Future Society

Notizie o pubblicità non si distinguono? Al pubblico non importa

12 luglio 2018 | Scritto da Stefano Tenedini

Il Global Communications Report conferma che tra fake news, contenuti brandizzati e distorsioni della realtà l’informazione è sempre più indistinguibile dalle pr. Ma nel futuro, con comportamenti più etici di media e aziende, potrebbe tornare credibile.

Non c’è bisogno di aspettare il futuro: già oggi siamo consapevoli di vivere in un mondo stracarico di informazioni difficili da decifrare e interpretare. È solo uno degli effetti (forse non del tutto negativo, ma da governare) del big bang creato dall’accesso diretto, globale e immediato alle notizie e ai mezzi per generarle e diffonderle. Eppure, con tutte le news che abbiamo a portata di mano, risulta sempre più difficile farsi capire dagli altri, o anche solo farsi sentire. L’innovazione digitale ci ha donato enormi opportunità di business, ma in cambio dobbiamo fare i conti con un denso nebbione informativo.
Nel campo della comunicazione la società, intesa come individui e come organizzazioni, oggi deve affrontare anche questa sfida: come diffondere i propri messaggi e come farlo con abbastanza efficacia per indurre il pubblico a fermarsi un attimo per ascoltare, capire e agire. Ma al di là delle implicazioni economiche c’è sempre un confine etico da tracciare, ridefinire e consolidare. Un compito che spetta a tutti: chi governa (la politica), chi vigila (i comunicatori) e il pubblico che riceve i segnali deboli di una rivoluzione che non dorme mai. Lo dimostrano i dati raccolti dai ricercatori, che ci riportano un domani incerto.

Il Global Communications Report 2018, curato dall’IPR, il Centro per le Pubbliche Relazioni dell’University of Southern California, da poco reso noto, piazza un bel po’ di candelotti di dinamite sotto le nostre certezze. Ad esempio ci dice che i due terzi dei professionisti delle pr prevede che entro cinque anni il consumatore medio non sarà più capace di distinguere tra le notizie scritte dai giornalisti (i cosiddetti earned media) e i contenuti “promozionali” sponsorizzati dalle aziende (paid media). È già abbastanza inquietante così, ma non basta: il 59% ritiene che all’uomo della strada neanche interesserà conoscere la differenza…

È evidente come questa tendenza del mercato a slittare rapidamente verso i contenuti “di marca”, cioè brandizzati, sia una questione etica dirompente. Oltre metà dei professionisti dell’informazione, infatti, si preoccupa per la pratica (in rapidissima diffusione) di pagare le celebrità, gli YouTuber o gli Instagrammers per promuovere marchi, prodotti e servizi.
A voler essere cinici, non è nemmeno il problema peggiore, visto il proliferare di fake news e di distorsioni intenzionali della verità dei fatti. Al punto che per il 92% dei manager della comunicazione e degli esperti di pr sono le notizie false la minaccia etica più pericolosa per il futuro della professione, seguita dalla malafede con cui si danno oppure si interpretano le informazioni. E la liste delle pessime previsioni non finisce: in cima alla lista di potenziali problemi etici che affliggono i comunicatori c’è anche la necessità di difendere il pubblico dai comportamenti dannosi (88%) e la mancanza di trasparenza delle aziende (81%).

Nonostante queste tendenze preoccupanti, metà dei professionisti della comunicazione è convinto che nei propri Paesi le aziende siano diventate più rispettose negli ultimi cinque anni e quasi due terzi prevedono un ulteriore recupero di credibilità nei prossimi cinque. E quando si guardano “in casa” sono altrettanto ottimisti: per il 61% in futuro il settore si comporterà in modo più etico, nonostante il fatto che 55 clienti su cento siano ritenuti se non altro “controversi” sul piano morale. Tanto che l’82% degli esperti di pr giudica che la popolazione abbia il diritto di poter contare su authority e istituzioni di tutela.
Tuttavia, come ricorda il proverbio, non bisognerebbe mai chiedere all’oste se il vino è buono: il 95% degli intervistati per il Report IPR dichiara di non rappresentare o lavorare personalmente per organizzazioni, individui o governi poco etici.  In cima alla lista dei “cattivoni” per cui nessuno vorrebbe curare stampa o pubblicità ci sono il tabacco (79%) e le armi da fuoco (74%), seguiti, non troppo staccati, dai candidati politici (60%). E in Italia?

Stefano Tenedini
Stefano Tenedini

Contributor

Giornalista e inviato per quotidiani e periodici, esperienze di ufficio stampa e relazioni esterne nella finanza e in Confindustria. Oggi si occupa di comunicazione per grandi e piccole imprese, professionisti e start-up.

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