Cambiamento climatico e ambiente

Come sfamare un mondo

7 luglio 2020 | Scritto da Alberto Laratro

Nel 2050 ci saranno circa di 10 miliardi di persone e con attuale sistema produttivo e di distribuzione del cibo non saremo in grado di sfamare tutti senza distruggere il pianeta. Soluzioni e pratiche per sfamare il mondo

Secondo il WHO nel 2018 circa 820 milioni di persone hanno sofferto la fame nel mondo. Entro il 2050, con l’attuale sistema produttivo, gli affamati saranno più di 2 miliardi. Eppure, l’agricoltura, la pesca, e gli allevamenti di tutto il pianeta producono abbastanza cibo per nutrire, già oggi, 10 miliardi di persone. Sfamare il mondo, oggi come domani, non è un problema di produzione ma di spreco: ogni anno, circa 1.3 miliardi di tonnellate di cibo, un terzo della produzione mondiale, finiscono nella spazzatura.

Risolvere il problema della fame del mondo è una questione complessa e parte della soluzione sta nell’uso di nuovi strumenti tecnologici così come in un nuovo mindset per tutti.

 

Agricoltura 4.0. Ogni anno perdiamo circa 6 milioni di ettari di foreste per fare spazio a campi coltivati. La deforestazione come metodo per aumentare la produzione di cibo, per noi e per gli animali da allevamento, non è sostenibile, come ci ha ben ricordato il Covid-19. L’avvicinamento dell’uomo a zone incontaminate delle foreste di tutto il mondo è infatti un elemento che aumenta la possibilità di spillover, il fenomeno per cui entriamo in contatto con malattie nuove e potenzialmente di carattere pandemico. Non solo, la perdita delle foreste ha un forte impatto sulla questione climatica. Per sfamare il mondo è necessario ripensare l’agricoltura al fine di renderla più efficiente.

Gli strumenti tecnologici per farlo non ci mancano, anzi, presto con l’avvento della rete 5G e con la diffusione sempre più capillare di sistemi IoT e di Droni la cosiddetta agricoltura di precisione sarà in grado di fare un salto quantico. Immaginate campi coltivati in cui le piante vengono controllate una per una da droni dotati di sensori di vario tipo che monitorano la presenza di eventuali insetti infestanti, le condizioni del terreno, se una pianta ha bisogno di essere annaffiata o meno (abbattendo i consumi d’acqua) e altro. In combinazione con dati satellitari e sensori sul terreno, ogni aspetto della coltivazione sarà monitorato e gestito con una precisione millimetrica.

Il mondo dell’agricoltura di precisione ha tutte le carte in regola per avere un impatto sostanziale sulla produzione agricola, e già in parte lo sta avendo: secondo l’Osservatorio Smart Agrifood del Politecnico di Milano, per esempio, l’agricoltura di precisione in Italia è un mercato in forte espansione con un giro d’affari che già nel 2019 ha raggiunto i 400 milioni (con una crescita del 270% rispetto all’anno precedente).

 

Nuovi approcci produttivi. Se da un lato l’agricoltura di precisione promette di rendere molto più efficiente la coltivazione senza però modificarne l’idea di base (piantare un seme per terra e aspettare che cresca), altri approcci intraprendono nuove vie per provare a produrre cibo in maniera meno ortodossa, con risultati, alle volte, molto incoraggianti. È il caso dell’agricoltura verticale, o indoor, ovvero il far crescere piante all’interno di vasche idroponiche in edifici chiusi, meglio ancora se questi edifici, come nel caso dell’azienda Growing Underground, sono edifici urbani dismessi che ritrovano nuova vita. In questo modo si prendono due piccioni con una fava, da un lato portando la produzione nelle città, abbattendo i costi e le emissioni legati al trasporto e alla distribuzione, dall’altro lato si riqualificano edifici che altrimenti rimarrebbero abbandonati.

Le coltivazioni urbane, inoltre, possono fare affidamento sull’uso di bracci robotici e altri dispositivi che non potrebbero dare il 100% in campi aperti senza un’adeguata infrastruttura. Questi sistemi, sfruttando l’intelligenza artificiale, possono gestire le piante e raccogliere i frutti e le verdure in totale autonomia.

 

Tre per due. Tutti questi miglioramenti basati sulla tecnologia in campo agricolo, per quanto utili, perderebbero qualsiasi efficacia se non venissero affiancati anche da una rivoluzione culturale. Lo spreco di cibo, come accennato in cima all’articolo, è, infatti, uno dei principali problemi legati a quest’ambito. Per ogni tonnellata di grano raccolto, un terzo finisce in discarica. Per ogni kg di carne macellata, 300 grammi marciranno nel bidone dell’umido. Per ogni grappolo d’uva, un terzo dei suoi acini verranno gettati. Vogliamo stressare questo concetto per cercare di renderlo il più chiaro possibile. Quando buttiamo una melanzana perché “forse non è più buona”, non stiamo gettando solo l’ortaggio, stiamo mettendo al macero anche tutta l’energia che è stata usata per far crescere quella pianta, tutti i pesticidi che abbiamo usato per farla crescere senza problemi, tutta l’acqua usata per irrigare la pianta, e, soprattutto, abbiamo rilasciato in atmosfera un quantitativo non indifferente di CO2 senza alcun motivo.

 

Non è tutta colpa nostra. Va inoltre evidenziato, per non colpevolizzare solo i consumatori, che buona parte di questi sprechi avvengono ben prima che il cibo raggiunga le nostre buste della spesa. Le perdite avvengono a diversi livelli della catena di approvvigionamento alimentare, in particolare sono tre le fasi della filiera in cui si verificano gli sprechi maggiori: la fase produttiva, quella distributiva e infine, quindi, nel consumo.

Se del ruolo dei consumatori abbiamo indicato prima quanto sia una questione di cattive abitudini, per quanto riguarda le altre due fasi è bene chiarire i motivi di questi sprechi.

Nella fase produttiva sono errori nella produzione di cibo, nel suo stoccaggio e nel suo trasporto che portano moltissime merci a finire scartate. Questo avviene in misura maggiore in paesi in via di sviluppo che non possiedono le infrastrutture necessarie per assicurare un’efficiente raccolta e trasporto.

Nella fase di distribuzione la questione è decisamente più controversa. Lo spreco, in questo campo, non è dovuto a errori o a scarse competenze tecniche, ma è legato a questioni di marketing e di vendita non appropriate che portano a scartare i prodotti che esteticamente potrebbero non incontrare il gradimento del consumatore.

La vera chiave per sfamare il mondo, quindi, è la riduzione pressoché totale degli sprechi alimentari. Si tratta di mettere in pratica un nuovo paradigma culturale, uno che faccia riferimento all’economia circolare, al riutilizzo, che miri a consumare in maniera sostenibile e consapevole, preferendo quindi verdura di stagione e prodotti locali. Non possiamo più permetterci il lusso di sprecare così tanto cibo, e a tal riguardo, vale la pena sottolinearlo, è un bene sapere che questo nuovo paradigma è sovrapponibile con quello che mira a ridurre le emissioni di CO2 per limitare i danni della crisi climatica, un tema a cui soprattutto le nuove generazioni sono più sensibili e che, si spera, le renderà consumatori più consapevoli.

Alberto Laratro
Alberto Laratro

Laureato in Scienze della Comunicazione e con un Master in Comunicazione della Scienza preso presso la SISSA di Trieste ha capito che nella sua vita scienza e comunicazione sono due punti fermi.

leggi tutto