Future Society

Laboratorio 4.0: forme, linguaggi e luoghi di lavoro al tempo della quarta rivoluzione industriale

22 maggio 2019 | Scritto da Giovanna La Vecchia

La Fondazione Giangiacomo Feltrinelli in collaborazione con Mast pubblica una ricerca sulle soluzioni per un futuro possibile

“Una delle cose che la storia ci può insegnare è che gli uomini hanno convissuto insieme alle macchine perlomeno altrettanto bene, e probabilmente molto meglio, di quanto finora non abbiano imparato a convivere l’uno con l’altro. Ogni volta che nella società è stato introdotto un nuovo strumento vi sono stati temporanei sconvolgimenti, confusioni ed ingiustizie. Ma col tempo gli uomini hanno imparato a creare ogni volta un ordine nuovo adatto alle nuove condizioni”. Un’affermazione provocatoria ma anche incoraggiante che risale a cinquant’anni fa. A scriverla fu Elting Elmore Morison, professore emerito al Massachussetts Institute of Tecnology. Una “relazione”, quella tra uomo e macchina, che gli umani possono comunque governare. Partendo da questo presupposto il volume “Laboratorio 4.0 – Produzione, luoghi di lavoro e sapere umano al tempo della quarta rivoluzione industriale” (Testi di Riccardo Emilio Cresta, Alessandro Lusitani, Francesco Zanot e Andrea Zucca, introduzione di Massimiliano Tarantino, fondazione Giangiacomo Feltrinelli in collaborazione con la Fondazione Mast, manifattura di arti sperimentazione e tecnologia di Bologna) intraprende un viaggio con un team di ricercatori e fotografi per capire come stanno cambiando le forme, i linguaggi, i luoghi e i tempi del lavoro. L’intento è quello di fotografare un processo di trasformazione che corre veloce per poter intravedere i contorni della società di domani. Distretti industriali, aziende e laboratori di fabbricazione digitale hanno aperto le loro porte per consentire la realizzazione del reportage fotografico e delle interviste.

 

Formazione continua. La buona notizia pare sia che “non saremo schiavi delle macchine”, non per il momento. Ma altrettanto vero è che la qualifica e le competenze con cui siamo entrati nel mondo del lavoro dovranno essere costantemente messe alla prova e continuamente aggiornate. La tecnologia non sostituisce l’essere umano, ma ne altera e potenzia le competenze chiedendo ai lavoratori sia competenze specialistiche che trasversali capaci di portare quel valore aggiunto in più rispetto alle macchine. L’investimento nel capitale umano sarà prioritario ma richiederà un sostegno da parte delle istituzioni alle aziende. Zoe Romano, co-fondatrice di WeMake, rimarca un concetto fondamentale: “le tecnologie permettono di metterti al centro, soprattutto se hai le capacità di autogestire e auto-progettare ciò che vuoi fare in collaborazione con altri. Sarà sempre più raro che qualcuno ti “fornisca” un lavoro da fare. Viviamo oggi il collasso di un mondo del lavoro che è stata un’eccezione. Abbiamo vissuto una bolla, da dopo la guerra fino al 2000, in cui c’era il lavoro salariato, garantito, con contatti a tempo indeterminato.

Ma quel mondo lì non era mai esistito prima: i risultati ottenuti durante l’industrializzazione sono stati frutto di battaglie violente. È stata una finestra di pace sociale quasi non realistica, in cui si è potuta fare la distinzione tra tempo di lavoro e tempo di vita. E bisogna aggiungere che nei secoli passati tutti avevano più lavori. Se guardiamo le cose con una prospettiva storica, vediamo gli anni della bolla come un’eccezione rispetto a quella che è stata la storia del lavoro”. Il dedicarsi a svariate attività, ora in proprio ora alle dipendenze, l’alternanza di attività principali e secondarie, tra mondo rurale e urbano, la pluriattività individuale e familiare, sono tutti elementi che esistono da sempre. Cosi come, al di là di qualsiasi tipo di digitalizzazione o automazione, in termini di competenze, la creatività, l’immaginazione, l’intuizione, le emozioni e l’etica non potranno essere sostituite dalle macchine, capaci di “simulare” ma non nell’ “essere”. Ciò che la quarta rivoluzione ci fa comprendere appieno è che sono necessarie alleanze multifattoriali che consentano di condividere saperi, conoscenze, competenze e risorse.

Il merito di questo volume è quello di combinare le voci dei protagonisti di questa trasformazione in corso, lavoratori, progettisti, nuovi artigiani, manager aziendali. L’ambiente di lavoro muta, svincolato dalla costrizione del luogo fisico e dall’orario. Si ridefinisce il rapporto tra tempo di lavoro e tempo di vita con una sempre maggiore autonomia individuale ed una necessità di condivisione di idee, competenze, strumenti e nuovi spazi. Saranno le funzioni più ripetitive, meccaniche, ovverosia l’aspetto “meno umano” a scomparire, sostituito dalle macchine, lasciando il più ampio margine di importanza alle capacità più complesse di apprendimento e immaginazione, progettazione e previsione dei problemi.

