Editoriali

Come un vero reddito di cittadinanza potrebbe eliminare la povertà dal nostro Paese

22 novembre 2018 | Scritto da Andrea Dusi

In Italia si parla molto di reddito di cittadinanza. Ma come funziona realmente? Può essere uno strumento per eliminare la povertà? E’ sostenibile? Come dovrebbe essere applicato?

Premessa

Il contenuto di questo scritto rappresenta solo ed esclusivamente il mio punto di vista e non vuole essere un giudizio politico nei confronti delle azioni del Governo italiano, ma solo l’analisi storica, statistica e fattuale su un tema che mi sta a cuore: se e come si può risolvere il problema della povertà in Italia attraverso il cosiddetto “Reddito di Cittadinanza”.

Quanto segue, quindi, è solo il mio tentativo di un approccio concreto e non di parte per evitare che anche su un tema così dirompente (soprattutto nel prossimo futuro) si rimanga sempre e solo sulla superficie, arroccati su posizioni di “pancia”.

 

Obiettivo

L’obiettivo è rispondere alle seguenti domande:

  • si può sconfiggere la povertà?
  • Il sistema di un Reddito di Cittadinanza, RdC, per i più poveri può essere lo strumento per farlo?
  • Il RdC è sostenibile per l’economia del nostro Paese?

Darò al termine anche il mio punto di vista sulla modalità con cui il RdC sta per essere applicato in Italia.

 

Vogliamo veramente eliminare la povertà dal nostro Paese?

La domanda di fondo che, come individui e come società, dobbiamo porci è la seguente: “Vogliamo veramente eliminare la povertà dal nostro Paese?”

Non è, come può sembrare, una domanda retorica.

Infatti, siamo portati a pensare (basta leggere i commenti da parte di chi è contro la misura del Governo italiano sul Reddito di Cittadinanza ma, buona notizia, è un fenomeno diffuso in tutto il mondo quando si affronta questo tema) che se i poveri hanno a disposizione soldi, saranno usati per comprare alcol e sigarette invece di libri o cibo sano, perché siamo convinti che i poveri non sono in grado di gestire disponibilità economiche “improvvise”.

“Se sono poveri, ci sarà un motivo, no?” si sente spesso affermare. Oppure, “Se vogliono soldi, li dobbiamo far lavorare 8 ora al giorno come minimo”. “Nessuno più lavorerà”. “In Italia non può funzionare perché sono (i poveri) scansafatiche”. E molto simili saranno i commenti a questo articolo da parte di chi si fermerà solo al titolo e alla propria pancia.

Forse questo è legato alla matrice fortemente cattolica del nostro Paese, per cui siamo ancora schiavi del concetto biblico “… E invero quand’eravamo con voi, vi comandavamo questo: che se alcuno non vuol lavorare, neppure deve mangiare.” (2 Tessalonicesi 3:10).

“Sei povero perché non lavori e quindi è colpa tua se sei in quella situazione”. “E se vuoi soldi dallo Stato, devi entrare in programmi di assistenza che ti permettano di avere un’occupazione o fare lavori socialmente utili.”

Nel corso della seconda parte del secolo scorso, infatti, c’è stato un passaggio dal concetto di “welfare” (hai diritto a stare bene) al concetto di “workfare” (hai diritto di stare bene se lavori o sei in un percorso di inserimento lavorativo).

Inizialmente era stato teorizzato un reddito universale di cittadinanza da Friederich Hayek e Milton Friedman, inserito nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948. All’articolo 25 c’è ancora scritto “Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; e ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà.”

Oggi, però, abbiamo perso di vista questo principio e il supporto economico a chi ne ha bisogno viene sempre “condizionato” al concetto di lavoro e “mediato” da associazioni ed organizzazioni che hanno il compito di “gestire” i contributi statali nei confronti dei poveri.
Di fatto nella convinzione che tu, povero, non puoi ricevere soldi dallo Stato “senza condizioni” perché altrimenti lavori meno e di fatto sprecheresti questi soldi.  E questa idea, che nel tempo aveva convinto anche il mio modo di pensare, non solo è priva di evidenze scientifiche, ma è vero anche l’opposto. Come spiegherò nel proseguo della lettura.

