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Viaggiare è bello e apre la mente: ma cerchiamo di non fare danni

19 dicembre 2019 | Scritto da Stefano Tenedini

Allarme “overtourism”: siamo troppi e vogliamo andare tutti negli stessi luoghi, un mix micidiale per i luoghi più belli e più fragili del pianeta, dai parchi alle città. E noi italiani ne sappiamo qualcosa, con il dramma di Venezia sotto gli occhi del mondo.

Viaggiare è bello, apre la mente e ci prepara al futuro. Ma allo stesso tempo rischia, quando si esagera, di danneggiare le culture più deboli, le economie locali, i prodotti, la biodiversità. Una volta di più, non ci sono alternative: o ce ne stiamo tutti a casa, ognuno rinchiuso nel proprio recinto, o impariamo a rispettare regole di buon senso che preservino il pianeta da noi stessi, che poi è il solito problema. Si chiama “overtourism” e come vediamo ne soffrono Roma, Venezia (resa ancor più debole anche dalla fragilità del suo ecosistema territoriale), Firenze ma anche città in cui il turismo è esploso solo in tempi recenti come Verona, con impatti crescenti e ormai quasi ingovernabili.

 

Anche l’Unesco prova a mettere un limite all’esagerazione turistica: ha infatti riunito esperti e operatori a Baku, in Azerbaijan, di fronte a una drammatica serie di dati inoppugnabili. La crescita del turismo mondiale è superiore a tutte le previsioni, e metà del flusso (1,5 miliardi di persone l’anno) punta sull’Europa, di cui una larga fetta sull’Italia. Sarà necessario definire strategie e azioni che rendano compatibile questa sorta di “invasione” con la salvaguardia del patrimonio storico-architettonico e con le identità e le culture minacciate. Però non va nemmeno trascurato il fatto che alle nostre città, e soprattutto ai centri minori, il turismo può portare anche visibilità, benessere e sviluppo.

Si tratta cioè di mantenere l’equilibrio non solo culturale ma anche ambientale, minacciato dai drammatici cambiamenti climatici in corso, come abbiamo sottolineato proprio un mese fa in un articolo su Impactscool Magazine, dopo l’ultima catastrofe che ha colpito Venezia.

 

La carta di Baku. Da Baku è uscita un’indicazione chiara e urgente: mettiamo al sicuro prima di tutto i luoghi di maggiore attrazione turistica nella lista dei patrimoni dell’umanità, stimolando abitudini di viaggio tollerabili sul piano economico, sociale e ambientale. Non riduciamo città antiche e gioielli naturalistici a parchi a tema sovraffollati, com’è successo a Barcellona, a Dubrovnik, nell’Egeo e addirittura all’isola scozzese di Skye. Anche se va aggiunto che per l’Italia modelli turistici e infrastrutture compatibili potrebbero far raddoppiare il Pil del settore, aiutando anche la formazione, lo sviluppo delle smart city, oltre a ricettività e mobilità sostenibili.

“Nel nostro Paese vanno rigenerati tutti i centri storici, che soffrono di fenomeni estremi e contraddittori, passando dal grande richiamo turistico all’abbandono spesso irreversibile da parte dei residenti. Ospitano movide notturne ma anche torme di sbandati, e solo a volte sono un esempio di eccellenti recuperi culturali”, dice Giuseppe Cappochin, il presidente del consiglio nazionale degli Architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori.

 

Turismo e pericolo ambientale. Intanto, dopo la recente emergenza per l’acqua alta e un ritorno di fiamma delle polemiche sul Mose, a Venezia si torna a protestare per l’invasione delle grandi navi nel bacino di San Marco e lo “sversamento” settimanale di decine di migliaia di crocieristi mordi e fuggi. Ora la speranza è che le autorità trovino finalmente il modo di interrompere questa vergognosa pratica che con il turismo non ha nulla a che fare, visto che tratta la millenaria Serenissima come una Las Vegas qualunque. Non solo le navi contribuiscono alla letale erosione delle basi su cui si fonda Venezia, ma il ritorno economico è davvero limitato: i turisti mangiano e dormono a bordo e lasciano il loro obolo solo in poche botteghe e qualche bar.

La profonda ferita appena subita dalla città ha confermato davanti al mondo la sua estrema fragilità, ma i ministeri si rimpallano decisioni fondamentali per la sua sopravvivenza, messa già a dura prova da oltre 30 milioni di visitatori l’anno a fronte di soli 50 mila abitanti. Forse però qualcosa si sta muovendo: anche grazie alle parole pronunciate dalla nuova presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen (“Venezia sott’acqua è una questione vitale per l’Europa”), si moltiplicano gli appelli per una soluzione che sia davvero globale. Anche se la stessa Unesco qualcosa da rimproverarsi ce l’ha, e proprio a proposito della città lagunare, non avendo fatto abbastanza per contrastare il passaggio delle navi da crociera.

 

L’overtourism è solo un’altra faccia delle minacce al pianeta, come l’emergenza climatica, la sovrappopolazione, la scarsa acqua potabile e tanti altri aspetti critici: quindi ben venga ogni presa di coscienza che l’ecosistema va tutelato anche nei suoi più autentici simboli. In questo senso va anche l’ipotesi di fare proprio di Venezia la sede di un’agenzia europea che si occupi del turismo, ne studi e valorizzi ulteriormente le grandi opportunità e le risorse che genera, valutando però, come ha fatto il giornalista Guido Moltedo al Club of Venice, anche i problemi che crea alle comunità e identifichi strumenti di monitoraggio e contenimento.

Di sicuro è proprio la “cultura del viaggio” che dovrebbe far parte, insieme al rispetto per le località visitate e le persone che ci vivono, del bagaglio dei turisti. E di chi li “guida”, spesso per interesse e con una colpevole superficialità. Su Instagram sta crescendo la rivolta contro gli influencer che spingono le orde di vacanzieri a devastare i parchi, percorrendoli fuori dai sentieri, calpestando i fiori, ronzando con i droni, oppure sporcando e inquinando le città. Il sistema funziona: alcuni sponsor si sono tirati indietro annullando partnership da migliaia di dollari. Forse anche il pianeta ha trovato il modo di difendersi… e proprio con i social.

Stefano Tenedini
Stefano Tenedini

Contributor

Giornalista e inviato per quotidiani e periodici, esperienze di ufficio stampa e relazioni esterne nella finanza e in Confindustria. Oggi si occupa di comunicazione per grandi e piccole imprese, professionisti e start-up.

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