Spazio

Quale futuro per il diritto spaziale? Intervista a Veronica Moronese

19 giugno 2020 | Scritto da Astrospace.it

Andare nello spazio non è solo uno sforzo tecnologico ed economico ma anche burocratico. Astrospace.it ha intervistato Veronica Moronese, ricercatrice in diritto spaziale

La particolare attenzione dell’amministrazione Trump al settore spaziale è sotto gli occhi di tutti. Lo scorso 6 aprile il Presidente Donald Trump ha sottoscritto l’ordine esecutivo che in pratica sancisce l’apertura ad una nuova visione del diritto spaziale per la quale lo spazio smette di essere un bene comune. Poco più di un mese dopo la NASA ha presentato gli Accordi Artemis che secondo quanto detto da Jim Bridenstine, Amministratore della NASA, sono volti a stabilire una visione condivisa per i partner internazionali che vorranno unirsi al programma. Questo vero e proprio decalogo, riassume la chiara visione che gli Stati Uniti hanno dello spazio. Il programma Artemis si appresta a diventare uno strumento di punta della politica estera americana. Per questo abbiamo deciso di parlarne con Veronica Moronese.

Ricercatrice in diritto spaziale, mentor del network delle Nazioni Unite Space4Women e neo-mamma: questa è Veronica Moronese. Laureata in Giurisprudenza e Diritto Internazionale all’Università degli Studi di Verona; con una forte passione per lo spazio che l’ha portata a coniugare le due cose.  Dopo la laurea ha iniziato a collaborare con il Center for Near Space dell’Italian Institute for the Future di Napoli in qualità di esperta di diritto dello spazio ed è entrata a far parte dello Space Generation Advisory Council, nell’ambito dello Space Law and Policy Project Group. In altre parole una space advocate.

 

Veronica, cosa significa per te essere una space advocate?

Uno space advocate, secondo me, è qualcuno che fa capire che i soldi investiti nello spazio non sono buttati. Già soltanto la possibilità di trasferire ai non addetti ai lavori quanto effettivamente l’attività nello spazio non solo è il nostro futuro ma ci consente anche di sviluppare tantissime potenzialità qui sulla Terra; dà modo non soltanto di cambiare l’approccio alla propria visione dello spazio, ma dà anche la possibilità alle persone di sviluppare quello che può essere un interesse o anche una prospettiva di carriera che magari non avrebbe mai immaginato senza la testimonianza di qualcun altro.

 

Il diritto spaziale è essenzialmente vecchio. Quali ritieni sarebbero i passi più importanti da intraprendere a livello internazionale?

In questa fase ci sarebbe assolutamente bisogno di una revisione dei trattati. Non perché i trattati siano troppo vecchi o obsoleti ma proprio perchè come ogni trattato internazionale hanno un linguaggio ambiguo.

Secondo me quello che dovrebbe fare il foro competente, e in questa materia sono le Nazioni Unite, dovrebbe essere uno sforzo di collaborazione, magari incentivandola, similmente a ciò che stanno cercando di fare gli Stati Uniti. Quindi bisogna fare molta attenzione, se le Nazioni Unite non intraprenderanno delle azioni ben mirate e concrete per dare una normativa a tutta quella serie di attività che adesso ci prepariamo a fare, ci penserà qualcun altro. 

Questo è molto pericoloso, non soltanto dal punto di vista dello spazio ma dal punto di vista dell’equilibrio diplomatico nel mondo. Ci troviamo davanti ad un paese capofila, gli Stati Uniti, con un po più di possibilità economica, anche se non sufficiente alla creazione di una colonia sulla Luna in maniera autonoma, ma che si pone come referente davanti al silenzio del legislatore competente.

 

Recentemente Trump ha prima firmato un ordine esecutivo importante e successivamente lanciato gli Accordi Artemis. Cosa ne pensi? Quali le criticità e quali le potenzialità?

Le potenzialità sono infinite. Qualsiasi accordo che consenta la creazione di basi lunari piuttosto che di attività estrattive sarà necessario prima o poi. Che lo faccia l’ONU o gli Stati Uniti, o chi per essi, si arriverà comunque a farlo. E’ meglio che lo si faccia con la platea di personaggi e nazioni coinvolte più ampia possibile piuttosto che nascondersi dietro un dito e continuare una normazione unilaterale quando in realtà unilaterale non può essere: quindi ben venga qualsiasi tipo di accordo. L’accordo è sempre la base della cooperazione internazionale, quindi su quello io mi sento di essere molto favorevole.

Le criticità invece sui principi che sono stati espressi nell’Accordo Artemis sono molte. Ci troviamo davanti ad una proposta di accordo che vede come universalmente riconosciuta la visione americana. (e non è un sentire mio di parte, è praticamente evidente.)

Il presidente statunitense è stato molto chiaro a riguardo, l’intenzione degli Accordi Artemis è proprio di superare quelle che sono viste da anni come le criticità dell’Outer Space Treaty. Insomma, è una chiara presa di posizione, è come se gli USA volessere prendere le briglie della futura espansione umana nello spazio. Il che la farebbe diventare più un’esplorazione statunitense con supporto di partner che un’esplorazione umana. Per me questa è una grande criticità. 

Ora ci troviamo davanti alla volontà USA di impedire grazie all’Accordo Artemis, che il trattato sulla Luna, a cui ancora non sono vincolati, diventi consuetudine. Nel trattato sulla Luna è chiaramente impedito che si possa giungere alla costituzione unilaterale di determinate basi. In riferimento all’istituzione delle “safety zones” che sono citate negli Accordi Artemis, ricordano moltissimo il procedimento utilizzato nel far west. Le persone che arrivavano successivamente dovevano dare la priorità per l’estrazione mineraria a chi era già presente. Praticamente un copia incolla del codice del West applicato allo spazio, giusto per capirci. Mi sembra totalmente fuori luogo replicare normative di 200 anni fa a quella che dovrebbe essere una grande opportunità per l’umanità per fare un salto in avanti per davvero.

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