Future Society

Tech regulation: la nuova sfida dell’innovazione si gioca sul campo del diritto

13 febbraio 2019 | Scritto da Giulio Siciliano

Durante l’ultima edizione del World Economic Forum a Davos l’attenzione è caduta sulla necessità di avere regole precise nel settore tecnologico: ma a che punto siamo a livello globale?

Ormai è un dato di fatto: il vento dell’innovazione sta soffiando forte su ogni ambito della nostra società. In tempi recentissimi intorno all’innovazione si è creato un clamore mediatico importante, complici anche i recenti scandali in materia di dati personali e le sempre crescenti ricerche in ambito I.A.

Un clamore rilevante al punto da essere arrivato alle orecchie dei leader del mondo. Sembra che parte della corsa all’innovazione, infatti, sia uscita dai laboratori di ricerca di enti e aziende e si stia spostando verso gli uffici di istituzioni e legislatori, per quella che alcuni esperti definiscono già tech regulation. La sensazione è che si sia diffusa una convinzione comune: l’innovazione può portarci lontano, ma può anche essere pericolosa. Dunque, occorre regolamentarla. E in fretta.

Se ne è parlato al World Economic Forum. È con queste premesse che lo scorso 24 gennaio a Davos in Svizzera, in occasione del World Economic Forum, i leader di Giappone, Sud Africa, Cina, e Germania hanno lanciato una serie di call to action per la supervisione globale del settore tecnologico.

“Mi piacerebbe che il G20 di Osaka fosse ricordato a lungo come il summit che ha dato il via alla governance mondiale dei dati”: queste le parole del Primo Ministro Giapponese Shinzo Abe, il quale ha dichiarato che il suo Paese utilizzerà la sua presidenza del G20 del prossimo giugno per promuovere un nuovo sistema di governance internazionale sull’utilizzo dei dati.

Alle parole del Primo Ministro giapponese hanno fatto eco quelle del Presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, il quale ha affermato che una maggiore supervisione del settore tech sarebbe stata all’ordine del giorno dei leader dell’Unione Africana, quando all’inizio del prossimo mese si incontreranno ad Addis Abeba in Etiopia.

Sulla stessa linea anche la Cancelliera tedesca Angela Merkel, secondo cui è necessario un “mercato digitale comune” dell’Unione Europea, volto a favorire un progresso tecnologico etico e a contrastare le opposizioni di coloro che guardano con sospetto al ritmo attuale del cambiamento tecnologico.

Fuori dal coro, invece, il Vicepresidente cinese Wang Qishan. La Cina, infatti, sembrerebbe voler adottare un approccio molto diverso, almeno internamente, sulla regolamentazione del settore: “dobbiamo rispettare le scelte indipendenti dei singoli Paesi relative al technology management, ma anche il loro diritto a partecipare al nuovo sistema di governance tecnologica globale da pari a pari”. A tutti è sembrato un chiaro riferimento agli stretti legami che, in Cina, gli investimenti nel settore tecnologico hanno con un’estesissima sorveglianza della società civile, già oggetto di forti critiche a livello internazionale in tema di privacy.

Scenari futuri. Ancora una volta siamo davanti ad uno scenario tutt’altro che ottimista: le osservazioni dei quattro leader non sembrano rappresentare uno sforzo coordinato per portare avanti una nuova architettura internazionale per lo sviluppo del settore tech. Inoltre, non solo non c’è consenso su quali debbano essere i settori tecnologici meritevoli di ulteriori norme internazionali, ma nemmeno su come potrebbe essere questa architettura globale.

Come d’altronde la storia della politica internazionale ci ha più volte ricordato, si procede per blocchi ideologici contrapposti.

Gli Stati Uniti hanno in gran parte rimandato la questione ai colossi della Silicon Valley, i quali hanno favorito un qualche tipo di dialogo internazionale tra i vari governi sugli standard di utilizzo dei dati, ma solo a fronte di sollecitazioni esterne e dei numerosi scandali degli ultimi tempi e comunque con il desiderio che quegli standard impongano poche restrizioni su come le aziende possano utilizzare questi dati.

In Europa abbiamo adottato un approccio più garantista, sostenendo limiti più stringenti sull’utilizzo dei dati, in particolare tramite il GDPR dello scorso maggio.

La Cina, infine, non ha accettato alcun tipo di limite alla capacità del governo di accedere alle informazioni personali e sta già largamente impiegando varie tecnologie di monitoraggio alle persone, quali il riconoscimento facciale interno ed esterno, oltre ad avere un ampio accesso alle comunicazioni elettroniche di tutti i cittadini.

Una data governance internazionale. Se però da un lato è vero che né l’approccio americano né quello cinese avrebbero potuto funzionare per noi europei, dato l’alto valore che attribuiamo alle tematiche della privacy e della giustizia sociale, dall’altro lato a Davos è stata la stessa Angela Merkel ad ammettere che la verità è molto più banale di quanto non sembri: nessuno sa come scrivere in modo efficace le regole del settore tecnologico.

L’Europa è emersa come la regolatrice di fatto del settore tecnologico, esercitando un’influenza che è andata ben oltre i propri confini. Ma se l’Europa vorrà avere un ruolo primario nel plasmare gli standard internazionali, dovrà anche diventare “un attore importante” del settore, come affermato dalla Cancelliera tedesca.

Ciò che emerge ancora una volta è un quadro di intenti confusionario, ben lontano dal voler finalmente addivenire a sforzi comuni per la gestione delle implicazioni legate alle nuove tecnologie. Per lo meno sembrerebbe essersi fatto un minuscolo passo in avanti almeno su un dato fondamentale: qualunque riflessione si voglia fare sulla futura tech regulation non potrà non passare da una data governance internazionale.

Ancora una volta, quindi, è tutto rimandato al G20 di Osaka di quest’estate. Sarà interessante osservare quali saranno nel frattempo le riflessioni che porteranno al tavolo delle discussioni i singoli Paesi. Quello che è certo è che il dibattito sulle future regole del settore tecnologico non può più essere rimandato.

Giulio Siciliano
Giulio Siciliano

Giulio Siciliano è laureato in giurisprudenza presso l’università LUISS Guido Carli di Roma, lavora come consulente in ambito Management e Innovazione.

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