Future Society

“I superconnessi”: come la tecnologia influenza i ragazzi

9 gennaio 2019 | Scritto da Giovanna La Vecchia

In libreria l’ultima pubblicazione dello psicoterapeuta Domenico Barrilà: l’abbiamo intervistato

La rivoluzione digitale sta cambiando profondamente la nostra società: basti pensare che, secondo il Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese nel 2018, il 78,4% degli italiani utilizza internet, il 73,8% gli smartphone e il 72,5% i social network. Ma quali sono gli effetti di questa rivoluzione sul mondo dell’educazione e delle relazioni, soprattutto tra i giovani?

Domenico Barrilà, psicoterapeuta e analista adleriano, impegnato da decenni nell’attività clinica accompagnata da una produzione editoriale che comprende circa venti testi, nel suo ultimo libro “I superconnessi”, edito da Feltrinelli (euro 13, 140 pagine), pone lo sguardo sui “figli digitali”, scoprendo una generazione fragile, che oggi più che mai ha bisogno di adulti solidi che non confondano l’“informazione” con l’“educazione”. Barrilà affronta il tema della rivoluzione digitale e dei suoi effetti su educatori, genitori, bambini e ragazzi. Un invito a misurarci con i riflessi dei cambiamenti, positivi e negativi, generati da vecchie e nuove realtà.

Impactscool ha incontrato lo scrittore per un confronto sul tema molto attuale e dibattuto in ogni sede con protagonisti di ogni età.

Il digitale, e soprattutto l’uso che ne fanno i nostri ragazzi, è solo l’ultimo dei “nemici”. Quali sono gli altri?

Uno tra tutti, la corsa a rotta di collo verso l’individualismo, la vera grande fake news del nostro tempo, la convinzione che ognuno si può salvare per conto proprio. Questa degenerazione era già in atto, le nuove tecnologie l’hanno solo incrementata. 

La pigrizia, il fastidio, la paura, sono stati più veloci del ragionamento. Tutti elementi molto presenti in questo momento, quindi potrebbe essere che, portati ad un “non ragionamento” per pigrizia, per fastidio, per paura e per scarsa cultura, riesca più facile “farsi aiutare” dalla tecnologia?

Le nuove tecnologie per anni sono state guardate distrattamente dagli adulti, con pigrizia, appunto, fino a quando sono entrati in gioco i social network, facendo saltare il banco, evocando quella paura che per adesso pare solo avere accelerato il bisogno di “fare qualcosa”. L’idea di intere generazioni connesse, fuori dal controllo dei grandi, è inquietante per chi pensava che bastasse essere adulti per avere in mano la situazione. Certo, ora si cerca soccorso, ma i ritardi sono gravi, i ragazzi si sono presi vantaggi incolmabili. Vedremo se questo è un male, io aspetterei a dirlo. 

 

Lei scrive “La certezza è che uno strumento rimane sempre uno strumento. Non dobbiamo né accusare né assolvere tali strumenti, ma non è questo il punto”. Quindi qual è il punto?

Il punto è che noi non possiamo educare gli oggetti, spostare su loro la linea del fronte è un autoinganno che, ad occhio e croce, produce solo qualche mucchietto di cenere. Niente di utile o di sostanziale. Bisogna che chi detiene qualche responsabilità educativa si rassegni e sopporti il pensiero che non c’è alcuna emergenza tecnologica, semmai c’è qualche crepa, piuttosto vistosa, nei ranghi della compagine educativa. 

Lei è assolutamente contrario ai paragoni, soprattutto a quelli che pongono in competizione il passato con il presente, ma perché questa necessità così diffusa di paragoni?

Appunto, non c’è bisogno di separare, bisogna abituarsi a integrare, non si può procedere e neppure progredire se ci si ostina a mettere tutto in contrapposizione, a cominciare dalle appartenenze etniche e religiose. Alla radice del tormentato contenzioso tra adulti e ragazzi, in materia di digitale e non solo, c’è questa pretesa cesura tra il prima e il dopo, in realtà il digitale non è arrivato come un fungo nella notte, è la conseguenza di un incessante work in progress, ma agli adulti, che sono conservatori per definizione, il prima sembra da sempre il paradiso terrestre. Così nascono i paragoni e, di conseguenza, i conflitti.  

Non tutto ciò che è comprensibile finisce per essere saggio. Altro grande errore che spesso l’essere umano compie. Come evitarlo?

Una delle illusioni che ci aiuta a mettere “pannicelli caldi” sul nostro malessere è quella che chiamerei esplicazionismo. Una delle sue estensioni è la convinzione che basti dare un nome ad una cosa per conoscerla. Così nascono ponderosi manuali diagnostici e statistici che ordinano gli scaffali, attribuiscono nome e cognome ad ogni manifestazione del carattere, senza lasciare una virgola fuori posto, alla fine, però, siamo tutti più soli, perché il nostro mondo interiore è indicibile. Il vocabolario della lingua italiana contiene circa 150 mila voci, il nostro mondo interiore milioni, orfani di nomi impossibili da attribuire, forse anche inutili perché ciò che conta alla fine sono i “processi”.  