A oggi, i sistemi creati nei Paesi occidentali per sconfiggere la povertà non funzionano. Non è solo un problema italiano: se prendiamo in considerazione anche uno dei centri mondiale dell’innovazione, San Francisco, ci rendiamo conto che la portata del problema è enorme: uno degli aspetti che più colpisce di quella città sono infatti il numero incredibilmente alto di senza tetto.
Ed è per questo che ripropongo la domanda: vogliamo veramente sconfiggere la povertà nella nostra società? Perché di fatto i modelli che oggi stiamo utilizzando non funzionano e se vogliamo risolvere il problema dobbiamo attivarci (e ragionare) in modo diverso.

 

Il reddito di cittadinanza

È possibile eliminare da un Paese e dal mondo la povertà attraverso il Reddito di Cittadinanza incondizionato (soldi dati senza chiedere niente in cambio, ad esempio iscrizioni a liste di collocamento o altro) o è un’utopia?

Premesso che credo nell’importanza delle utopie come linee guida per pensare e lavorare al migliore dei futuri possibili, il sociologo Albert Hirschman asserisce che le utopie sono spesso attaccate su 3 direzioni:

  • sono futili, cioè non sono possibili;
  • sono pericolose, comportano quindi rischi sono troppo grandi;
  • sono perverse, potrebbe degenerare in una distopia.

Ma sempre Hirschman descrive che nel momento in cui l’utopia diventa realtà, in tempi molto brevi questa diventa una consuetudine, qualcosa che ci si chiede perché non sia nata prima.

Se guardiamo indietro nella nostra storia, sono molte le utopie che hanno seguito questo percorso. Lo stesso concetto di democrazia è stato osteggiato da menti illuminate, dal filosofo Plato allo statista Edmun Burke. Che sul concetto di democrazia ritenevano che la stessa fosse:

  • futile, perché il “popolo” è troppo stupido per gestirla;
  • pericolosa, visto che la regola della maggioranza avrebbe comportato scelte rischiose;
  • perversa, perché l’interesse generale sarebbe stato presto corrotto dall’interesse di qualche generale o uomo potente.

A ben guardare, anche il reddito di cittadinanza (destinato solo a chi ne ha bisogno) come strumento per eliminare la povertà, oggi è visto nel mondo occidentale come un’utopia perché, viene sostenuto, è:

  • futile, perché non possiamo permettercelo;
  • pericoloso, perché le persone lascerebbero il posto di lavoro e i soldi sarebbero utilizzati per comprare sigarette e abusare di alcol;
  • perverso, perché una minoranza finirebbe per lavorare ancora più duramente per sostenere una maggioranza che “non fa più niente”.

Proviamo a ragionare su queste tre affermazioni.

1) Non possiamo permettercelo

Per la prima volta nella storia siamo ricchi abbastanza per consentire un reddito di cittadinanza “incondizionato” a chi ne ha bisogno, eliminando nel contesto:

– tutta la superflua burocrazia e i sistemi a supporto dei più bisognosi, che incide spesso per oltre il 50% del valore dell’aiuto;

– l’obbligo per i destinatari di rientrare nel mondo del lavoro, quasi sempre per fare lavori ripetitivi e a bassa produttività, che tra qualche anno scompariranno comunque.

Prendiamo gli Stati Uniti. Per eliminare completamente la povertà col reddito di cittadinanza servirebbero circa 175 miliardi di dollari, poco meno dell’1% del PIL statunitense [1]. È retorica scrivere che è circa un quarto del budget militare americano, anche se è così, perché uno Stato ha al giorno d’oggi ancora bisogno di un esercito. Ma se pensiamo che il costo delle guerre in Afghanistan e Iraq è stato, secondo uno studio di Harvard, stimabile tra i 4 e i 6 trilioni di dollari [2], credo ci sia da riflettere

In generale, comunque, alcuni studi dimostrano come eliminare la povertà con un sistema di reddito di cittadinanza incondizionato ai più poveri abbia benefici economici superiori ai costi, oltre ad avere un impatto sulla riduzione nella criminalità, dell’utilizzo del sistema sanitario e sul miglioramento dei risultati scolastici [3].

Se prendessimo, per esempio, l’Inghilterra, il costo per eliminare la povertà infantile costerebbe circa 29 miliardi di sterline all’anno [4] ma, secondo queste ricerche, i risultati ripagherebbero ampiamente i costi.

