dal punto di vista tecnico e informatico per essere in grado di utilizzare i robot. Competenze che, in futuro, potrebbero spendere anche per altri lavori. Quindi, se si riuscisse a spingere per l’affiancamento tra macchine e persone ci sarebbero vantaggi molteplici.  

Uno dei settori in cui l’interazione robot-persone è proficua è quello della chirurgia robotica. Un modello che funziona, dunque.

Quella in ambito chirurgico è una robotica molto particolare, non è legata alla produzione e si rivolge a degli utenti specifici e competenti. Fino a oggi si è sempre presentata come un ausilio al medico: possiamo considerarlo un “bisturi meccanizzato” che costa qualche milione di euro in più rispetto a quello tradizionale. Il vantaggio è che la classe medica in generale è ben disposta verso queste macchine, perché consente di alleggerire i carichi di lavoro e, allo stesso tempo, offrire un servizio di qualità e precisione. Per quanto riguarda le prospettive del settore, molto dipenderà dall’abbassamento dei costi delle macchine: oggi è un settore di nicchia, gli interventi di chirurgia robotica sono lo 0,5% degli interventi totali fatti nel mondo. A breve, però, arriveranno nel mercato nuove macchine, speriamo che la maggiore competizione porti anche un abbassamento dei costi.

La robotica deve saper parlare anche con altre tecnologie. Nel caso di BBZ, spin off dell’Università di Verona con cui collabora, il legame è tra robotica e realtà virtuale. Ce ne parli.

Lo spin off del dipartimento di informatica affronta un problema a monte, cioè quello dell’addestramento: i robot chirurgici sono utilizzati prevalentemente da chirurghi esperti, particolarmente inclini alla tecnologia. Noi abbiamo creato un sistema di addestramento per allenare i medici: questo consente una formazione di alto livello e permette ai chirurghi di affrontare l’intervento vero e proprio più preparati.

Come vede il futuro della robotica, da qui a 30 anni?

Penso che lo sviluppo della robotica prenderà due direzioni distinte: da un lato la robotica di massa per i sistemi di produzione, con macchine in grado “solo” di eseguire lavori ripetitivi e meccanici, con mansioni che vanno dall’impiego in fabbrica alla raccolta ed elaborazione di dati. Dall’altra c’è il settore professionale, che avrà numeri più bassi, ma le prestazioni delle macchine saranno più alte: la chirurgia rientra in questa sfera, così come l’assistenza, la riabilitazione, ispezione e controllo e così via. Anche l’evoluzione dei droni potrà rientrare in questo ambito, nel bene e nel male.
La vera chiave per lo sviluppo di questo settore specifico sarà l’autonomia di queste macchine: intelligenza artificiale e apprendimento saranno impiegate soprattutto in questo contesto.

La redazione
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