Future Society

Eredità digitale: la battaglia etica (e legale) tra la morte e i social

4 gennaio 2019 | Scritto da Stefano Tenedini

Profili di defunti tenuti “vivi” perché sono miniere di dati, genitori che non possono accedere ai ricordi dei figli scomparsi, conti correnti congelati perché la password è svanita... In attesa di regole condivise sarà meglio prendere qualche contromisura.

Secondo gli antichi dei morti si deve parlare solo bene, ma sarà così anche nella società del futuro, sempre più social e digitale? Forse aveva ragione Shakespeare, che spiegava come “il male che gli uomini compiono si prolunga oltre la loro vita, mentre il bene viene spesso sepolto insieme alle loro ossa”. Stiamo parlando delle tracce che lasciamo sul web dopo la nostra dipartita: eredità il più delle volte banali, di rado memorabili, spesso imbarazzanti. O perfino dannose per i nostri cari, se dati o password cadessero in mani ostili.

Inutile fare gli scongiuri: può succedere a chiunque senza preavviso. E, onestamente, chi si è mai preoccupato di che cosa accadrebbe a giga e giga di mail, foto, file, video, like e altre cose serissime o scherzose che affidiamo al web, fiduciosi come se fossimo immortali? Che cosa direbbero amici e familiari – dopo averci appena sepolti nel ricordo di una vita retta e onorata – davanti alle chat con l’amante o ai dobloni spediti (in nero) alle Cayman? Oppure se non potessero accedere all’home banking perché il Pin era “salvato” in cloud?

Stiamo scherzando, ma solo un po’: anche perché il problema esplode soltanto quando la tragedia arriva improvvisa e non dà il tempo di fare o aggiornare il testamento. Chi rimane non ha una road map per accedere alle risorse fisiche e digitali del defunto, ma nemmeno l’autorità legale per procedere. Per fortuna ci sono molte cose che si possono fare, anche da soli, per rendere le cose più facili ai sopravvissuti. Abbiamo provato a elencarne alcuni utili accorgimenti, tenendo conto che la tecnologia crescerà sempre più velocemente delle implicazioni – anche etiche – che siamo in grado di immaginare e affrontare.

Ad esempio la complessità dei social media, vista nell’ottica post-mortem, è un incubo che fa impallidire il conto in banca congelato dal decesso. Solo a leggere le policy di Facebook o Twitter c’è da perderci la testa. Quando Facebook apprende che un utente è scomparso o non è più autosufficiente, permette alle persone autorizzate di richiedere che il profilo sia rimosso oppure reso “commemorativo”. Questi ultimi account possono essere gestiti da un contatto che va specificato in anticipo, sempre che le circostanze lo consentano, ma che non può cancellare né modificare i post precedenti o leggere messaggi privati. Twitter applica una procedura analoga, ma se possibile ancora più rigida.

Questi paletti rendono ancora vago il futuro delle nostre spoglie digitali, anche con risvolti drammatici. I genitori di una ragazza tedesca di 15 anni travolta da un treno hanno chiesto a Facebook di accedere al suo profilo per capire se era stato solo un tragico incidente o un suicidio, forse causato dal bullismo online. Ci sono volute due sentenze per oltrepassare la strenua opposizione della società, finché l’alta corte  ha stabilito che i contenuti sui social media vanno trasmessi agli eredi come i diari e le lettere, e che ciò non viola la privacy.

Le implicazioni etiche della morte digitale aprono quindi molti interrogativi, perché dietro ai profili ci sono storie di persone, famiglie, amicizie. E anche inevitabili riflessi economici e di business. Eccone uno: siamo davvero i padroni di ciò che postiamo? Assolutamente no. Facebook, solo per citare il caso più evidente, diventa proprietario dei dati: informazioni di gran valore scientifico per gli antropologi del futuro, a essere generosi, ma soprattutto una miniera di voci profilabili, il cui mercato vale miliardi. Per i big del social web cancellarle è come bruciare banconote per scaldarsi: lo fanno solo se costretti. E anche parenti e amici generano traffico tornando sull’account del defunto per onorarlo: lingotti d’oro tutt’altro che virtuali, grazie ai quali restiamo una fonte di profitto anche dopo morti.

In attesa che si faccia chiarezza su tutto questo, è opportuno gestire il proprio patrimonio digitale: cominciamo noi a mettere nero su bianco che cosa vorremmo accadesse ai nostri account. Chiediamoci chi vogliamo sia il custode della nostra eredità digitale, social media compresi, per cancellare o gestire l’account. Raccogliamo le password e poi mettiamole al sicuro in attesa di passarle ai nostri eredi. Informiamoci su come le piattaforme trattano il “dopo”, prendendo a esempio dall’associazione inglese Digital Legacy Association. Solo il 10% degli utenti social hanno designato un erede digitale, mentre il 40% ha programmato di occuparsene… prima o poi. Il restante 50% non frequenta il web, non se ne preoccupa o non sa neanche di che cosa stiamo parlando. È ora di correre ai ripari.

Stefano Tenedini
Stefano Tenedini

Contributor

Giornalista e inviato per quotidiani e periodici, esperienze di ufficio stampa e relazioni esterne nella finanza e in Confindustria. Oggi si occupa di comunicazione per grandi e piccole imprese, professionisti e start-up.

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