Robotica e AI

Perché prendiamo a cuore i robot

24 giugno 2019 | Scritto da Alberto Laratro

Da Wall-E a Sophia, passando per Atlas della Boston Dynamics, scopriamo perché l’aspetto dei robot è così importante per il nostro futuro assieme a loro

La scorsa settimana è diventato virale un video che mostrava un robot che veniva maltrattato, in maniera esagerata e a volte comica, da dei presunti ricercatori. Chiaramente si trattava di una parodia: la clip, infatti, imitava quelle diffuse dalla Boston Dynamics in cui i membri del team di ricerca cercano di impedire – a volta anche in maniera leggermente brusca – ad uno dei loro robot di svolgere il suo compito, per vedere come reagisce a interruzioni e incidenti. Ciò che ha scatenato questo video “fake”, però, è molto interessante. In molti nei commenti hanno preso a cuore la condizione del robot maltrattato, come se si trattasse di una persona, ma perché ci dovrebbe interessare come viene trattato un oggetto inanimato?

 

Una questione di umanità. Il motivo per cui ci colpisce vedere un robot dall’aspetto anche vagamente umano che viene maltrattato è legato proprio alle sue sembianze, simili alle nostre. Questo fenomeno, chiamato antropomorfizzazione, è ci porta infatti a riconoscerci e provare empatia verso un’entità che abbia caratteristiche che ci permettano di attribuirgli un certo grado di coscienza. Si tratta di un ambito molto studiato e sfruttato per attivare una risposta empatica: dalle mascotte ai personaggi dei cartoni animati, passando per la mitologia, il rendere umano un oggetto, un animale o un concetto ci permette in qualche modo di renderlo nostro.

Basta aggiungere un paio di occhi, una bocca e magari delle braccia e anche un sasso diventa un personaggio con cui identificarsi e il motivo per cui ci riusciamo è legato a una nostra particolare capacità, la pareidolia.

 

Una tigre nella boscaglia, un santo in una patatina. Quando centinaia di migliaia di anni fa eravamo facile preda di animali ben più attrezzati di noi nello scontro corpo a corpo, uno degli strumenti che che ci ha permesso di sopravvivere era quella complicata massa di neuroni in cima al nostro corpo. Il nostro cervello si è rivelato un potente alleato, grazie alla sua capacità di riconoscere gli schemi: in quel cespuglio sono due bacche bianche e un ramoscello o due occhi e una bocca piena di denti affilati? In entrambi i casi meglio darsela a gambe. Questa capacità che ci portiamo dietro da millenni si chiama pareidolia ed è responsabile anche del nostro riuscire a trovare volti e forme umane in forme casuali, come possono essere le nuvole, macchie d’olio o le patatine. Bastano infatti pochi tratti per attivare questa nostra capacità. Due punti e una linea curva sono sufficienti per creare un volto e scatenare una risposta emotiva. Come ad esempio la complicità creata da un occhiolino. ; )

Si tratta di un fenomeno noto e studiato a cui fa riferimento chi sviluppa modi per creare macchine antropomorfe che siano in grado di creare uno stimolo emotivo positivo nell’uomo, ma non sempre il risultato è quello sperato.

 

Una valle perturbante. Avete presente Wall-E? Il piccolo robot dell’omonimo film del 2008 è stato un grande successo, complice anche l’aspetto tenero del protagonista. Due occhi grandi ed espressivi, una sagoma vagamente umana – due braccia, due gambe (anche se cingolate) – e l’empatia è assicurata. Ora pensate a Sophia, il robot umanoide sviluppato dalla Hanson Robotics. È nata per essere una sorta di ambasciatrice della robotica ma le sensazioni nei suoi confronti sono contrastanti. Se Wall-E è tenero, Sophia, a tratti, può risultare inquietante.

Si tratta della Uncanny valley – la valle perturbante –, un fenomeno teorizzato dal professore di robotica Masahiro Mori che prevede che maggiore è la similitudine di un robot animato con l’uomo, maggiore è il senso di inquietudine che proviamo nei suoi confronti. Quando poi l’aspetto del robot è indistinguibile da quello umano, allora questa sensazione sparisce. In un grafico che mostri la risposta emotiva delle persone a un robot, si ha un crollo negativo in quella parte in cui il robot è troppo simile all’uomo, quindi magari con una finta pelle, capelli, e forme umane: appunto una valle, da cui il nome del fenomeno.

 

I robot del futuro dovranno tenere in considerazione anche questi aspetti riguardo l’apparenza dei robot per riuscire a creare una reazione positiva. L’abito non fa il monaco, vero, ma la prima impressione è quella che conta. Sarà necessario trovare il giusto compromesso fra funzionalità e familiarità dell’aspetto. I robot della Boston Dynamics sembrano essere sulla buona strada, il loro aspetto è palesemente robotico, eppure l’andatura a volte un po’ goffa, il busto gonfio e la testa piccola in qualche modo sembrano risuonare con il nostro lato emotivo e ci fa tifare per loro quando qualcuno li prende a sediate dietro la schiena.

 

Alberto Laratro
Alberto Laratro

Laureato in Scienze della Comunicazione e con un Master in Comunicazione della Scienza preso presso la SISSA di Trieste ha capito che nella sua vita scienza e comunicazione sono due punti fermi.

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