Scienza e Medicina

I grandi rischi globali: le pandemie

8 aprile 2020 | Scritto da La redazione

Inauguriamo una nuova rubrica in cui approfondiamo quali sono le maggiori sfide che l’umanità dovrà affrontare nei prossimi anni. Iniziamo con quello più attuale di tutti: la pandemia.

L’età contemporanea è un’isola felice nella storia dell’umanità. Il nostro passato è caratterizzato da una costante lotta per la sopravvivenza in tutte le aree del Pianeta, fra guerre, carestie e disastri naturali di ogni sorta. Alcune di queste minacce sono quasi scomparse in molte zone o sono al momento sopite, altre abbiamo imparato a mitigarle. Allo stesso tempo, però, la nostra civiltà ha portato anche alla nascita di nuove minacce, come quella della crisi climatica.

La Global Challenges Foundation, un’organizzazione non-profit svedese che vuole sensibilizzare sui rischi delle catastrofi globali al fine di evitarle o gestirle, ha stilato una lista delle nove più preoccupanti di cui vi abbiamo già parlato in quest’articolo. Tra queste attira inevitabilmente l’attenzione la pandemia. L’emergenza del Coronavirus si è abbattuta su tutto il mondo in un batter d’occhio e ci ha insegnato come questo sia un rischio concreto per l’umanità.

 

Un cammino tortuoso. Iniziare dal rischio di pandemie ci è sembrato il primo passo logico vista l’attuale situazione. Una situazione però che non ci è nuova: la rapida e globale diffusione di malattie mortali è una costante che accompagna tristemente l’umanità da sempre. Nelle cronache storiche arrivate fino a noi troviamo malattie contagiose di vari tipi: dalla piaga di Giustiniano del 500 d.C. all’influenza spagnola di inizio ‘900, passando per la famosa peste nera arrivata in Europa dalla Mongolia tramite pulci infette aggrappate ai cammelli della Via della seta.

Fortunatamente, tramite i progressi della scienza medica e il miglioramento dei trattamenti alcune di queste malattie, come il vaiolo, sono state completamente eradicate, e altre, come la poliomielite, stanno quasi per scomparire. Purtroppo, per quanto i nostri sforzi di curarle facciano passi da gigante c’è sempre il rischio che appaia una nuova malattia contro cui non siamo preparati e nel nostro mondo altamente connesso e densamente popolato la diffusione di un agente patogeno non viaggia alla velocità di un cammello, come è stato in passato per la peste nera, ma a quella dei trasporti aerei, ferroviari e navali: i vettori più efficienti per un elemento patogeno, alla fine dei conti, sono la globalizzazione e l’urbanizzazione.

 

Capire il rischio. Alcune di queste malattie hanno inizio tramite un fenomeno chiamato spillover, ovvero il momento in cui una malattia passa da una specie a un’altra, fra cui anche l’uomo. La riduzione degli habitat e l’espansione dei territori umani porta sempre più spesso a stretto contatto umani e animali, aumentando questo rischio.

Una volta che la malattia ha raggiunto l’uomo la diffusione cresce a seconda di diverse variabili: quanto è contagioso l’agente patogeno in questione, come si diffonde, qual è il tempo di incubazione, quali misure igienico sanitarie e quali limitazioni agli spostamenti vengono prese e quanto in fretta queste vengono messe in pratica.

 

Come gestire il rischio. Gestire un rischio non è mai cosa facile e sono molti gli elementi che vanno presi in considerazione. Nel caso delle pandemie, come il Coronavirus, limitare lo stretto contatto fra uomo e animali selvatici potrebbe diminuire la possibilità che una malattia faccia il salto di specie e infetti gli umani. Ma più in generale è fondamentale un approccio proattivo e preventivo.

La ricerca medico-scientifica è in grado di fornire al mondo un modo per essere preparati, studiando gli agenti patogeni presenti in natura e sviluppando farmaci in grado di contrastarli, ma l’azione preventiva deve agire anche nel cercare di ridurre le occasioni in cui una malattia può raggiungere l’uomo e diffondersi in maniera incontrollata. Certo, evitare contatti con gli animali selvatici è un primo passo, ma sono anche necessari sforzi umanitari considerevoli per ridurre questo rischio: le popolazioni soggette a malnutrizione e più fragili in alcuni Paesi in via di sviluppo possono offrire un terreno fertile a future pandemie. A Manila, la capitale delle Filippine, per esempio, più di 6 milioni di persone vivono in slum, con pessime condizioni di vita, senza accesso all’acqua potabile o al sistema fognario. I contatti con animali selvatici sono una costante. Nel mondo, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità 137 milioni di persone nei centri urbani non hanno accesso ad acqua potabile e oltre 600 milioni vivono senza servizi igienici.

