Future Society

History, o della letteratura futurologica

3 gennaio 2019 | Scritto da Simone Arcagni

Raccontare il futuro è il primo modo di viverlo: uno scorcio del nostro domani lo troviamo, nero su bianco, nel libro “History” di Giuseppe Genna.

“La mente della macchina si presentò in forma di trista figura, di uomo nero e noi avevamo paura. Avemmo paura eppure stringemmo la mano che ci veniva offerta. La afferrammo, accettammo l’invito ad abbandonare il presente, un tempo che ci faceva male e ci trascinava via dallo stato naturale, che è essere bambini, ci traslava e ci consumava, eravamo come piccole scatole di argento consunto, screziato, da cui emergeva il legno vecchio. Ci lanciammo nel futuro, la strana figura ci invitava al futuro. Ci lanciammo, tutti, nessuno escluso, chiunque riassunto nel futuro: e il futuro era la mente della macchina.”

(Giuseppe Genna, History, Mondadori)

 

Nel 1902 lo scrittore H.G. Wells, famoso per romanzi come La macchina del tempo (1895), L’isola del dottor Moreau (1896), L’uomo invisibile (1897), La guerra dei mondi (1897), tiene una philosophical lecture dal titolo The Discovery of the Future. Wells ha studiato scienze e ha praticato la divulgazione scientifica e questo intervento apre le porte a un tipo particolare di “futurologia”, quella realizzata da scrittori che sono avvertiti e aggiornati sulle teorie scientifiche e le novità tecnologiche e che provano, sulla base delle loro conoscenze, a ipotizzare usi, ricadute e impatti.

Innumerevoli ed emblematici sono i casi in cui ci possiamo imbattere, e in particolare a cavallo tra ‘800 e ‘900, periodo fondamentale per lo sviluppo scientifico e tecnologico che, proprio sospinto dall’impatto così esteso delle tecnologie, si popola di immaginari fanta-scientifici… basti pensare ai romanzi di Jules Verne, ma anche all’italiano Emilio Salgari che proprio al filone specificatamente futurologico dedica un libro gustoso come Le meraviglie del Duemila (1907).

Con l’avvento dell’era atomica, prima, e poi di quella digitale, queste figure di scrittori futurologi che intrattengono un rapporto avvertito con la scienza ritornano in auge… il caso più eclatante è quello del movimento cosiddetto Cyberpunk con scrittori come William Gibson, e Bruce Sterling che sono anche noti come osservatori privilegiati di “cose tecnologiche”. Ma basti pensare anche a James Ballard, Philip K. Dick, Cory Doctorow o Robert J. Sawyer, così come a molta narrativa contemporanea americana, non per forza legata alla fantascienza. Negli ultimi anni si sono messi in evidenza scrittori che, con i loro scritti, sono stati capaci di riflessioni particolarmente lucide, e decisamente aggiornate, sulle tecnologie: pensiamo a David Foster Wallace e al suo Tutto, e di più (2003) o a Neal Stephenson che, oltre ad essere spesso citato per l’intuito futurologico che caratterizza il suo romanzo Snow Crash (1992), dedica una saga (The Baroque Cycle) alle origini della matematica e della scienza moderna, il periodo a cavalo tra ‘600 e ‘700. Esemplare, da questo punto di vista, è la figura dello scrittore polacco Stanislaw Lem che nasce scienziato e che alterna produzioni narrative ad altre di divulgazione scientifica.

Il futuro risiede anche (e forse soprattutto) in come lo raccontiamo, come ci apprestiamo a costruire percorsi tra scienza e tecnologia, come proponiamo riflessioni (e sottolineo: ancor meglio se sotto forma di racconto), come analizziamo impatti sociali, culturali, economici ed etici. Senza contare che le storie hanno il merito di avvicinare a temi spesso considerati complessi, se non addirittura ostici, un pubblico più vasto. E infine un narratore non sottostà ai lacci della “scientificità” e questo gli permette di ampliare il raggio delle analisi, azzardare le sue riflessioni, provare ad anticipare, giocare con la predizione; e nel fare ciò svela spesso risvolti fondamentali dell’oggi, permea di valore etico e conoscitivo il contemporaneo che si appresta al futuro. Proprio per questo una particolare attenzione al mondo intermedio in cui narrazione e scienze e si incontrano e creano questo spazio futurologico risulta vieppiù interessante.

