Città e Trasporti

Una casa stampata in 3D

10 giugno 2019 | Scritto da Thomas Ducato

Quello “dell’abitare” potrebbe essere uno dei grandi problemi del futuro: la stampa 3D potrebbe rappresentare la soluzione. Ne abbiamo parlato con il Ceo di WASP Massimo Moretti.

La stampa 3D ai suoi inizi è stata immaginata e utilizzata quasi esclusivamente per applicazioni mediche e industriali. Oggi, invece, viene impiegata in moltissimi settori, anche diversi tra loro: dalla creazione di gioielli alla ceramica, dal design alla moda, fino all’architettura. Lo sviluppo di questa tecnologia, inoltre, potrebbe essere spinto dalla ricerca in ambito spaziale, visto che la stampa 3D è lo strumento più indicato per produrre oggetti e costruire strutture e abitazioni lontano dal suolo terrestre.

Ma cosa ci aspetta nel futuro? Quali saranno i maggiori impatti di questa tecnologia?

 

Le case stampate in 3D. È di qualche settimana fa la notizia che dall’unione tra un’associazione no-profit, uno studio di design e un’azienda specializzata nella stampa 3D sta per nascere un intero quartiere con case realizzate, in appena 24 ore, con questa tecnologia. Il progetto, che dovrebbe coinvolgere diverse zone dell’America Latina, ha l’obiettivo di offrire alloggi a basso costo a famiglie in difficoltà economiche e garantire un sostegno ai senzatetto. È solo l’ultimo esempio dell’applicazione della stampa 3D nella costruzione di edifici: quella che fino a qualche anno fa sembrava fantascienza oggi è una realtà e nel prossimo futuro questa innovazione è destinata a creare enormi impatti sulla nostra società.

 

WASP, acronimo di World’s advanced saving project, è un’azienda leader nel settore della stampa 3D, che progetta, produce ed effettua la vendita di stampanti 3D interamente made in Italy. Uno dei motti dell’azienda è “Non siamo così pazzi da credere di poter salvare il mondo, ma siamo così pazzi da lavorare per farlo”: in effetti la visione di WASP è quella di individuare soluzioni per rispondere a bisogni concreti a livello globale. Il suo obiettivo, come si legge sul suo sito web, è quello di costruire case a km0, utilizzando quindi materiali reperibili sul territorio, cercando così di rispondere al problema dell’abitare.

Ne abbiamo parlato con Massimo Moretti, Ceo di WASP.

 

Come è nata WASP e qual è la sua visione?

WASP nasce essenzialmente dall’unione di un gruppo di giovani e di persone più esperte, artigiani con già molti anni di esperienza alle spalle. Personalmente, nella mia carriera, mi ero sempre occupato dello sviluppo di progetti di tipo tecnico e dopo un confronto con un gruppo di giovani che si interessavano alla stampa 3D ho deciso di dedicarmi a questa nuova sfida. Anche se il progetto è partito dal basso la visione generale è stata da sempre quella di provare a risolvere uno dei grandi problemi del mondo.

 

In che senso?

Già nel 2012 abbiamo capito che quello dell’abitare sarebbe stato un grande problema nel prossimo futuro. Costruire nuove case diventerà insostenibile sotto tanti punti di vista, da quello economico a quello sociale e ambientale, anche a causa della crescita demografica e del graduale abbandono delle periferie a favore dei grandi centri urbani. In questo contesto stampare le case, anziché costruirle, potrebbe essere la soluzione: produrre quello che ti serve, quando ti serve, con il materiale che hai a disposizione. In generale è questa visione che spinge il nostro progetto.

 

Come è cresciuta l’azienda in questi anni?

Siamo partiti in pochi e con appena 7.000 euro, ora siamo arrivati a 40 persone e negli ultimi anni la crescita è stata esponenziale. Siamo come trasportati da una forte corrente, è come se la coscienza collettiva si stia svegliando. Se all’inizio della nostra attività è stato impossibile trovare investitori o chiedere supporto finanziari, oggi la situazione è completamente cambiata: abbiamo acquisito credibilità anche grazie alle collaborazioni che abbiamo instaurato e alle persone che fanno parte del team. Lavoriamo in moltissimi settori diversi, da quello medico a quello alimentare, e realizziamo prodotti per diverse stampe, da quella delle plastiche (polimeri) a materiali fluido densi.

 

Dal progetto al prodotto: come lavorate?

Partiamo sempre da un progetto, sviluppiamo il prodotto e reinvestiamo quello che guadagniamo per finanziare nuovi progetti, sempre allo scopo di soddisfare dei bisogni di base e dare risposte a problemi con processi replicabili. È questa la nostra filosofia. Nello sviluppare i nostri progetti non ci piace parlare di fase “ricerca”, ma di scoperta: in circa sei mesi noi puntiamo ad avere il prodotto. La ricerca vera e propria può durare anni ed è svolta all’interno delle università. Con alcuni atenei abbiamo instaurato bellissime collaborazioni come partner di progetto, ma solitamente noi ci inseriamo nella fase finale del processo.  

 

A livello di impatti, che futuro si aspetta per la stampa 3D?

Ci saranno impatti sul piano ambientale, sia per i materiali utilizzati sia per i processi: oggi l’industria si basa sulla produzione di serie esagerata per ammortizzare gli investimenti, che porta a una guerra dei prezzi fatta di vendita forzata e a basso prezzo, che fa malissimo all’ambiente. Credo che questa sia una tecnologia destinata a generare un ricambio e una trasformazione profonda nel mondo dell’industria ma trovo che questo sia un bene, perché i fatti stanno dimostrando che così è insostenibile. Noi ci immaginiamo un’economia fatta di micro-aziende, dove ognuno crea beni e prodotti per la comunità, lavorando in rete. Potremmo chiamarlo un artigianato tecnologico diffuso, con persone che non solo lavorano ma “fanno lavoro”.

 

E secondo lei le persone sono pronte a questa trasformazione?

Serve sicuramente una maggiore consapevolezza. Ci sono delle stratificazioni mentali difficili da superare. Ma il nostro obiettivo è portare la nostra vision nel mondo: quelli che cerchiamo di affrontare sono temi grandi, reali e concreti e bisogna prenderli sul serio.

 

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Thomas Ducato
Thomas Ducato

Direttore di Impactscool Magazine. Laureato in Editoria e giornalismo all’Università di Verona e giornalista pubblicista dal 2014, si occupa delle attività di ufficio stampa e comunicazione di Impactscool, curandone anche i contenuti, la loro diffusione e condivisione.

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