Future Society

I robot non ci rubano il lavoro

6 marzo 2020 | Scritto da Vito Verrastro

Il gap reale è nella mancanza delle nuove competenze: chi ha accompagnato in modo efficace la digital transformation, come la Germania, ha prodotto la piena occupazione, ma è un caso isolato. In Europa 1,67 milioni di posti per i professionisti ICT entro il 2025 resteranno clamorosamente vuoti.

Mai come prima dell’attuale scenario, che gli economisti definiscono con l’acronimo VUCA (volatile, incerto, complesso e ambiguo), il tema del lavoro era stato così dibattuto e al tempo stesso così poco nitido. Il World Economic Forum, del resto, ha sancito che 6,5 bambini su 10 che iniziano il loro percorso scolastico faranno un lavoro che oggi non esiste. L’obsolescenza delle competenze, inoltre, ci farà cambiare diverse mansioni; agiremo in differenti contesti culturali e linguistici, su un percorso frastagliato e ricco di incognite, con continue correzioni di rotta. Siamo preparati a tutto ciò? Al centro della tempesta perfetta composta da globalizzazione e digitalizzazione è purtroppo facile perdersi e perdere i confini delle traiettorie, singole e collettive, che si vanno delineando.

Per questo nasce una nuova rubrica dedicata al lavoro del futuro e al futuro del lavoro, sperando possa contribuire a sintonizzarci ed allenarci rispetto al mondo che cambia così velocemente.

 

2025, l’era dei robot: potrebbe essere il titolo di un film e invece è solo una proiezione del World Economic Forum, che qualche tempo fa ha intervistato i responsabili delle risorse umane e i top strategy executive di 12 industrie in 20 economie, sia sviluppate che emergenti. Entro cinque anni, in base ai risultati della ricerca, i robot potrebbero svolgere più della metà dei lavori attualmente esistenti: 75 milioni di “posti di lavoro”, se così vogliamo ancora chiamarli, saranno dunque appannaggio delle macchine, che eroderanno competenze umane tra lavori routinari e mansioni che hanno a che fare con i codici.

 

Le tre reazioni. Ogni volta che si aprono questi scenari vengono generate tre reazioni: la più diffusa è quella ideologica, che tenta di porre barriere all’ingresso giudicando “ingiusto” il trend che si sta profilando. La seconda fa scattare l’allarme, quello che si rifa alla paura che “i robot ci stanno rubando il lavoro”, mentre solo una sparuta minoranza di persone reagisce in termini costruttivi, evidenziando che se le macchine svolgeranno i lavori più routinari, libereranno automaticamente del tempo utile alle persone, o che attraverso la trasformazione si genereranno nuove opportunità. Le prime due reazioni spesso contagiano anche il mondo dei media, portando il dibattito sulla “paura” e non, come si dovrebbe, sulle nuove competenze.

 

Nuovi lavori. Da questo punto di vista, del resto, lo stesso World Economic Forum certifica che solo il 5% dei posti di lavoro verrà eliminato entro il 2030, in un mercato in cui 9 professioni su 10 richiederanno competenze digitali. Cosa fare, allora? Provare a ragionare criticamente sul futuro significa spostare l’accento sul tema delle competenze, dal momento in cui nei prossimi 10 anni 1,2 miliardi di dipendenti in tutto il mondo saranno interessati dall’adattamento delle tecnologie di automazione e dell’intelligenza artificiale. Parliamo del 50% dell’economia mondiale e di una trasformazione digitale che colpirà anche popolazioni vulnerabili e con scarse competenze, con tutti i rischi di “divide” facilmente immaginabili.

 

L’esempio della Germania. L’automazione cambierà la natura del lavoro più di quanto sostituisca i lavoratori, dunque. Pertanto, è necessario per noi comprendere e affrontare le sfide dell’automazione, al fine di costruire un futuro di lavoro sostenibile e più equo. La Germania, del resto, insegna: oggi più di un terzo delle aziende tedesche ha già completato la transizione all’industria 4.0 soprattutto in settori come marketing, comunicazione e produzione industriale ed è la terza industria al mondo per automazione. Ciononostante, secondo diversi studi, non solo non ha visto diminuire i lavoratori, ma anzi ha raggiunto il numero massimo di occupati dalla riunificazione del Paese, tanto da coniare la “sindrome della piena occupazione”, un fattore che preoccupa rispetto alla domanda del mercato che non viene soddisfatta in pieno per mancanza di profili adeguatamente formati. Questo sì, in prospettiva, potrebbe essere il vero problema.

 

Aumenta il digital divide? Se la Germania ha pianificato il suo futuro accompagnando efficacemente la digital transformation, non si può dire lo stesso per altri Paesi, in cui le iniziative di riqualificazione stentano a decollare. In Italia, complici le dimensioni aziendali di un tessuto costituito per la gran parte di piccole e micro imprese, la mancata attenzione all’upskilling potrebbe ampliare il divario tra lavoratori e posti di lavoro, dal momento in cui 9 posti di lavoro su 10 richiederanno competenze digitali. Ad oggi, infatti, il 25% degli italiani – e la percentuale arriva fino al  57% negli anziani – non ha le competenze necessarie (quelle basiche) per vivere nell’ambiente digitale.

Vito Verrastro
Vito Verrastro

Giornalista professionista freelance e manager della comunicazione. Ha esperienze maturate su carta stampata, radio, tv, web e uffici stampa. Nel 2012 ha creato il podcast Lavoradio, settimanale che racconta gli scenari del mondo del lavoro in termini di opportunità. Ha una vasta attività di formatore e divulgatore sui temi legati a lavoro e innovazione tecnologica.

leggi tutto