Scienza e Medicina

L’attenzione: il filtro anti spam del nostro cervello

5 aprile 2018 | Scritto da Andrea Geremicca

Ci sono troppi dati nell’ambiente che ci circonda e la maggior parte di questi non è utile. Il nostro cervello elabora quindi strategie e schemi per immagazzinare solo le informazioni che secondo lui sono importanti. E se Internet avesse effetti sulla nostra capacità di ricordare?

 

Il cervello è un organo incredibilmente complicato, affascinante ma soprattutto efficiente, che richiede una grande quantità di energia e, anche se  non viene sempre utilizzato a pieno regime, soffre di un problema di sovraccarico di informazioni. Ci sono troppi dati nell’ambiente che ci circonda e la maggior parte di questi non è utile. Quindi, per risolvere questo problema di sovraccarico, l’evoluzione ha escogitato una soluzione brillante: il sistema di attenzione.
Concentrarsi per molto tempo su qualcosa non è facile, lo sappiamo bene. Questo succede perché la nostra attenzione non è unidirezionale, ma segue tante direzioni allo stesso tempo. Molti pensano che l’attenzione si riferisca solo a quello su cui effettivamente ci stiamo concentrando, ma riguarda anche una funzione fondamentale del nostro cervello che, come detto, è quella di filtrare le informazioni.

Immaginate di essere appena svegli, siete a petto nudo, vi dirigete verso l’armadio, prendete una T-shirt e la indossate. In questo momento il vostro cervello elabora quell’informazione e voi sentite il contatto del cotone sulla vostra pelle. Dopo alcuni secondi, anche se la maglietta è esattamente nello stesso identico posto (sulla vostra pelle), voi non avete più quella sensazione iniziale: il cervello, infatti, ha compreso che quel dato non è più così importante e ha smesso di analizzarlo.

L’attenzione gioca quindi un ruolo fondamentale nell’aiutare il cervello a filtrare le informazioni che riceviamo dal mondo esterno, esattamente come un filtro anti spam per le e-mail, selezionando quelle che secondo lui non ci interessano. Grazie all’attenzione che poniamo nel fare le cose creiamo i ricordi e alleniamo il nostro cervello a essere sempre reattivo.

Ci sono due modi diversi di rivolgere la nostra attenzione a qualcosa. Il primo è l’attenzione esplicita, cioè quella che esercitiamo grazie alla vista, puntando gli occhi verso qualcosa. Il secondo è l’attenzione implicita: in questo caso si presta attenzione a qualcosa ma senza muovere gli occhi, come alla guida: quando siamo in auto la nostra attenzione esplicita è rivolta in avanti, verso la strada, ma è l’attenzione implicita che esamina costantemente l’area intorno alla macchina, dove in realtà non stiamo guardando. Un altro esempio di come utilizziamo l’attenzione implicita è quando siamo concentrati in una conversazione ma le persone vicine pronunciano il nostro nome: in quel caso pur non muovendo gli occhi o nessun’altra parte del nostro corpo smettiamo di ascoltare la conversazione precedente e indirizziamo la nostra attenzione verso l’altro dialogo.

Secondo Michael Posner, uno dei padri fondatori delle neuroscienze cognitive, ci sono altri due elementi da tenere in considerazione quando si parla di attenzione: la capacità di mantenerla e la capacità di sganciarla. Una cosa molto interessante, sottolinea Posner, è scoprire che questi quattro aspetti fondamentali dell’attenzione (attenzione esplicita, attenzione implicita, mantenere l’attenzione e sganciare l’attenzione) non solo hanno origine in aree completamente diverse del cervello, ma nascono anche in tempi diversi nell’arco della nostra vita. Per esempio nasce e matura prima l’attenzione esplicita rispetto alla capacità di sganciare l’attenzione e per questo motivo sganciare l’attenzione da qualcosa volontariamente è molto complesso. Questo è un trucco che i genitori imparano in fretta: è molto difficile far smettere un bambino di piangere chiedendoglielo, serve spostare la sua attenzione su altro.

L’attenzione, quindi, è fondamentale per permettere al cervello di elaborare strategie e schemi che possano essere applicati alle diverse situazioni, al fine di semplificare e accelerare il suo lavoro. Più attenzione metteremo nel richiamare i dati dalla nostra memoria, più il nostro cervello cercherà di rendere velocemente disponibile quell’informazione per il futuro: in pratica, più ci sforziamo di ricordare qualcosa e più sarà facile per il nostro cervello entrare in possesso non solo di quel dato, ma anche di dati simili. È esattamente quello che si intende quando diciamo “allenare il cervello”.

Nel 2011, i ricercatori Betsy Sparrow (Columbia), Jenny Liu (Wisconsin) e Daniel M. Wegner (Harvard), mentre si occupavano di studiare il funzionamento della memoria e del ruolo dell’attenzione nel creare ricordi, iniziarono a descrivere un fenomeno del tutto nuovo che si stava diffondendo rapidamente nelle nuove generazioni, questo fenomeno venne chiamato “Google Effect”. L’effetto Google, chiamato anche amnesia digitale, è la tendenza a dimenticare o non prestare attenzione alle informazioni che possono essere trovate facilmente online. Lo studio conclude che, sebbene la memorizzazione di dati offline possa non essere influenzata da questo effetto, Internet viene vista ormai come una memoria accessoria e, per questo motivo, molti giovani davanti a problemi complessi non provano neanche a richiamare possibili soluzioni nel loro cervello attraverso la memoria, ma pensano a come o dove trovarli su internet.

Poter spostare l’attenzione non solo con gli occhi ma anche con il pensiero, rende l’attenzione implicita un modello interessante da studiare e comprendere per chi oggi disegna l’intelligenza artificiale o le reti neurali del futuro, ma ci pone anche davanti ad alcune domande molto profonde. La capacità di aver accesso ai dati in maniera sempre più veloce e precisa, potrebbe avere effetti importanti sulla nostra capacità di ricordare?

Andrea Geremicca
Andrea Geremicca

Contributor

Andrea Geremicca è uno dei fondatori di Impactscool e ricopre il ruolo di Chief Marketing Officer. Dal 2014 fa parte dell’Organizing team del TEDx Roma ed è visiting professor e Mentor presso la John Cabot University. Andrea studia e racconta nei suoi articoli gli impatti delle tecnologie esponenziali sulla nostra società.

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