L’attenzione di medici e ricercatori oggi è concentrata verso un virus, ma in futuro anche i batteri potrebbero creare problemi. Anche se siamo in grado di gestire le infezioni batteriche, non possiamo abbassare la guardia, lo sviluppo di nuove categorie di antibiotici sarà fondamentale per farsi trovare pronti: l’abuso di questi farmaci e l’evoluzione costante dei batteri sta portando a un fenomeno chiamato farmacoresistenza in cui variazioni di batteri conosciuti riescono a resistere alle normali cure. A oggi si stima che più di 700mila persone siano morte a causa di batteri resistenti ai normali farmaci.

 

 

L’importanza della cooperazione. Limitare il contatto con animali selvatici, lo studio di agenti patogeni a tutto tondo, la riduzione degli ambienti a rischio tramite sforzi umanitari e la ricerca di nuove classi di farmaci sono tutte azioni necessarie per farsi trovare pronti alla prossima pandemia, ma nessuna di loro ha valore se non si forma un fronte comune nell’affrontare la malattia. È fondamentale quindi la cooperazione internazionale, tramite organizzazioni ed enti sovranazionali di vario tipo per coordinare sforzi, gestire informazioni e risorse e per sviluppare linee guida comuni e chiare per ciascun Paese in maniera capillare. L’OMS fa un ottimo lavoro in questo senso ma le direttive e le linee guida che vengono diramate devono passare per i governi di ciascuno Stato, cosa che porta a diversi gradi di ricezione, di gestione dell’emergenza sanitaria, frammentando gli sforzi.

 

Una mano dalla tecnologia. Strumenti e metodi nuovi per affrontare le malattie fanno sempre più affidamento alle tecnologie emergenti per ottenere una capacità predittiva senza precedenti. La parola d’ordine è dati. Ogni giorno produciamo dati nell’ordine di grandezza di Exabyte: 1 seguito da 18 zeri, un miliardo di Gigabyte. Riuscire a filtrare e utilizzare al meglio questa enorme quantità di informazioni potrebbe essere una nuova chiave per disinnescare i rischi di pandemia. Le variabili sono tante, dal clima agli spostamenti di uomini e merci, riuscire a comprenderle e contestualizzarle permetterebbe ai policymakers di compiere scelte sensate sulla base di dati, ma potrebbe non bastare. Per questo è necessario anche sviluppare e validare modelli predittivi che permettano di sviluppare piani futuri.

Esistono numerose metodologie per la modellazione e la simulazione, alcune delle quali fanno anche affidamento all’intelligenza artificiale e al Machine Learning, tutti però utilizzano solide teorie matematiche per produrre previsioni di qualità elevata e più efficienti. In un approccio trasversale e multidisciplinare epidemiologi, programmatori, data scientist, sociologi e altre figure settoriali collaborano per testare ipotesi e creare modelli capaci di fornire possibili scenari futuri che permettano la creazione di protocolli, alla base delle operazioni dei policymakers.

 

L’infodemia e la costruzione collettiva della scienza. In questo momento stiamo vivendo due epidemie allo stesso tempo: una che colpisce il corpo, l’altra che colpisce gli organi di informazione. La chiamano infodemia, ed è l’esplosione di fake news, bufale, mezze verità o storie raccontate male che in periodi di crisi si diffonde a macchia d’olio in tutti i nuovi e vecchi media. Lo storico John Barry nel 2009 su Nature scriveva: “Nella prossima pandemia influenzale, che sia oggi o nel futuro, che il virus sia fiacco o virulento, l’arma più importante che avremo per combattere la malattia sarà un vaccino. La seconda arma più importante sarà la comunicazione”.