Inoltre, ogni volta che il sistema è stato utilizzato, ha portato risultati molto positivi: come in Utah, nel 2005, quando è stato lanciato un programma per dare case gratuite a tutti i senza tetto, con l’obiettivo di toglierli dalla strada.

Il progetto partì offrendo la casa ai 17 casi più disperati e pian piano si espanse, senza guardare alla “tipologia” di povero che si aveva di fronte (offrendo un’abitazione anche a chi aveva la fedina penale sporca): in Utah oggi avere una casa è diventato un diritto. Con risultati anche in questo caso straordinari: 74% di riduzione dei senzatetto con un calo di costi in servizi sociali, polizia, giustizia pari a 16.670 dollari, rispetto a una spesa per fornire una casa e un consuling professionale stimato a 11.000 dollari [5].

2) Le persone lasceranno il posto di lavoro/decideranno di non lavorare

C’è un’evidenza imbarazzante ormai sul fatto che non è cosi: la maggior parte delle persone vuole e continuerà a lavorare, indipendentemente dal fatto che abbia o non abbia il bisogno finanziario per farlo. Questo è dimostrato sia dagli esperimenti di concessione del reddito di cittadinanza già attuati, come espresso in precedenza nell’articolo, sia dai vincitori di somme importanti di denaro [6].

Certo, molti dei lavori più brutti e a bassa produttività, quelli che comunque saranno sostituiti dall’automazione, non vorrà farli più nessuno. Perché fare un “bullshit job” se non sono costretto?
Forse è l’occasione che ogni persona possa realizzarsi seguendo le proprie inclinazioni!
Anche la rivista medico scientifica Lancet ha evidenziato come i poveri che ricevono soldi senza condizioni lavorano di più [7].

Un esempio interessante, anche se non è l’unico, è l’organizzazione GiveDirectly, una società creata da Michael Faye che consente a chiunque di donare soldi a chi vive in situazioni di estremo bisogno. GiveDirectly non offre ai poveri un pesce, né tantomeno insegna loro come pescare. Fornisce soldi, nella convinzione che siano le persone stesse i principali esperti di quello di cui hanno bisogno per sopravvivere.

Secondo uno studio del Massachusetts Institute of Technology, i soldi forniti da GiveDirectly permettono un incremento costante del reddito dei destinatari (fino al 38% rispetto al momento precedente la donazione), migliora la percentuale di persone che entrano in possesso di una casa e/o di bestiame (fino al 58% in più), mentre riducono il numero di giorni in cui i bambini sono affamati del 42% [8]. Per questo motivo GiveDirectly consegna al destinatario il 93% della donazione, trattenendo il 7%.

Consiglio la lettura del libro “Just give money to the poor” del 2010, dove dall’Università di Manchester hanno portato un numero pressoché infinito di esempio in cui dare soldi “gratis” senza condizioni ha funzionato bene.
Dalla Namibia al Malawi, dal Brasile all’ India dal Messico al Sud Africa: già nel 2010 erano oltre 110 milioni le famiglie (NON le persone, le famiglie) destinatari di questi programmi in oltre 45 Paesi.
Nel 2008 il governo Ugandese decise di distribuire circa 400 dollari a 12.000 persone tra i 16 e i 35 anni di età. I soldi erano offerti a un’unica condizione: fornire un Business Plan. Cinque anni dopo gli effetti sono stati incredibili.

In generale, i soldi sono stati utilizzati per migliorare la propria educazione o per attività imprenditoriali col risultato che il reddito dei beneficiari è aumentato del 50% e la possibilità di essere assunti del 60%.[9]

Risultati simili sono stati ottenuti anche con un altro programma, sempre in Uganda, grazie al quale sono stati distribuiti 150 dollari a più di 1800 donne povere nella parte nord del Paese. In questo caso il reddito è cresciuto di quasi il 100% [10].

I risultati esposti dall’Università di Manchester sono chiari e dimostrano che i poveri che hanno accesso al reddito incondizionato ne fanno un uso straordinario, con i seguenti benefici:

  1. Le famiglie utilizzano i soldi in modo ottimale
  2. Diminuisce la povertà
  3. Ci sono effetti di lungo periodo positivi per il reddito, la salute e l’aumento del gettito dalle tasse
  4. Questa tipologia di programmi costa meno delle alternative per risolvere il problema.