 

Ma quale formazione occorre oggi? Le competenze richieste da sistemi di produzione imperniati sul modello di Industria 4.0 sono: competenze di base, un insieme di conoscenze; competenze trasversali, che consentono al soggetto di trasformare i saperi in comportamenti lavorativi efficaci in contesti specifici; competenze tecnico-professionali, l’unione dei saperi e delle tecniche. La nuova organizzazione richiede la “disgregazione” delle figure specifiche con la conseguente creazione di squadre di lavoratori con competenze di diverso tipo. E ancora sono richieste, capacità di adattamento, flessibilità sul luogo di lavoro, capacità di apprendimento, pensiero critico, capacità di lavorare in team, capacità di leadership, project management, problem solving.

Il percorso scolastico tradizionale non riesce a stare al passo con in tempi. Il Politecnico di Milano sta avviando corsi di laurea incentrati su soft skill come il “design thinking” (un approccio che nasce dalla sfera umanistica) che tengano insieme un’alta qualità di insegnamento con la formazione dei lavoratori molto specializzati. Secondo Stefano Mainetti, Chief Executive Officer di PoliHub (incubatore di startup del Politecnico di Milano) “non ci sono scorciatoie. Io critico molto la banalizzazione delle competenze, e i corsi brevi per imparare a fare una cosa non mi convincono”. Vince chi è stato capace di integrare le differenti competenze, ma bisogna trovare un terreno fertile, purtroppo il nostro paese “è tragicamente indietro” come afferma Zoe Romano, “molte realtà hanno vissuto di rendita, ma l’ecosistema sta collassando poco a poco in un declino costante. Nessuno sprona ad innovare”. O quasi. Impactscool si muove in questa direzione, cercando di portare lo studio del futuro nelle scuole e nelle aziende, i luoghi dove è più importante creare una consapevolezza sull’importanza di riuscire a immaginare e costruire futuri possibili.

Il supporto delle istituzioni pubbliche, ad ogni modo e per tutti gli intervistati, si rivela fattore di grande importanza. Serve un’attività di sensibilizzazione culturale. Il territorio rappresenta, nel momento in cui esistono e si rafforzano le relazioni tra tradizione e innovazione, tra imprese e università, tra istituzioni e società, una dimensione chiave per affrontare il tema del futuro del lavoro e dare origine a quella nuova cultura dell’innovazione di cui abbiamo bisogno.

Le realtà che hanno collaborato nel volume per chiedere, capire, vedere cosa sta succedendo nei nuovi luoghi della produzione “intelligente” sono concentrate, con una sola eccezione, tra Milano e Bologna, le due città più “high-tech” del nostro paese secondo la ricerca “Smart City Index 2016” realizzata da Ernst & Young in collaborazione con Ericsson, Tim e Indra, che ha preso in considerazione 116 centri urbani in Italia. Le aziende coivolte operano in settori molto diversi tra loro e hanno così offerto una panoramica quanto più possibile completa ed ampia.

 

Il ruolo della fotografia. Fondamentale nel volume il ruolo delle fotografie (di Alessandro Braconi, Allegra Martin, Paola Ristoldo, Antonio Ottomanelli) come tracce di un presente che dobbiamo esplorare in profondità per comprenderlo e abitarlo, ma anche come indizi necessari per immaginare ciò che potrà avvenire nel prossimo futuro. Nelle immagini risultano impressi luoghi di lavoro, persone e oggetti nuovi, “un autentico atlante” lo definisce Francesco Zanot: “La fotografia qui svolge almeno tre funzioni essenziali. Agisce come sistema di inventariazione e catalogazione, descrive i contenuti qualitativamente, connette tra loro tutti i soggetti che ritrae, li amalgama e li stringe in un unico agglomerato, celebrando il legame di interdipendenza che unisce le parti”. La sinergia tra uomo e macchina è forte anche nel reportage fotografico. Realtà virtuale, immagini della NASA, spazi di coworking, fab lab, makerspace e smartfactory, in una visione d’insieme per imparare a conoscerli ed introdurli “nelle nostre geografie”.

Giovanna La Vecchia
Giovanna La Vecchia

Giornalista, scrittrice, capo ufficio stampa, ha studiato a Roma dove ha vissuto per trent’anni collaborando con La Repubblica nella sezione viaggi e cultura. Autrice di due romanzi (Le apparenze e Skandha) e di una silloge di poesie (Se perdo me) ha collaborato con numerose case editrici per la stesura e la pubblicazione di racconti, favole, prefazioni, recensioni e guide turistiche.

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