Scienza e Medicina

Il DNA può darci indicazioni sull’orientamento sessuale?

6 novembre 2018 | Scritto da La redazione

Uno studio avrebbe evidenziato delle varianti genetiche associabili alla “non eterosessualità”. Proviamo a fare chiarezza

Non esiste un “gene gay” ma potrebbero esserci alcune varianti genetiche, quattro per essere precisi, fortemente associate a un “comportamento non eterosessuale”. È quanto contenuto in uno studio, presentato in anteprima in occasione dell’incontro annuale dell’American Society of Human Genetics, che ha fatto molto discutere nelle ultime settimane. A parlare dei risultati è stato Andrea Ganna, ricercatore del Broad Institute di Cambridge, Massachusetts e della Harvard Medical School di Boston.
Il tema è controverso, in particolare alla luce delle discriminazioni che le persone omosessuali sono ancora oggi costrette a subire in molte parti del mondo, e merita un approfondimento che non riguardi solo aspetti puramente genetici ma anche etici, filosofici e politici.

La ricerca, la più vasta mai realizzata sulla genetica dell’orientamento sessuale, ha esaminato i dati di 450mila persone contenuti nella Biobanca del Regno Unito e in quella della nota azienda di test genetici 23andMe. Ai soggetti è stato chiesto se avessero mai avuto rapporti non eterosessuali: i dati di quelli che hanno risposto in modo affermativo, quasi 27mila persone, sono stati analizzati per evidenziare eventuali variazioni del DNA comuni in questo campione di individui. Il team di ricerca ha sottolineato che non esiste un “gene gay”, in grado quindi di identificare le persone non eterosessuali, ma che sono state riscontrate quattro variazioni geniche (nei cromosomi 7, 11, 12 e 15) che rappresentano piccoli effetti genetici che potrebbero influenzare la non eterosessualità. Sempre secondo i ricercatori, le quattro varianti identificate sarebbero anche correlate ad alcuni disturbi dell’umore e della salute mentale, che potrebbero essere riconducibili alle maggiori possibilità delle persone non eterosessuali di subire discriminazioni nel corso della loro vita.

Lo studio ha fatto discutere anche la comunità scientifica del settore, divisa tra chi ritiene la ricerca un passo in avanti nella comprensione del ruolo dei geni nella sessualità e chi, al contrario, ne critica l’approccio metodologico.
“Purtroppo noi esseri umani – ha spiegato a Impactscool Magazine Massimo Delledonne, docente di Genetica dell’Università di Verona – non accettiamo che il sequenziamento del genoma umano abbia rivelato che molto di ciò che siamo sta scritto nel DNA. Eppure dovremmo prendere atto del fatto che un essere umano, a differenza degli altri “organismi”, ha il controllo su molte delle sue caratteristiche comportamentali. Avere una predisposizione non significa pertanto manifestare quella caratteristica. C’è sempre l’interazione con il mondo esterno, l’ambiente, e c’è sempre la fortissima componente di controllo dello stimolo dei sensi e dei desideri che ne derivano e che, appunto, ha elevato l’uomo e lo ha reso diverso dagli altri animali. Questo non vale solo per il tema di questo studio, ma per tutte le predisposizioni evidenziate dal DNA. Ero presente all’incontro dell’American Society of Human Genetics – prosegue Delledonne – francamente non vedo nulla di strano nel fatto che ci possa essere una componente genetica che favorisca una scelta sessuale oppure l’altra, ma sono assolutamente d’accordo che, visto che l’omosessualità è considerata un reato in alcuni Paesi, non si debba dare troppo risalto a questi risultati, ancora troppo poco solidi dal punto di vista statistico anche se estremamente interessanti dal punto di vista scientifico”.

Delledonne sottolinea, inoltre, un altro aspetto cruciale della questione, già trattato proprio su Impactscool Magazine: quello della condivisione o cessione a scopi commerciali dei propri dati genetici: “La sfida di oggi – conclude Delledonne – è quella di riuscire a far capire a tutti noi l’importanza del tenere private tutte le informazioni sensibili contenute nel nostro DNA. Il dato genetico è un dato privato, una cosa intima e personale, e tale deve rimanere”.

Tra chi, invece, ha mosso alcune osservazioni sull’approccio metodologico della ricerca, c’è Carlo Alberto Redi, direttore del Laboratorio di Biologia dello sviluppo dell’Università di Pavia.

