Robotica e AI

Tre suggerimenti agli umani per non farsi “pensionare” dai robot

21 agosto 2018 | Scritto da Stefano Tenedini

Siamo e resteremo (almeno per un po’) imbattibili per l’intuizione, per la capacità di scatenare le “endorfine da contatto” con gli interlocutori, per la visione etica e i valori. Ma queste sono anche le soft skills che ci conviene insegnare alle macchine.

Tre suggerimenti agli umani per non farsi “pensionare” dai robot

Se l’intelligenza artificiale manderà presto in soffitta l’organizzazione sociale e del lavoro cui siamo abituati, che cosa garantirà alle persone di essere ancora rilevanti, utili? Perché un cliente dovrebbe voler parlare con noi invece che con l’assistente digitale? Stiamo per pensionarci da soli, come abbiamo fatto per il telegramma, il mangiadischi o i gettoni del telefono? I cambiamenti dirompenti si chiamano così proprio perché sono un terremoto, ma almeno ci impongono di cambiare passo e guardare le cose da un’altra prospettiva.

“Devo preoccuparmi per il futuro della mia professione?”, si chiede ad esempio Alexandra Stubbings, consulente di organizzazione d’impresa. E la risposta che si dà è sorprendente. “Ho scoperto che esiste già un’app che fa il mio lavoro: fornisce un metodo di coaching e le domande adatte, poi analizza le risposte e aiuta ai team a riflettere sulle dinamiche e affrontare le tensioni. Se le cose fossero davvero così sarei rovinata”.

Ma la Stubbings non si ferma alle apparenze e trasforma il nemico in un partner. Credeva che insegnare fosse un lavoro molto “umano”, poco replicabile dall’intelligenza artificiale, invece l’architettura neurale alla base del “coach-bot” dimostra che siamo alleati. “L’app agisce come me: individua gli schemi nel comportamento del team e incoraggia il dialogo. Ma io sono curiosa, reattiva ed empatica, so stare un passo avanti. Inoltre l’app mette il coaching alla portata di clienti che possono preferire me per un percorso personalizzato”.

Insomma, tra professionisti e AI non è detto che sarà guerra come nell’Ottocento, quando gli operai picconavano le macchine a vapore per paura di perdere il posto. Dipende dalle soft skills di cui ciascun umano dispone (o riesce a dotarsi) e dagli sviluppi tecnologici, che non sempre saranno rapidissimi. Pare ad esempio che per ora gli idraulici possano stare tranquilli: le scelte tecniche e la coordinazione occhio-mano richiesti per lavorare sotto il lavandino non saranno alla portata dei robot almeno per una quindicina d’anni. Qualche ansia per i radiologi, il cui lavoro sarà automatizzato e reso meno costoso e più veloce: ma ce ne avvantaggeremo come società e come pazienti, grazie al risparmio di tempo e di spesa. E i medici si ricicleranno come coach dei colleghi artificiali.

E guardando al domani la risposta è proprio questa, resteremo utili e necessari solo se ci dedicheremo a ciò che è specifico degli umani: competenze difficili da replicare, almeno nel prossimo futuro, e che consentono di dare risposte creative basate sull’adattamento e sull’esperienza. In ultima analisi, sull’istinto e sulla capacità non di tirare a indovinare, ma di interpretare scenari complessi con molte variabili e pochi dati certi.

Ci sono alcuni punti di forza che come umani possiamo vantare. Prima di tutto l’intuizione, quella parte di creatività che guarda l’invisibile, compie balzi attraverso argomenti diversi, riconosce uno schema nel caos finché improvvisamente tutto sembra avere un senso. Se i robot sono eccellenti nel macro, dando significato a una massa di big data, allora forse noi siamo ancora imbattibili nel micro: vediamo un fiore dove l’AI incontra solo erba.

Poi c’è l’interazione, e in particolare il tocco umano. Una ricerca ha verificato che diciamo più volentieri di sì a un estraneo se accompagna una richiesta (compilare un questionario o fare beneficenza) sfiorandoci gentilmente il braccio. Quando si lavora sempre più nel mondo virtuale, cresce anche il bisogno delle endorfine attivate dal contatto.

Infine a distinguerci ci sono valori ed etica. Il che non vuol dire che le macchine non stiano sviluppando la capacità di fare scelte più giuste, ma se ci riescono è proprio perché stanno imparando da noi che interagiamo con loro. Teniamoci stretta la capacità di interrogarci su motivazioni, principi, idee, progetti, dubbi e speranze, perfino contrasti e conflitti. Un buon modo per rimanere necessari sarà trasmettere la nostra umanità alle macchine.

Stefano Tenedini
Stefano Tenedini

Contributor

Giornalista e inviato per quotidiani e periodici, esperienze di ufficio stampa e relazioni esterne nella finanza e in Confindustria. Oggi si occupa di comunicazione per grandi e piccole imprese, professionisti e start-up.

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