3. Un sistema perverso, dopo pochi lavoratori lavoreranno per tutti gli altri scansafatiche

Probabilmente, come afferma Rutger Bregman nel suo libro “Utopia for realistics”, il sistema perverso è quello attuale del nostro Paese, fatto di controllori e controllati, burocratizzato e spesso anche poco trasparente. Chi oggi si trova in una situazione di reale bisogno vive momenti di profonda frustrazione, di umiliazione continua, da parte di un sistema che offre supporto solo se sei inserito in un percorso per tornare.

Dobbiamo partire da una considerazione profonda ed importante: essere poveri significa non avere soldi. Non significa essere stupidi.

Dare soldi ai poveri permette loro di comprare cose di cui loro hanno bisogno: è dimostrato che non sono utilizzati per comprare alcol e sigarette. Anzi, uno studio della Banca Mondiale ha dimostrato che nell’82% di tutti i casi studiati in Africa, America Latina e Asia il consumo di alcol e tabacco è in realtà diminuito [11].

Un esperimento in Liberia ha portato 200 dollari al mese ai poveri con problemi di alcolismo, criminalità, e altre problematiche che vivevano negli slum. Dopo 3 anni, queste persone hanno utilizzato i soldi per studiare, vestirsi, comprare medicinali e cibo [12].

Un aspetto fondamentale per far funzionare il reddito di cittadinanza è quello di fornire soldi a chi è in situazione di bisogno in modo “incondizionato”, senza “obblighi” o “vincoli” o, come dicono gli americani, “no strings attached”.
Oltre a essere efficace per risolvere il problema della povertà, gli esperimenti dimostrano che fornire un reddito “incondizionato” a chi ha bisogno permette anche di:

  • ridurre il crimine
  • ridurre la mortalità infantile
  • ridurre l’incidenza delle gravidanze tra gli adolescenti
  • riduce l’assenteismo da scuola
  • migliora la parità tra generi [13].

Nel 1973 furono destinati 83 milioni di dollari americani a un progetto atto a garantire a tutti i 13 mila abitanti di Dauphin, città del Canada, un reddito di base per assicurare che nessuno fosse povero. Quindi 1000 famiglie, circa il 30% del totale, iniziarono a ricevere un importo mensile, senza restrizioni o vincoli, per una cifra che, al cambio attuale, sarebbe di circa 19.000 dollari all’anno. L’esperimento, fatto con la presenza di moltissimi ricercatori (economisti, che monitoravano se gli abitanti avrebbero lavorato meno; sociologi, per capire gli effetti sulla vita delle famiglie e antropologi) portò a risultati strabilianti malgrado le paure dei politici.

Gli studenti lavoravano di più e più in fretta e i ricoveri in ospedale diminuirono dell’8,5%, con un impatto finanziario positivo per la comunità enorme.
Inoltre, ci fu un calo della violenza domestica e delle problematiche legate alla salute mentale. La città, insomma, stava meglio [14].
Dauphin è stato uno dei cinque esperimenti effettuati in Nord America, gli altri 4 furono tutti condotti negli Stati Uniti.

Nel 1964 negli USA, infatti, il presidente Lyndon Johnson legiferò quello che oggi è conosciuto come la guerra alla povertà, “War on Poverty” [15] (anche se non era il nome ufficiale della legge). Ovviamente era necessario prima fare dei test e per farlo decine di milioni di dollari furono messi a budget per fornire a circa 8500 americani in New Jersey, Pennsylvania, Iowa, North Carolina, Indiana, Seattle, and Denver un reddito minimo garantito, con l’obiettivo di rispondere a 3 principali domanda:

  • Le persone lavorerebbero meno se avessero un reddito garantito?
  • Il programma sarà troppo costoso per il Governo rispetto ai benefici attesi?
  • Il programma di dimostrerà politicamente impossibile da gestire?

I risultati dell’esperimento hanno portato alle seguenti risposte

  • No
  • No

Non ci fu un declino statisticamente rilevante nel numero di ore lavorate, quindi anche in questo caso non si può parlare di aumento della pigrizia, come molti sostenevano. Inizialmente sembrava ci fosse stata una riduzione di circa il 9% nelle ore di lavoro da parte dei ventenni e delle mamme con bambini piccoli [16], ma presto ci si rese conto che non fu così [17].