“È un tema molto serio e sentito, con tante sfaccettature. È importante chiarire, quindi, che con gli strumenti di cui dispongono oggi genetica e biologia sperimentale, non siamo in grado di dare una risposta univoca a questo tema. Il comportamento sessuale dipende da tanti fattori, sia genetici sia ambientali. Anche con gli studi di associazione del genoma non possiamo ottenere risultati rilevanti: stiamo parlando, infatti, di correlazioni, che sono ben diverse da relazioni causa-effetto. Un altro dubbio riguarda il campione di persone coinvolte, che potrebbe essere sovrastimato o sottostimato: già in passato, infatti, indagini sull’orientamento sessuale hanno dimostrato una scarsa affidabilità delle risposte fornite dagli intervistati. Se a tutto questo aggiungiamo il fatto che la scelta sessuale è un tratto influenzato in modo importante dall’ambiente, capiamo come il risultato di questa ricerca sia molto fumoso e non sia in grado di offrire una correlazione sostanziale, come dichiarato anche dagli stessi autori. Il messaggio che ne è uscito, però, – conclude Redi – è molto forte e dunque bisogna prestare molta attenzione: si rischia di dare ai cittadini un messaggio sbagliato, una sorta di determinismo genetico”.

La ricerca, visto il tema di cui si occupa, pone dei quesiti di natura etica e filosofica e potrebbe avere conseguenze anche nell’ambito politico. Per questo abbiamo chiesto un commento alla notizia anche a Lorenzo Bernini, docente di Filosofia politica all’Università di Verona e direttore del centro di ricerca PoliTeSse, Politiche e Teorie della Sessualità. “Da due secoli – spiega Bernini – la ricerca delle cause biologiche dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale è un’ossessione della comunità scientifica. Nell’Ottocento si è tentato insistentemente di dimostrare, senza successo, che l’‘inversione’ (allora per lo più si chiamava così) fosse l’esito di una degenerazione organica. Nel corso del Novecento sono state pubblicati numerosi studi rivolti a dimostrare la differenza dei cervelli delle persone omosessuali da quelli delle persone eterosessuali, e puntualmente sono state smentite da ricerche successive che ne hanno denunciato imperfezioni e biases. Ora la parola non può che passare alla genetica… Dalle notizie che sono state riportate dai media mi sembra che anche questa ricerca non dimostri nulla di certo e che contenga soltanto delle flebili ipotesi. Attendiamo i prossimi mesi per vedere se qualche nuovo studio le smentirà.”.

Anche secondo Bernini, uno degli aspetti più controversi dello studio è l’approccio metodologico. “Significativo – prosegue – è che non si siano cercati i geni specifici dell’omosessualità, della bisessualità, della pansessualità o della non conformità di genere, ma che la ricerca abbia distinto tra persone cisgenere esclusivamente eterosessuali e tutte le altre, e che abbia tentato di trovare quali varianti genetiche potevano tenere unito il gruppo di queste ‘persone altre’, per poi cercare le relazioni possibili tra tali varianti e il disagio mentale. La mia impressione è che la ricerca abbia qualcosa in comune con molte ricerche precedenti, fino a risalire quelle ottocentesche sulla degenerescenza: l’assunto secondo cui essere cisgenere ed eterosessuali sia la normalità, da cui tutto il resto rappresenta una deviazione potenzialmente patologica. Questo assunto è un pregiudizio che si chiama eterosessismo, e non ha nulla di scientifico, ma molto di politico”.

Questa ricerca ha toccato un aspetto particolarmente delicato e attorno cui si sta sviluppando da decenni un forte dibattito politico e sociale. Questo studio, però, non è un caso isolato: da un lato, sono molte le ricerche che hanno provato a dimostrare una correlazione tra i nostri geni e determinate caratteristiche individuali, dall’altra i test genetici a pagamento ci hanno abituato a promesse difficili da realizzare come “Dammi il tuo DNA e ti dirò per quale sport sei portato!”, o ancora “Scopri se sei un leader grazie al tuo DNA”.

Dunque, cosa può dirci davvero il DNA? Solo il tempo e il miglioramento della capacità di comprendere il nostro genoma potranno permetterci di rispondere a questa domande. Fino a quel momento, argomenti così complessi e ricerche che si occupano di tematiche così dibattute, devono essere approfonditi e affrontati con spirito critico.

Tags: Dna Genetica
La redazione
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