Editoriali

Coltiviamo la speranza, ogni giorno. Non l’ottimismo.

18 marzo 2020 | Scritto da Andrea Dusi

L'editoriale di Andrea Dusi, Presidente e Co-founder di Impactscool

Coltiviamo la speranza.

Viviamo un periodo senza precedenti delle nostre vite. Sappiamo che ci può essere la luce, alla fine del tunnel. E abbiamo due strade: guardarla da lontano, sperando arrivi. O lavorare per raggiungere questa luce.

Ed è la stessa differenza che abbiamo oggi quando decidiamo se aspettare ottimisti o lavorare con speranza.

Perché non possiamo commettere l’errore di confonderci sui termini.

Da qualche giorno campeggiano post del tipo: “tutto tornerà meglio di prima”, “sono ottimista e so che tutto si risolverà”, “andrà tutto bene”.

Credo sia sbagliato essere ottimisti, o solo ottimisti.

Sbagliato perché, innanzitutto, persone stanno morendo. E moriranno. E per loro e i loro cari tutto non tornerà meglio di prima. Saremo tutti toccati. Conosceremo tutti qualcuno che purtroppo è stato colpito o sarà colpito da questa calamità.

Sbagliato perché l’economia reale ne soffrirà, forse come non mai nella storia. E per noi italiani, in particolare, il “popolo” delle piccole e medie imprese, sottocapitalizzati, il rischio di un futuro default sarà più che reale. Ripartire sarà difficile. Con o senza aiuti statali ed europei.

Sbagliato perché nei nuovi equilibri geopolitici, sappiamo cosa lasciamo, non sappiamo cosa ci sarà. Credo gli Stati Uniti si chiuderanno ancora di più nei loro confini, lasciando una prateria alla Cina.

E quel che è peggio, è sbagliato perché nulla riuscirà ad essere più come prima nei rapporti con gli altri, con il “diverso”. Dopo 1 o 2 mesi in cui terremo le distanze tra noi umani, sarà facile riabbracciarci? Sarà facile viaggiare con serenità in tutti i posti del mondo? Chi di voi, chi di noi programmerà di andare in Cina nei prossimi 2 anni per vacanza? E allo stesso tempo, per quanto rimarrà nella testa delle persone il collegamento Italia=Contagio.

 

Quindi non andrà tutto bene, non sta andando tutto bene e nulla sarà più come prima per molti, forse per tutti.

Essere quindi “solo” ottimisti è sbagliato, perché l’ottimismo significa guardare con positività al futuro, ma osservandolo. Inermi. Come spettatori passivi. E non è questo di cui oggi abbiamo bisogno. Non serve a niente essere ottimisti. Non serve a niente predicare ottimismo, se non a rasserenare chi ha bisogno di essere rasserenato, come i bambini

Questo è invece il momento di coltivare la speranza. È la speranza la chiave per farci rinascere.

Come scrive Alberoni, “mentre l’ottimismo è una qualità del carattere che ci fa propendere sempre per la visione più favorevole, spesso non tenendo conto del principio di realtà, la speranza, è sì fondata su un desiderio, su una visione del futuro, ma guarda lontano. Dilata l’orizzonte senza che vi sia la certezza che le cose andranno come ci siamo prefigurati. È un’apertura sul possibile.”

E, aggiungo io, che spinge a fare azioni per raggiungere i futuri possibili. Con un atteggiamento quindi proattivo e non passivo (tipico dell’ottimismo).

La speranza ha la grande capacità di riuscire a portarci oltre i confini del presente, dando significato anche nella quotidianità al senso della nostra vita.

Secondo Frankl (filosofo austriaco vissuto nel secolo scorso), è proprio nelle azioni più disperate –“ come quella dei campi di concentramento, ma pensiamo anche a chi nel quotidiano deve combattere contro la depressione, o convivere con malattie gravi proprie o dei propri cari, la disoccupazione, la crisi economica e via dicendo – chi trova in sé la forza (resilienza) di non cedere alla disperazione riesce ad affrontarle e a superarle prefigurandosi una possibilità di futuro, una possibilità di felicità oltre lo sconforto che sta vivendo”.

 

Perché la speranza ha la capacità di proiettarci oltre i confini del presente, ci permette di dotare di un significato la nostra vita, di intravedere un compito ideale da perseguire che ci dona forza, entusiasmo, che ci fa sentire parte del mondo e artefici del mondo. Ci sprona “in altezza”, verso il futuro.”
Tutti i grandi uomini e le grandi donne, imprenditori, scienziati, esploratori, sportivi sono stati guidati da una speranza.

Come Guglielmo Marconi che per lunghi anni ha sperimentato nella sua camera, in solitudine, incompreso, prima di vedere riconosciuti i suoi sforzi attraverso la trasmissione delle onde radio nell’etere.

Come Giuseppe Garibaldi, che per la speranza di un’Italia unita, ha combattuto, ha vinto, è stato sconfitto.

Come l’amico o l’amica che conosciamo che per raggiungere la sua personale visione positiva di futuro (un lavoro migliore, risultati nello sport, imparare uno strumento musicale o una nuova lingua) ha lavorato come un pazzo, ha girato il mondo, ha sacrificato, o valorizzato, gli anni della giovinezza per raggiungere un sogno.

 

Nessuno di questi è stato ottimista, spettatore passivo di quanto succedeva. Erano tutti guidati da una grande speranza, sulla quale combattevano e lavoravano ogni giorno. E oggi il nostro Paese e noi stessi abbiamo bisogno di coltivare la speranza, di lavorare per il futuro che ci attende. Di non aspettarlo inermi, ma di costruirlo ogni giorno, già adesso.

Perché se coltiviamo la speranza acquisiamo, nella peggiore delle ipotesi, una nuova forza che renderà la nostra vita piena, ricca, piena di significati. Senza limitarci ad esistere e a trascorrere ogni giorno uguale all’altro.

“La speranza opera spesso in modo invisibile ma vitale. La speranza ci sostiene quando ci innamoriamo e non sappiamo se siamo ricambiati; ci permette di intraprendere nuove strade nel lavoro, affinando la nostra creatività e la nostra visione del domani; ci spinge a procreare, ad amare ed educare i nostri figli e a immaginarci il loro futuro.

E se magari non raggiungeremo il futuro che vogliamo costruire, lavorare ogni giorno per raggiungerlo ci permetterà di avvicinarci a “quell’ideale di felicità che tutti perseguiamo e che ci dona il potere di trascendere la finitezza della vita umana”.

Andrea Dusi
Andrea Dusi

Dopo aver lavorato nella consulenza strategica (Roland Berger, Arthur D.Little), nel 2006 ha creato Wish Days, conosciuta soprattutto per i cofanetti regalo Emozione3. Ad aprile 2016 ha venduto la società al gruppo Smartbox con una exit milionaria. Nel 2017, insieme a Cristina Pozzi, già sua socia in Wish Days, ha fondato Impactscool, di cui è Presidente Esecutivo.

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