E proprio nel 1968  5 famosi economisti (John Kenneth Galbraith, Harold Watts, James Tomin, Paul Samuelson, and Robert Lampman) scrissero una lettera al congresso, poi controfirmata da altri 1200 economisti e pubblicata sul New York Time, dove spingevano nella direzione di concedere un reddito minimo garantito, sostenendo che sarebbe stato economicamente giustificato e vantaggioso [18].Il progetto su scala nazionale, che il Presidente Nixon era vicino a far partire nel 1978, non prese il via solo per motivi politici, legati ad un errore statistico secondo il quale si pensava che nell’esperimento di Seattle il reddito garantito avesse fatto aumentare del 50% i divorzi [19].

Peccato, perché se c’è stato un momento nella storia recente in cui gli Stati Uniti sono andati vicini a sconfiggere la povertà, è stato proprio con Nixon. E chissà come sarebbe cambiato il presente.

 

Sul reddito di cittadinanza previsto in Italia

Ovviamente non posso esimermi dal commentare il Reddito di Cittadinanza così come impostato dall’attuale Governo.
Lo faccio seguendo un ragionamento non ideologico e nemmeno di parte. Come ho scritto nella premessa, il mio obiettivo è capire se questo sistema può essere utile a risolvere il problema della povertà nel mio Paese. Nient’altro.

Alla luce delle analisi effettuate, sono convinto che fornire soldi incondizionati e senza vincoli a chi è in bisogno sia la forma più potente e straordinaria, oltre che meno costosa, per risolvere il problema della povertà in Italia. E ritengo sia non solo economicamente sostenibile ma potrebbe avere effetti positivi, anche in Italia.

Seconda premessa. Di fronte alla mia scrivania c’è una scritta, “done is better than perfect”.

Sono tre le considerazioni che vorrei fare.

  1. Nell’impostazione data dall’attuale Governo, il reddito di cittadinanza è fornito con alcune condizioni (riqualificazione /lavori socialmente utili / accettare almeno 1 lavoro di 3 proposti). Credo che questo aspetto, che considero cruciale, sia legato al bisogno di rispondere al pensiero dominante, come espresso prima, su questo tema: siamo passati da un sistema di welfare ad un sistema di workfare e quindi lo Stato può offrire soldi solo se chi ne beneficia si inserisce in un percorso che lo porti a lavorare. Credo paradossalmente sia un errore: queste persone saranno inserite in lavori che entro pochi anni saranno sostituiti dall’automazione e la misura non avrà i benefici che potrebbe avere. E i sistemi di RdC che funzionano meglio sono statisticamente parlando quello incondizionati.
  2. Se non ho studiato male, i soldi saranno forniti per acquistare solo alcuni determinati prodotti / servizi. Nella convinzione che i poveri altrimenti, cliché già visto e sbagliato, comprerebbero sigarette ed alcol. E magari giocherebbero d’azzardo. Ma tutti i casi affrontati dicono che non è così. I poveri sono i principali esperti per capire quello di cui hanno bisogno (anche questo ampiamente dimostrato).
  3. Sarei partito con una sperimentazione (per esempio per categorie di persone o fascia d’età), per poi estenderlo in maniera più ampia. In questo modo avremmo avuto a disposizione i dati per dimostrare, o meno, la validità delle azioni intraprese e poi eventualmente portare ad un’estensione progressiva, che avrebbe permesso di allargare il progetto al resto della popolazione bisognosa. Capisco, però, che i tempi della politica italiana non lo consentano.

Temo, infatti, che il combinato disposto di questi aspetti potrebbero incidere molto sulla corretta adozione in Italia del RdC.

 

Conclusioni

La gran parte della ricchezza attuale della nostra nazione dipende dal lavoro fatto dai nostri antenati. Solo una piccola parte dipende da noi, per quello che facciamo mentre tocca a noi far progredire l’umanità. Ma se la gran parte della ricchezza è stata generata da chi ci ha preceduto, chi siano noi per non permettere a tutti di beneficiarne, almeno in parte?

Inoltre, se la storia insegna che il Reddito di Cittadinanza incondizionato ai bisognosi funziona ed è economicamente sostenibile (anzi!), perché non lavorare per il migliore sistema possibile invece di dividersi su posizioni di principio?

Siamo di fronte a dei grandi mutamenti e le scelte che facciamo oggi incideranno profondamente negli impatti che i cambiamenti tecnologici, climatici e demografici avranno nella nostra società. Sarebbe auspicabile un dialogo e un confronto, il più possibile inclusivo e allargato, per lavorare assieme al migliore dei futuri possibili.