Partendo dalla banale ricerca di un sottovaso giunge alla considerazione che la razza si è evoluta grazie alla scoperta dei vantaggi insiti nei comportamenti cooperativi. Quanto può aiutare l’apprendere il “saper ragionare”?

Qualunque storia si sviluppa all’interno di una trama precisa, quando si smette di riconoscersi in quella cui si appartiene ci si smarrisce. Il richiamo alla nostra natura sociale è diventato sempre più necessario perché a molti trogloditi fa gioco dimenticarlo. Quello che accade da qualche tempo nel tessuto sociale e politico è la conseguenza dell’abbandono di questa idea, che non è una romanticheria, ma rappresenta la ragione stessa per la quale noi siamo quello che siamo, ossia una specie che si è lasciata le caverne alle spalle e migliora costantemente il suo livello di progresso. Insegnare alle nuove generazioni a “ragionare”, significa fare cogliere a bambini e ragazzi che in assenza di slanci cooperativi, si torna indietro. 

Quando gli esseri umani smettono di guardarsi negli occhi si inceppano alcuni meccanismi quali la compartecipazione e l’affettività, ma di certo sappiamo che spesso laddove qualcosa si perde, qualche altra cosa si trova. Cosa?

La triade cooperazione, compartecipazione, affettività, ossia il Dna della nostra specie, ciò che ci rende così speciali, nasce da miliardi di interazione fattuali attraverso milioni di anni. Se cambiamo il modo di stare assieme, diventeremo creature diverse, magari migliori ma assolutamente diverse.

“L’uso corretto della comunicazione non verbale è una parte essenziale della capacità sociale e di specifiche competenze sociali: i pazienti affetti da patologie mentali sono, di solito, carenti in questo campo”. Questo spiegherebbe forse il notevole e preoccupante aumento di tali patologie?

Rimanderei alla risposta precedente, con un’aggiunta. Non possiedo informazioni sull’aumento delle patologie mentali, ma posso dire con certezza che oggi i pazienti sono cambiati, come si dice per le stagioni, non esistono più i pazienti di una volta. Quelli di oggi li definirei principalmente “esistenziali”, persone che soffrono perché schiacciate dalla mancanza di senso.

“Il saccheggio dell’attenzione cui siamo sottoposti invocando la complicità del sistema della ricompensa”, quanto vale questo tipo di visione?

Ogni evento virtuale, esattamente come un evento reale, consuma energia nervosa. La spesa energetica che investiamo per ripristinare l’equilibrio dopo ogni stimolo, si chiama stress. Con le nuove tecnologie e tutte le applicazioni che supportano, a cominciare dai social network, gli eventi si sono moltiplicati indefinitamente, dunque la spesa nervosa è cresciuta di conseguenza. Magari non ci ammaleremo, ma certo saremo “stanchini”.

Viviamo in un sistema che crea due solitudini rischiose, quella dei genitori e quella dei ragazzi, il pregiudizio accomuna le due sponde. Come risolvere questo problema delle solitudini e dei pregiudizi?

In quest’epoca digitalizzata, i contatti, cioè i nomi presenti in agenda, sembrano valere più delle relazioni. La conoscenza reciproca è rarefatta, quindi si ricorre alle ipotesi sull’altro, ma un’ipotesi fa presto a diventare pregiudizio. L’educazione è un’esperienza di prossimità, di contatto, questa, a sua volta, è una premessa insostituibile. Tocca ai genitori impegnarsi per accorciare le distanze, stimolando continuamente nei ragazzi quella che chiamo “nostalgia della realtà”.  

L’ubriacatura tecnologica è finita, quindi i postumi quali sarebbero?

Nuove consapevolezze, in particolare quella di avere scambiato la causa con gli effetti. Il problema è educativo, esistenziale, di sicuro non tecnologico. “I Superconnessi” è stato scritto proprio per spingere questa consapevolezza verso esiti pratici.

“La lunga, paziente, attesa dell’alba”…c’è dunque una speranza che da tutto ciò nasca qualcosa di veramente nuovo, valido e produttivo di effetti perlopiù benefici?

Senza dubbio alcuno, la rivoluzione digitale rappresenta uno dei progressi più esaltanti della nostra specie, l’altro giorno ero in macchina con due quarantenni che sarebbero morti da un pezzo se non avessero potuto godere del contributo delle nuove tecnologie, sia in fase diagnostica, sia in fase terapeutica. Abbiamo appena iniziato a correre, se lo faremo pensando non ci sarà da temere, soprattutto se terremo viva quella nostalgia della realtà, già richiamata.

Giovanna La Vecchia
Giovanna La Vecchia

Giornalista, scrittrice, capo ufficio stampa, ha studiato a Roma dove ha vissuto per trent’anni collaborando con La Repubblica nella sezione viaggi e cultura. Autrice di due romanzi (Le apparenze e Skandha) e di una silloge di poesie (Se perdo me) ha collaborato con numerose case editrici per la stesura e la pubblicazione di racconti, favole, prefazioni, recensioni e guide turistiche.

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