Ed ecco allora che possiamo tornare all’autore citato in esergo, Giuseppe Genna che, con il suo romanzo History, si produce in un racconto futurologico che rivela uno scrittore particolarmente attento agli sviluppi tecnologici. Genna, infatti, si pone nella difficile posizione di provare a sondare il territorio dello sviluppo tecnologico in un futuro prossimo che è già presente. Protagonista è un’intelligenza artificiale, una macchina pensante che viene individuata perfettamente nelle sue funzioni e nelle sue specifiche tecnologiche: si tratta infatti del prodotto di una rete neurale che attraverso l’immissione di data e tramite un training di apprendimento sempre più “profondo” impara a sviluppare funzioni proprie.

Una rete sinaptica, e quindi su modello biologico, in cui il fattore umano è parte integrante.

Genna inquadra e precisa quindi uno sviluppo della IA che produce uno scarto rispetto al modello “semplicemente” meccanicista e funzionalista degli inizi ed esplora una dimensione più specificatamente biologica che inizialmente dipende dall’uomo (dai suoi dati e dal suo addestramento) ma che poi, forte di una “intelligenza” quantitativa “mostruosamente” superiore a quella umana, in qualche modo ingloba il pensiero umano. In questo senso l’umano non è più “altro” dalla macchina bensì è la macchina a inglobare l’umano.

Una riflessione, questa di Genna, matura dal punto di vista sia degli sviluppi tecnologici della IA, sia per le riflessioni che proprio in questo periodo si stanno sviluppando nell’ambito della Filosofia dell’Informatica sugli aspetti etici connessi a questa ibridazione tra bios e techné.

Genna con una scrittura elaborata al limite dello spasmo narrativo prova, non solo a spiegare, ma a far vivere una tecnologia biologica. Una biologia alternativa che ingloba l’uomo e che veicola la comunicazione attraverso video sempre più immersivi. Appare acuto, anche in questo caso, il sentiero mai fatalmente deterministico tracciato da Genna sugli sviluppi delle tecnologie: il romanzo inizia in epoca televisiva, o meglio, nel passaggio simbolico della neotelevisione sempre presente e capace di fagocitare il nostro spazio, il nostro tempo e persino i nostri ricordi, e arriva – appunto – ai video realizzati, in autonomia, dalla macchina. Fino all’ultima interfaccia, neurale, senza schermo, onirica, completamente immersiva e interattiva. L’ologramma definitivo. Un percorso che molti studiosi di tecnologia predicono e ipotizzano.

Leggere il libro di Genna si rivela così un’avventura narrativa ma anche un tuffo senza compromessi nei mondi della tecnologia contemporanea tra interfacce e ologrammi, esperienze immersive e interattive e intelligenze a sciami. Un tuffo nel nostro presente così decisamente proiettato nel futuro.

Simone Arcagni
Simone Arcagni

Simone Arcagni è Professore Associato presso l’Università di Palermo. Insegna inoltre allo IULM di Milano e alla Scuola Holden di Torino. Studioso di cinema, media, nuovi media e nuove tecnologie, collabora con «Nòva - Il Sole 24Ore», «Film TV», «Segnocinema», «Agorà». Tiene un suo blog (Postcinema) sul sito «Nòva100.ilsole24ore». Ha fondato e dirige la rivista scientifica «ES Journal: Inside New Media and Digital Technologies» ed è curatore di Digita!, mercato internazionale di contenuti digitali. Tra le sue pubblicazioni, Oltre il cinema (Torino 2010) e Screen City (Roma 2012). Per Einaudi ha pubblicato Visioni digitali (Torino 2016) e L’Occhio della macchina (Torino 2018).

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