Future Society

Scuole Changemaker, per un’educazione trasformativa

8 luglio 2019 | Scritto da Thomas Ducato

Il progetto di Ashoka ha l’obiettivo portare una trasformazione nel mondo dell’educazione a partire da alcune scuole che il cambiamento lo hanno già iniziato

“Bisogna che tutto cambi se vogliamo che tutto rimanga com’è”. In un momento di grandi trasformazione come quello attuale questa citazione de “Il gattopardo” potrebbe sembrare per alcuni versi anacronistica. L’attitudine al cambiamento, però, è una qualità che va allenata ed è necessario fare in modo che il mondo dell’educazione si accorga dell’importanza di alcune competenze e ne favorisca lo sviluppo tra i più giovani, che di questa trasformazione devono essere attori protagonisti. Nasce con questi presupposti il progetto “Scuole Changemaker” promosso da Ashoka in tutto il mondo. Ma come portare questo cambiamento?

 

La missione di Ashoka, realtà che da 40 anni si occupa di imprenditorialità sociale, è quella di portare una trasformazione nel mondo dell’educazione attraverso alcune scuole “faro”, realtà che il cambiamento lo hanno già iniziato e che possano ispirare e influenzare tutte le altre. Questa metodologia è stata già ampiamente testata nel mondo dell’imprenditoria sociale da Ashoka, che è convinta possa essere applicata con successo anche nel mondo delle scuole.

L’iniziativa è stata portata anche in Italia, dove si è conclusa da qualche mese la prima fase del progetto “Scuole Changemaker”. Ne abbiamo parlato con Luca Solesin, Programme manager di Ashoka Italia.

 

Il progetto scuola Changemaker, di cosa si tratta?
Si tratta di un progetto internazionale, nato da una riflessione sul ruolo di educazione e scuola nella crescita dei giovani. Il progetto parte da una presa di consapevolezza dei cambiamenti in atto: la velocità di questo cambiamento sta accelerando e il mondo della formazione non può rimanere indietro.

 

La scuola per come è concepita oggi rischia di essere superata?
Nell’arco della vita di una persona avvengono moltissime trasformazioni e questo ci obbliga a essere preparati e predisposti al cambiamento: siamo destinati a cambiare lavoro, modo di vivere, forse la città e il Paese, un sacco di cose. L’unica costante, oggi, è il cambiamento stesso.
Il modello precedente, che poteva essere ritenuto valido fino a qualche anno fa, prevedeva di educare le persone a un lavoro: basti pensare al mondo della formazione professionale o l’artigianato. Oggi però questo non può più funzionare, è importante essere flessibili, adattarsi al cambiamento, ma anche essere in grado di trasformare la società: dobbiamo essere attori, o meglio protagonisti, del cambiamento.

 

Come si inserisce il mondo dell’educazione in questo contesto?
Dobbiamo educare i ragazzi al cambiamento. L’approccio all’educazione può essere diviso in due grandi blocchi: quello dell’educazione adattiva e quello dell’educazione trasformativa. La prima prevede di cambiare il mondo dell’educazione a partire dai trend globali. La seconda, al contrario, mira a fornire gli strumenti per modellare questo cambiamento, offrendo le competenze di cui avrà bisogno la società per rinnovarsi e continuare a essere migliore. Noi siamo convinti che in questo momento storico serva un’educazione trasformativa.
In realtà non si tratta di nulla di nuovo: i quattro pilastri dell’apprendimento di Delors – imparare a essere, imparare a fare, imparare a vivere insieme e imparare ad imparare – rimangono validi ancora oggi, vanno solo ricollocati nel nostro contesto di riferimento.

 

Quali sono le competenze fondamentali, dunque?
Abbiamo individuato alcune competenze che riteniamo imprescindibili per permettere ai giovani di essere protagonisti: empatia, imprenditorialità (intesa in senso ampio), new leadership (un modo diverso per guidare la società) e attitudine al cambiamento. Crediamo che queste competenze debbano essere la nuova alfabetizzazione: sono e saranno sempre più fondamentali, così come lo sono state in passato la capacità di leggere e scrivere e quella di fare calcoli.

 

E qui si inseriscono le scuole changemaker…
Esatto. Per fare in modo che queste competenze diventino la norma, portando un cambiamento di paradigma, abbiamo deciso di affidarci ad alcune scuole, di diverso ordine e grado: non possiamo insegnare a 9 milioni di ragazzi queste competenze, sarebbe impossibile. Quindi abbiamo deciso di utilizzare in ambito educativo una metodologia di lavoro presa dalla nostra esperienza con gli imprenditori sociali. Abbiamo identificato una comunità che è già allineata, dei fari, degli esempi, dei leader del cambiamento, che stanno già giocando questa partita applicando queste competenze nei loro progetti educativi.
Se questi leader riescono a riconoscersi come comunità e a connettersi possono arrivare al 16% necessario per dare il via al cambiamento sociale.

