Scienza e Medicina

Uguaglianza di genere in ambito STEM: a che punto siamo?

1 novembre 2018 | Scritto da La redazione

Lo abbiamo chiesto a Olivia Caramello, professoressa di Matematica all’Università dell’Insubria

Solo il 28% delle carriere nella ricerca in tutto il mondo è occupato da donne. A dirlo è il report dell’UNESCO dedicato alla parità di genere nelle materie STEM, Cracking the code: Girls’ and women’s education in science, technology, engineering and mathematics. “Una disparità così grande, una disuguaglianza così profonda non accadono per caso”, ribadisce Irina Bokova, Direttrice Generale dell’UNESCO. Anche per questo motivo, al centro dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile stilata dall’ONU nel 2015 ci sono proprio le parità di opportunità nel mondo dell’istruzione: troppo spesso, infatti, ancora oggi pregiudizi, stereotipi, norme sociali finiscono per influenzare la qualità dell’istruzione di ragazze e giovani donne in tutto il mondo. Ma qual è la situazione del mondo della ricerca, europeo e soprattutto italiano, in fatto di disparità di genere?

Ne abbiamo parlato con Olivia Caramello, professoressa di Matematica all’Università dell’Insubria.

Olivia ha lavorato presso prestigiose istituzioni quali l’Università di Cambridge, la Scuola Normale Superiore di Pisa, il Max Planck Institute for Mathematics di Bonn, l’Università di Parigi 7 e l’Institut des Hautes Études Scientifiques. Nel 2017 ha pubblicato per l’Oxford University Press il libro “Theories, Sites, Toposes: Relating and studying mathematical theories through topos-theoretic ‘bridges”.

 

Nel 2014 lei ha ottenuto una Fellowship Marie Curie che, grazie a fondi speciali della Commissione Europea, mira a finanziare l’innovazione e il progresso in vari campi del mondo accademico. Il Commissario Europeo Tibor Navracsics ha ricordato che oltre il 40% delle persone che ricevono il premio è donna. Come commenta questo risultato?

È un risultato molto incoraggiante; le donne restano ancora una minoranza ai livelli più alti della ricerca scientifica, ma sono fiduciosa che questo divario quantitativo tenderà a diminuire nei prossimi anni.

Avendo studiato e lavorato anche all’estero, come percepisce la realtà della ricerca italiana?

La ricerca italiana, nonostante i finanziamenti limitati di cui dispone rispetto a quella in altri Paesi, può vantare diverse eccellenze e mi pare globalmente vivace e ben diversificata. Tuttavia, la nostra realtà è molto meno internazionale di quella di altri Paesi, dove la percentuale di stranieri che lavorano, soprattutto in università prestigiose, è molto elevata. Bisognerebbe aprirsi maggiormente a reclutamenti d’eccellenza indipendentemente dalla nazionalità, permettendo in particolare il rientro di italiani di chiara fama che lavorano all’estero.

E a livello di parità di genere nell’ambito STEM, come si posiziona il Bel Paese? Come pensa evolverà la percentuale di donne impegnate in quest’ambito?

La percentuale di donne in posti di responsabilità nell’ambito scientifico è ancora limitata in Italia, ma non mi sembra che la proporzione sia molto più alta in altri Paesi. Un presidio che è stato adottato, in alcuni paesi, per favorire una maggiore presenza femminile nel dominio STEM, è quello delle ‘quote rosa’, ovvero di un numero ristretto di posizioni riservate a donne. Personalmente, per quanto riconosca che certi pregiudizi siano ancora diffusi, sono contraria a questo tipo di soluzioni, che trovo ingiuste e umilianti per le donne stesse. Nessuno dovrebbe pensare di essere stato reclutato non tanto per le proprie capacità ma grazie a ‘scorciatoie’ legate a caratteristiche personali come il proprio sesso. Un’adeguata educazione contro i pregiudizi e un impegno nella divulgazione di modelli femminili di successo in questi ambiti dovrebbero essere sufficienti per permettere alle giovani che amano la scienza di intraprendere con fiducia un percorso lavorativo di questo tipo, e quindi contribuire ad aumentare la loro percentuale.

E la scuola di oggi quali strumenti può mettere in campo?

La scuola può avere un ruolo decisivo nel far scoprire agli allievi le proprie passioni, in particolare il gusto per la matematica. A questo scopo, mi sembra fondamentale che i docenti propongano attività extra-curricolari che permettano agli studenti di entrare in contatto in modo più personale con la materia, ad esempio approfondimenti o progetti di ricerca su temi elementari, partecipazione a gruppi di discussione (eventualmente anche online), letture di biografie di grandi scienziati, enigmi e giochi matematici, etc.

Il suo lavoro di ricerca riguarda soprattutto la teoria dell’unificazione: può spiegarci di cosa si tratta?

Si tratta di tecniche che ho elaborato per unificare tra loro teorie matematiche differenti, nel senso di permettere degli efficaci trasferimenti di conoscenze tra di esse. Questi metodi permettono di affrontare delle questioni originariamente poste nel linguaggio di una teoria utilizzando conoscenze disponibili in altre teorie e di moltiplicare i punti di vista su uno stesso problema. Il concetto chiave su cui sono basate queste metodologie è quello di topos, introdotto dal grande matematico Alexandre Grothendieck all’inizio degli anni sessanta. I topoi sono oggetti dalle multiformi rappresentazioni, che possono essere costruiti a partire dalle situazioni matematiche più disparate; il fatto che uno stesso topos possa essere associato a teorie differenti è precisamente l’aspetto cruciale che sfrutto per costruire ‘ponti’ unificanti tra di esse.

La metodologia di studio da lei sviluppata, per quanto trovi applicazione spontanea alla matematica, può essere utile anche in campi diversi, come la fisica, la linguistica e la filosofia; può approfondire questo punto?

Dal mio lavoro tecnico sui topoi è scaturito il concetto generale di ‘ponte’ e la riflessione sul suo ruolo nel trasferire conoscenze tra contesti differenti. Questi ‘ponti’ in senso astratto sono delle architetture concettuali basate sul concetto di invariante, che è cruciale nell’interpretare fenomeni nei più svariati ambiti. In qualsiasi disciplina è possibile trovare degli invarianti, che forniscono punti di vista privilegiati per osservare i fenomeni. La metodologia dei ‘ponti’ unificanti suggerisce di farsi guidare dagli invarianti, studiando e classificando le loro possibili manifestazioni ‘concrete’; una tale analisi rivelerà infatti connessioni, spesso invisibili a ‘occhio nudo’, tra oggetti e proprietà differenti, permettendo di moltiplicare i punti di vista sul fenomeno che siamo studiando.

La redazione
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