Scienza e Medicina

Chi vuole vivere per sempre?

15 febbraio 2018 | Scritto da Luca Tiraboschi

La tecnologia moderna promette di allungare la durata delle nostre vite. Ma come ci comporteremo di fronte alla possibilità di diventare essere amortali?

 

“There’s no time for us/There’s no place for us/What is this thing that builds our dreams, yet slips away from us”

Così inizia “Who wants to live forever” la canzone dei Queen che descrive il lato oscuro dell’immortalità, il vivere ad un tempo diverso dagli altri, che non consente un legame con “i mortali”.
L’uomo aspira da sempre all’immortalità, che in molte religioni è presentata come la ricompensa del regno divino. Quella religiosa, infatti, è una “immortalità dopo la morte“: prima si vive in un corpo mortale (spesso soffrendo) e al termine del percorso terreno, se si sono rispettati i dettami, la divinità garantisce un’esperienza nuova, eterna, di estrema gioia e senza pena.

Abbandonando l’ambito religioso, è interessante chiedersi quanto tempo “deve” o “può” durare la vita.

Possiamo partire dalla visione proposta da Richard Dawkins, che nel suo saggio del 1979 “Il gene egoista” descrive gli organismi viventi come “Macchine da sopravvivenza, robot semoventi programmati ciecamente per preservare quelle molecole egoiste note sotto il nome di geni“.
Coerente con questa visione è anche il paradigma (che utilizza criteri strettamente evolutivi calati in un mondo con risorse scarse) tratteggiato da Diamantis e Kotler nel loro “Abbondanza. Il futuro è migliore di quanto pensiate”, che si rifà a un concetto di “utilità” legata alla stretta sopravvivenza delle specie. Essi, infatti, sostengono che per gran parte della storia umana è valsa questa legge: “I genitori crescevano i bambini sino al raggiungimento dell’età riproduttiva e, a quel punto, ormai nonni di circa trent’anni, diventavano un lusso costoso”.

Parliamo, quindi, di utilitarismo estremo della natura, che non ha interesse nel singolo: l’individuo serve per far progredire la specie, dopodiché non serve più e, anzi, consuma preziose risorse.

Ma il progresso ha spostato sempre più in avanti questa “barriera invisibile” fissata dalla mera necessità evolutiva: se ragioniamo concentrandoci sulla morte non traumatica (quindi principalmente malattia ed invecchiamento), appare evidente come la tecnologia futura sarà dirompente e ci potrà garantire reali prospettive quantomeno di “amortalità“. È una probabilità che senza dubbio può apparire inquietante, per cui è lecito chiedersi se questo debba essere o no un obiettivo della scienza e della tecnologia.

Su questo tema è interessante la posizione del ricercatore di Cambridge Aubrey de Grey, che in un TED del luglio 2005 dal titolo “A Roadmap to End Aging” guida il pubblico in un ragionamento sul tema dell’invecchiamento.
Il suo intervento inizia con la frase: “Qualcuno tra il pubblico è favorevole alla malaria?”. Poi, prendendo atto del silenzio in sala, prosegue “…bene, tutti pensiamo che la malaria sia una cosa negativa”. Una volta fissato questo punto riprende “E adesso devo proprio dirvelo; la ragione per cui pensiamo che la malaria sia qualcosa di negativo è quella caratteristica che la malaria ha in comune con l’invecchiamento: uccide la gente”. Quindi conclude il sillogismo dicendo “Perché dobbiamo curare l’invecchiamento? Perché uccide la gente”.

Fantastico. Difficile da controbattere.

Interessante anche lo spunto di Yuval Noah Harari che nel suo ormai famosissimo “Homo Deus. Breve storia del futuro” ci ricorda che “la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo adottata dalle Nazioni Unite […] stabilisce in modo categorico che il diritto alla vita è un valore fondamentale dell’umanità. Poiché la morte rappresenta una chiara violazione di questo diritto, la morte è un crimine contro l’umanità, e noi dovremmo dedicarle una guerra senza quartiere”. Le Nazioni Unite sono l’organizzazione che più si avvicina al Governo dell’Umanità e quindi sembra chiaro che l’Umanità abbia già scelto: si va verso la vita (potenzialmente) eterna.
La sfida, quindi, è anticipare le degenerazioni del corpo intese sia come malattia sia come invecchiamento e, per soddisfare entrambi gli aspetti, gli sforzi degli scienziati si stanno concentrando principalmente sullo studio del DNA.

Pensandoci bene, in un mondo che si sta progressivamente spostando verso la “algoritmizzazione” di ogni cosa (intesa come la ricostruzione binaria di ogni aspetto della vita, per favorirne l’informatizzazione), è legittimo pensare che la soluzione del mistero dell’invecchiamento e delle malattie stia nel capire i segreti dell’algoritmo che ci governa da sempre: il DNA.

È lì che risiede la chiave per comprendere le degenerazioni che pongono fine alla nostra vita ed è quindi lì che scienza e tecnologia stanno concentrando gli sforzi che, presumibilmente, tracceranno un percorso per stadi: un primo rallentamento del degrado (allungamento progressivo della vita attesa), poi una chiara identificazione delle modalità di fermare il degrado (amortalità ad età matura), infine la possibilità di fissare l’età biologica voluta, ovvero un’amortalità nella quale sceglieremo l’età che vorremo vivere in eterno.

Pensate ai potenziali squilibri e agli impatti sulla nostra società.

Un primo aspetto è legato alle divisioni sociali che potrebbero nascere: sicuramente queste tecniche saranno disponibili in un primo momento per pochi (ricchi). Dovrà quindi essere una priorità dell’umanità renderle disponibili a tutti.

Altro aspetto: una volta che non moriremo (quasi) mai, come sarà gestita la popolazione mondiale?
È probabile che la tecnologia ci sarà d’aiuto per far crescere esponenzialmente le risorse ma, detto ciò, sceglieremo di crescere all’infinito (magari colonizzando lo spazio con gli “esuberi” della terra) o forse decideremo di non fare più figli in modo che i “già nati” si possano godere in toto di quanto disponibile?

Se sceglieremo questa strada, come si organizzerà la società in un mondo senza nuovi nati? Un mondo nel quale il ciclo bambino (vengo accudito) adulto (accudisco e produco) anziano (vengo accudito e porto saggezza) sarà totalmente scardinato?
E come si orienteranno i miliardi di umani che ora trovano conforto nella religione e che si ritroveranno a vivere in un mondo in cui l’uomo stesso si avvicina sempre di più alla divinità?

Come sempre ricordiamoci che “The future is open source“, quindi sta a noi ragionare assieme e trovare il modo migliore per plasmarlo.

Luca Tiraboschi
Luca Tiraboschi

Ambassador

Luca Tiraboschi è Ambassador e Contributor di Impactscool. Ha lavorato per molti anni in ambito Marketing e Servizi e ora si occupa di progetti omnicanale per un importante retail di consumer electronics.

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