Future Society

Il lavoro post Covid-19 e le sue sfide

3 giugno 2020 | Scritto da Vito Verrastro

Lavori “aumentati” dalla tecnologia e profili a rischio

In meno di due mesi l’emergenza pandemica da Covid-19 ha creato il più grande spostamento collettivo al mondo nell’attività sociale, a causa del lockdown, e nelle pratiche lavorative (a causa dei processi legati allo smart working e alle modalità similari messe in atto). Negli Stati Uniti, nel 2018, erano appena 4,3 milioni le persone che lavoravano da remoto (il 3,2% della forza lavoro del Paese), mentre a marzo 2020 un’indagine del MIT su centinaia di manager ha evidenziato che oltre l’80% della loro forza lavoro sta lavorando a distanza. Un cambiamento epocale, ma non è il solo. La pandemia ha dato una vigorosa accelerata anche ai processi di automazione: alla fine del 2017 il McKinsey Global Institute aveva stimato che il 60 percento di tutti i lavori potesse essere automatizzato in oltre il 30 percento delle attività chiave, interessando da 400 a 800 milioni di posti di lavoro in tutto il mondo entro il 2030, ma adesso l’orizzonte temporale potrebbe essere molto più ristretto.

 

L’accelerazione tecnologica per tutelare salute e produttività. Due i temi che si incrociano e convergono in direzione dell’automazione: la salvaguardia della salute dei lavoratori e la tutela della produttività aziendale. Ecco perché la crisi sta generando un’accelerazione sui ragionamenti rispetto ai lavori che potrebbero essere supportati fin da subito con le tecnologie emergenti. Mai prima d’ora i manager aziendali avevano navigato in una confluenza di eventi con un innesco così potente come è stata l’epidemia di Covid-19, che ha combinato shock sociali ed economici immediati e un riposizionamento della roadmap tecnologica per il business. Il Rapporto Covid19 and the workforce del Mit Technology Review evidenzia che tra 32 e 50 milioni di posti di lavoro negli Stati Uniti potrebbero essere sempre più assistiti dalla tecnologia per ridurre i rischi per la salute umana e salvaguardare la produttività in un momento di crisi, a partire dalla sanità, in cui molti lavori potranno beneficiare di un apporto di Intelligenza Artificiale: medici specialistici, anestesisti, infermieri e tecnologi sanitari, in questa funzione “aumentata” grazie alla tecnologia, saranno più preziosi e più resistenti in casi di future emergenze o pandemie.

 

I rischi di sostituibilità aumentano. Sull’altro piatto della bilancia, i profili professionali che erano già a rischio nel pre-Covid-19 dovrebbero seriamente preoccuparsi, anche perché i processi di automazione sono arrivati ad un ottimo grado di maturazione e nel tempo spingeranno le aziende ad operare con meno personale. L’intelligenza artificiale accelererà il ritmo dell’innovazione nelle categorie di lavoro ad alto rischio, dunque, generando nuove vulnerabilità. Questo è il trend che emerge dagli Stati Uniti, da un’economia che è di riferimento per tutto l’Occidente, e l’accelerazione tecnologica rischia di generare un rapido effetto domino un po’ ovunque.

 

Occorre aggiornarsi ed elevare le competenze. Tutto ciò impatta su due termini che in Italia ancora non sono entrati come dovrebbero nel lessico comune: reskilling e upskilling, ovvero riqualificazione ed elevazione delle competenze. Processi che confluiscono nella formazione, nel miglioramento continuo, nella capacità di ricollocazione di profili che l’automazione rischiano di inserire nelle spersonalizzanti caselle “scarti” o “esuberi”. La questione è talmente grande e complessa da non poter essere demandata al singolo o alle imprese: è questione “politica” ed infatti, a medio e lungo termine, saranno i Governi a guidare l’industria nello sviluppo di una politica tecnologica e di sistemi educativi per garantire la resilienza nazionale, con supporti alle aziende che forniscono servizi di prima linea essenziali, garantendo che i ruoli ad alto rischio traggano vantaggio dalla migliore tecnologia disponibile. Ma nel frattempo, che fare?

 

Rinforzare le competenze umane e allearsi con la tecnologia. Due rapidi consigli degli esperti per chi sente il posto di lavoro a rischio nel prossimo futuro: prima di tutto rinforzare le competenze umane, dirigendo lo sguardo là dove lo human touch possa fare la differenza,  concentrandosi su ruoli meno automatici, ripetitivi, routinari e quindi a forte rischio di sostituzione. E poi occorre considerare la tecnologia non come nemica ma come alleata. Tradotto: il cassiere potrebbe rafforzare la sua capacità di comunicazione e di relazione per essere destinato alla customer care, ovvero alla cura del cliente. Oppure, sul versante tecnico e tecnologico, dovrebbe accelerare la conoscenza di competenze in grado di metterlo in grado di manutenere le macchine e “dialogare” con esse, perché quello potrebbe essere il suo nuovo ruolo nel prossimo futuro.

 

Il report del Mit è scaricabile a questo link: https://mittrinsights.s3.amazonaws.com/AIagenda2020/Covid19workforce.pdf

Vito Verrastro
Vito Verrastro

Giornalista professionista freelance e manager della comunicazione. Ha esperienze maturate su carta stampata, radio, tv, web e uffici stampa. Nel 2012 ha creato il podcast Lavoradio, settimanale che racconta gli scenari del mondo del lavoro in termini di opportunità. Ha una vasta attività di formatore e divulgatore sui temi legati a lavoro e innovazione tecnologica.

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