Pianeta Terra e Spazio

Anche i nostri alberi vittime dell’indifferenza per il global warming

7 novembre 2018 | Scritto da Stefano Tenedini

Sono 14 milioni le piante colpite dall’ondata di maltempo. E se il riscaldamento del pianeta è il primo responsabile, il complice è ancora l’uomo. Che non reagisce, anzi rimane inerte e apatico. Se non cambiamo strada ci attende un futuro drammatico.

Una tragedia che va ben oltre le strade interrotte, il fango da spalare, le case che saranno ricostruite. È un dramma che ci accompagnerà per decenni, una ferita che si rimarginerà solo al passo lento e misurato della natura. Il maltempo di questi giorni sulle montagne del Veneto, del Trentino e del Friuli ha sradicato 14 milioni di alberi. Lo stima Coldiretti, che ha individuato nei faggi e negli abeti bianchi e rossi le vittime principali, e aggiunge: “Ci vorrà quasi un secolo per tornare alla normalità, e senza boschi ad arginare le prossime piogge, assisteremo ad altre frane e smottamenti”.

Un gravisssimo danno ambientale ma anche economico, perché l’Italia importa già l’80% del legno che consuma. Quindi perdite per la filiera del legno, meno posti di lavoro, intere valli in crisi e turisti in fuga da questo sfacelo. La colpa è del vento anomalo, ma anche del progressivo abbandono della manutenzione delle aree boschive, che oggi occupano oltre un terzo della superficie del Paese, raddoppiata dall’Unità d’Italia. Il che sarebbe pure una buona notizia, se non dipendesse dallo spopolamento delle montagne e dall’abbandono di aziende agricole che non trovano più un equilibrio economico.

E se Samantha Cristoforetti, originaria di Malé, in Val di Sole, esprime la sua tristezza con un’immagine poetica (“Sono cresciuta tra gli alberi del Trentino. Da piccola pensavo che fossero eterni e che fossero gli abeti, facendo ondeggiare i rami, a creare il vento”), sono i tempi lunghi del recupero a preoccupare. Sull’Altopiano di Asiago, flagellato dalle raffiche, i registri della Forestale dicono che i boschi annichiliti dalle cannonate della Prima guerra mondiale o tagliati per riscaldarsi alla fine della Seconda sono riapparsi solo verso la metà degli anni Ottanta con l’estensione e la densità che avevano nell’Ottocento.

Il grande imputato dietro ogni singolo disastro ambientale comunque è il riscaldamento globale. E ciò che sta avvenendo è un assaggio di ciò che possiamo attenderci in futuro. “Se non agiamo presto, subito, il mondo dovrà attendersi eventi meteorologici sempre più estremi e diffusi. Una parte del pianeta diventerà invivibile, troppo calda o troppo secca, mentre la popolazione in crescita reclamerà sempre più terreni per sfamarsi: uno scenario insostenibile”, spiega Michael Mann, docente di Scienze dell’Atmosfera alla Penn State.

Al punto che contenere l’aumento della temperatura del pianeta in 1,5 gradi entro il 2030, come ipotizza l’accordo di Parigi (obiettivo dal quale siamo ancora lontanissimi), potrebbe non bastare. “Avremmo più maltempo ma anche periodi di siccità più lunghi, con il rischio di incendi, aree costiere minacciate dall’innalzamento del livello del mare, zone impossibili da coltivare”, spiega Kevin Trenberth, analista del Centro nazionale di Ricerca atmosferica degli Stati Uniti. “Occorre cambiare stile di vita, accettare sacrifici e aumentare l’efficienza energetica per ridurre la carbon footprint dell’uomo e contribuire a rallentare il danno”.

E c’è un altro rischio, più subdolo e silenzioso ma altrettanto dannoso: il severo allarme sul cambiamento climatico viene accolto con apatia, se non addirittura con insofferenza. È la convinzione che non sia un problema anche nostro, ma di qualcun altro. Sì, ok, c’è il rischio ambientale, però le emissioni di carbonio stanno aumentand più lentamente, quindi non è necessario agitarsi tanto… Peccato che i passi avanti dipendano dalla progressiva chiusura delle centrali a carbone, mentre i prossimi step dipenderanno da tutti noi. Quali?

Volare di meno. Mangiare meno carne e latticini. Consumare più cibi locali. Andare di più in bicicletta. Abbassare i termosifoni e mettere un maglione in più. Coibentare meglio le case. Non produrre e usare plastiche. Incentivare gli impianti per la cattura e lo stoccaggio di anidride carbonica. Tutti comportamenti che una persona assume solo se ne è convinta: e invece in Europa tre quarti della popolazione si dice preoccupata, però meno di un terzo accetterebbe tasse più alte sui combustibili fossili per ridurre le emissioni. Quindi come si combattono la passività e l’inerzia? Spiegando che il rischio ambientale è “qui e ora”, non riguarderà solo “gli altri” nel lontano futuro. Oppure rimuovendo le pregiudiziali politiche e ideologiche: il benessere del pianeta non è di destra o di sinistra.

Mentre rimpiangiamo gli alberi perduti ad Asiago, in Cadore e nell’Agordino, impegnamoci a demolire la convinzione che il cambiamento climatico siano “affari loro”. Vediamola in positivo: il cambiamento di stile non porterà solo lacrime e sangue, ma anche vantaggi. Il beneficio di politiche a favore del calo delle emissioni è misurabile già ora: quanto valgono per noi e per i nostri nipoti l’aria pulita, le foreste sane, le case ben isolate, la salute (e le minori spese correlate), un’economia circolare che non distrugge ma utilizza meglio? Ecco la strada da seguire: trovare argomenti giusti e razionali per persuadere gli scettici.

Stefano Tenedini
Stefano Tenedini

Contributor

Giornalista e inviato per quotidiani e periodici, esperienze di ufficio stampa e relazioni esterne nella finanza e in Confindustria. Oggi si occupa di comunicazione per grandi e piccole imprese, professionisti e start-up.

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