Per questo invito chiunque voglia contribuire alla discussione su questo tema di farlo in modo propositivo e costruttivo.

 

Fonti

[1] https://www.demos.org/blog/10/3/13/how-universal-basic-income-would-affect-poverty
[2] https://www.hks.harvard.edu/publications/financial-legacy-iraq-and-afghanistan-how-wartime-spending-decisions-will-constrain
[3] https://opinionator.blogs.nytimes.com/2014/01/18/what-happens-when-the-poor-receive-a-stipend/
[4] http://www.cpag.org.uk/content/estimate-cost-child-poverty-2013
[5] http://articles.orlandosentinel.com/2014-05-21/news/os-cost-of-homelessness-orlando-20140521_1_homeless-individuals-central-florida-commission-tulsa e https://thinkprogress.org/colorado-proves-housing-the-homeless-is-cheaper-than-leaving-them-on-the-streets-ff9b113c101c/
[6] https://link.springer.com/article/10.1007/BF01367438
[7] The Lancet Editorial, “Cash Transfers for Children. Investing into the future” Lancet, 27 giugno 2009
[8] Johannes Haushofery and Jeremy Shapiroz, “Policy Brief: Impacts of Unconditional Cash Transfers
[9] Chistopher Blattman, Nathan Fiala, and Sebastian Martinez, “Generating Skilled Self-Employment in Developing Countries: Experimental Evidence from Uganda”, Quarterly Journal of Economics (14 Novembre 2013).
[10] Chistopher Blattman, Nathan Fiala, and Sebastian Martinez, “The Returns to Cash and Microenterprise Support Among the Ultra-Poor: a Field Experiment”
[11] David Evans e Anna Popova, “Cash transfers and temptation goods. A review of global evidence”, World Bank Policy Research Working Papers (Maggio 2014)
[12] Blattman and Niehaus, “Show Them the money”
[13] Ecco alcune selezione di studi sugli effetti dei soldi gratis con e senza condizioni. In Sud Africa: Jorge Aguero e Michael Carter, “The Impact of Unconditional Cash Transfers on Nutrition: The South African Child Support Grant”, University of Cape Town (Agosto 2006). In Malawi: W.K. Luseno, “A multilevel analysis of the effect of Malawi’s Social Cash Transfer pilot Scheme on schoolage children’s health,” Health Policy Plan (Maggio 2003) e sempre in Malawi, Sarah Baird, “The short-term impacts of a schooling conditional cash transfer program on the sexual behavior of Young Women . Poi Charles Kenny, “For fighting poverty, cash is surprisingly effective,” Bloomber Businessweek (3 Giugno 2013)
[14] Alcune delle molte referenze. Zi-Ann Lum, “A canadian city once eliminated poverty and nearly everyone forgot about it”, Huffington Post / Lyndor Reynolds, “Dauphin’s Great Experiment”, 12 marzo 2009 Winnipeg Free Press / Vivian Belik, “A Town Without Poverty?” Dominion (5 settembre 2011) / Evelyn Forget, “The town with no poverty”, University of Manitoba (Febbraio 2011) / Allan Sheahen, “Basic Income Guarantee. Your right to economic security” (2012).
[15] https://en.wikipedia.org/wiki/War_on_Poverty
[16] Allan Sheahen, “Basic Income Guarantee. Your Right to Economic Security (2012)
[17] Dylan Matthews, “A Guaranteed Income for Every American Would Eliminate Poerty – and It wouldn’t destroy the economy”, Vox.com (23 Luglio 2014)
[18] https://www.nytimes.com/1968/05/28/archives/economists-urge-assured-income-1000-in-universities-urge-payment.html
[19] https://www.jstor.org/stable/2780516?seq=1#page_scan_tab_contents

Andrea Dusi
Andrea Dusi

Andrea è il Presidente di Impactscool. Dopo aver lavorato nella consulenza direzionale, nel 2006 ha creato Wish Days, conosciuta soprattutto per i cofanetti regalo Emozione3. Ad aprile 2016 ha venduto la società al gruppo Smartbox con una exit milionaria. Nel 2017, insieme a Cristina Pozzi, già sua socia in Wish Days, e Andrea Geremicca ha fondato Impactscool.

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