 

Perché proprio il 16%?
Una volta che un’innovazione raggiunge il 16% della popolazione, per coinvolgere la restante parte e arrivare al 100% l’incremento è esponenziale. Magari ci si mette 10 anni ad arrivare dall’1 al 16%, ma una volta arrivati a questo valore ci si mette pochissimo a raggiungere tutti gli altri. È un fenomeno che si verifica anche in natura e funziona esattamente allo stesso modo: è stato dimostrato che quando in un banco di pesci il 16% svolta e cambia direzione allora tutti gli altri si comportano allo stesso modo. C’è sempre un primo pesciolino che svolta, che si comporta in modo diverso rispetto alla massa e magari viene additato come strano o diverso. Ecco, quel primo pesciolino sono le Scuole Changemaker.

 

Quali sono gli obiettivi del progetto?
Il nostro obiettivo, a livello macro, è che queste scuole cambino il paradigma dell’educazione italiana affinché si porti nel nostro sistema un’educazione trasformativa, che insegni ai giovani le competenze per essere protagonisti del cambiamento e guidare la trasformazione della società. Queste scuole sono la prima comunità, quella che deve indicare la direzione.

 

Come le avete individuate?
Abbiamo utilizzato dei criteri elaborati a livello internazionale visto che il programma è attivo in tutto il mondo. Ovviamente ogni Paese pone l’accento sulle cose che reputa più rilevanti.
Noi abbiamo avuto uno sguardo particolarmente attento su didattica e leadership, mentre altri Paesi erano più interessati ad altre componenti. Questo perché in Italia abbiamo un serio problema di arretratezza didattica e l’attitudine al cambiamento nel nostro Paese, in particolare nel settore scolastico, è molto bassa.
Nelle Scuole Changemaker, dunque, abbiamo cercato visione, apprendimento attivo, innovazione, influenza e change leader. Poi ogni scuola ha i suoi punti forti, da cui le altre possono imparare. Ciò che invece le accomuna tutte è l’attitudine al cambiamento.

 

Oltre all’attitudine al cambiamento cosa accomuna queste scuole changemaker?
Queste scuole in molti casi hanno una dirigenza illuminata, in grado di creare attorno a sé un team che li supporta nel progetto di cambiamento. In queste scuole si è formato una sorta di middle management, anche se non è previsto ufficialmente dall’organizzazione scolastica, un gruppo di docenti che crede fermamente in quello che fa. In queste scuole siamo sicuri che, anche nel caso in cui il dirigente dovesse andarsene, la voglia di cambiamento non cesserebbe. Grazie ad allineamento e benessere organizzativo le buone pratiche diventano cultura ed è questo il passaggio che permette al cambiamento di sopravvivere a autoalimentarsi. Sono aspetti a cui abbiamo prestato una grande attenzione. 

 

Quante sono le scuole con queste caratteristiche in Italia?
Abbiamo incontrato centinaia e centinaia di scuole che possiamo definire Changemaker, ma ne abbiamo scelte solo undici. L’obiettivo non era selezionare il numero più alto possibile di realtà, ma quello di individuare proprio i leader, quelli che possono essere influenti e ispirare anche gli altri. L’individuazione delle scuole ha visto diverse fasi, da una mappatura completa fino alla visita nelle scuole.

 

Le scuole selezionate hanno già avuto modo di confrontarsi nel corso di un evento che si è svolto a Firenze a fine maggio. Com’è andata?
Lo abbiamo intitolato “Oltre le colonne d’Ercole”, perché queste scuole, con i loro dirigente, sono dei moderni Ulisse, andati oltre le “Colonne d’Ercole” di una scuola che pensa di non poter cambiare. È stata una bella occasione di incontro e confronto e una prima opportunità per una contaminazione positiva.

 

Quali i prossimi step?
Il prossimo step sarà quello di riuscire ad aggregare, non più individuare scuole ma disseminare questa cultura di cambiamento. Lo facciamo essenzialmente in tre modi: lavorando sulla didattica changemaker, con laboratori interni per le scuole selezionate in modo che possano scambiarsi buone pratiche ed elaborare dei modelli replicabili, lavorando con altre scuole per la disseminazione, per dimostrare che il cambiamento è possibile attraverso dei workshop di formazione docenti, e attraverso la comunicazione, trovando canali che arrivino su grande scala e che raggiungano il target di riferimento.
Vogliamo lavorare con chi è allineato e soprattutto con chi ha voglia di cambiare.
Una volta che avremmo raggiunto quel famoso 16% il cambiamento ci sarà per tutti.

Thomas Ducato
Thomas Ducato

Direttore di Impactscool Magazine. Laureato in Editoria e giornalismo all’Università di Verona e giornalista pubblicista dal 2014, si occupa delle attività di ufficio stampa e comunicazione di Impactscool, curandone anche i contenuti, la loro diffusione e condivisione.

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