Trasmettere in maniera corretta, sana, sensata, circostanziata e inclusiva le informazioni è uno sforzo a cui non si può venire meno in momenti di crisi, sia da parte delle istituzioni che da parte dei media che troppo spesso in una corsa al sensazionalismo dimenticano l’importanza del proprio lavoro. L’Italia si sta già muovendo per affrontare l’infodemia tramite l’istituzione di una task force composta da esperti, medici e comunicatori della scienza fra cui Roberta Villa, giornalista scientifica che ci ha raccontato in un appuntamento in diretta della nostra rubrica video 20 minuti nel futuro l’importanza di una corretta comunicazione in tempi di crisi.

D’altro canto, lo sforzo comunicativo deve arrivare anche da chi la materia prima la produce: dai ricercatori e dagli scienziati che lavorano in prima linea nello studiare l’emergenza sanitaria. La grande quantità di dati, modelli, previsioni e stime necessarie per la ricerca scientifica chiama a gran voce un uso sensato di mezzi visuali per trasmettere informazioni in maniera chiara anche ai non esperti. Tramite l’uso di piattaforme di open science e infrastrutture cloud questo approccio più visivo e aperto può permettere anche non esperti o chi lavora in altri ambiti, ma che possiede comunque competenze utili (magari non prese in considerazione dai ricercatori), di sviluppare occasioni di Citizen science. I dati raccolti (magari in maniera collettiva dalla comunità) e resi comprensibili tramite operazioni di visualizzazione chiara possono diventare la base di nuove analisi, discussioni e modelli realizzati da non esperti che possono dare il contributo alla ricerca.

 

Pensare al futuro. L’emergenza sanitaria che stiamo affrontando ci ha colto in parte impreparati ma non possiamo lasciarci sfuggire quest’occasione per pensare in maniera strutturata al futuro. Quali cambiamenti dovremo fare per evitare o gestire meglio la prossima pandemia? La teoria dell’evoluzione ci insegna che le specie meglio adattate al proprio ambiente sopravvivono e proliferano, ora che l’uomo ha il potere e la capacità di adattare l’ambiente alle proprie necessità abbiamo l’occasione di modificare il nostro habitat, ovvero le città, visto che il 55% della popolazione, 4.2 miliardi di persone, vivono in centri urbani e entro il 2050 questo numero potrebbe superare i 6.3 miliardi. Per questo dobbiamo iniziare a pensare a come le nostre città potranno diventare roccaforti contro le malattie o anche altre minacce.

Una parte di questo sforzo potrebbe consistere nel costruire edifici che possano rapidamente cambiare il loro scopo, creando per esempio un complesso sportivo capace di diventare un ospedale attrezzato senza la necessità di allestire ospedali da campo. Gli aeroporti, le porte dei nostri Paesi e spesso i primi luoghi da cui un virus viene trasmesso, potrebbero diventare luoghi in cui i controlli non siano solo di sicurezza ma anche sanitari, sviluppando metodi e strutture capaci di evitare grandi assembramenti e progettando sistemi di ventilazione efficienti e capaci di depurare gli spazi. Punti di snodo della mobilità pubblica come fermate dei bus o stazioni dei treni, o punti d’ingresso di edifici pubblici come banche e uffici comunali potrebbero venire forniti di speciali fontane per il lavaggio delle mani, per diminuire il rischio di trasmettere l’infezione.

Gli ospedali stessi dovrebbero trovare una nuova forma, più adatta ad affrontare situazione fuori dall’ordinario.  Dovrebbero quindi essere preparati all’arrivo improvviso di una grande quantità di pazienti, con stanze e reparti il cui assetto possa essere facilmente e velocemente modificato seconda delle necessità, costruendo anticamere a pressione negativa per diminuire il rischio di fuoriuscita di un patogeno dalle singole ali e creando infrastrutture per la medicina a distanza, La prevenzione potrebbe anche lavorare più a monte, fornendo ai cittadini più spazi verdi e garantendo un’aria più pulita, incentivando l’attività fisica, diminuendo così il rischio di complicazioni cardiovascolari e respiratorie.

La lotta al Coronavirus è ancora in corso possiamo e dobbiamo iniziare a prepararci così da essere pronti quando un’emergenza simile dovesse ripetersi, facendo in modo che non si trasformi di nuovo in una tragedia.

La redazione
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