Robotica e AI

Le smart home sono la nuova frontiera delle molestie domestiche?

11 luglio 2018 | Scritto da Chiara Boni

Un’inchiesta del New York Times ha svelato che il mondo dei dispostivi delle smart home deve fare i conti con il suo lato oscuro: negli Stati Uniti, infatti, stanno aumentando i casi di abusi commessi proprio tramite questi oggetti “intelligenti”.

 

Sono 29 milioni le case negli Stati Uniti in cui si può trovare qualche tipo di dispositivo domestico collegato a Internet: un numero che, secondo una ricerca condotta dall’istituto McKinsey che vede il mercato delle “smart home” in crescita del 31% nei prossimi anni, è destinato a salire. Ma se il futuro dell’Internet of Things a qualcuno sembra sempre più florido, un’inchiesta di Nellie Bowles per il New York Times svela uno dei pericoli nascosti di queste tecnologie: sempre più dispositivi “smart”, infatti, vengono usati per molestie domestiche, come rivelano le oltre trenta interviste a vittime di abusi, ai loro avvocati e alle persone che lavorano nei centri antiviolenza, pubblicate dalla giornalista.

“Quando nuove tecnologie come queste escono sul mercato, la gente spesso pensa ‘Wow, così la mia vita sarà più sicura’. Ma abbiamo capito che per le vittime di violenze domestiche è esattamente l’opposto”, ha spiegato Katy Ray-Jones, Chief Executive della National Domestic Violence Hotline, nell’intervista al New York Times. Termostati, interruttori, porte d’ingresso e telecamere di sicurezza controllati via smartphone si sono trasformate in vere trappole tecnologiche per molte persone, soprattutto negli Stati Uniti dove questo tipo di dispositivi è molto diffuso. I perpetratori di questi abusi, semplicemente usando le app sul loro telefono, possono controllare molti oggetti all’interno delle case delle vittime, di cui spesso sono (o sono stati) i partner: “A volte per guardare e ascoltare, a volte per mostrare di avere potere e controllo”, spiega Bowles. Anche nel caso in cui i partner abusivi vengono allontanati dalle abitazioni, i dispositivi restano attivi e possono essere usati per intimidire e confondere le vittime.

Le storie raccolte da Bowles riguardano principalmente donne e includono campanelli di casa che suonano a orari improbabili della notte e senza motivi apparenti, termostati che cambiano le impostazioni della temperatura, lampadine Wi-Fi che si accendono o spengono senza controllo, ma anche porte con serrature elettroniche i cui codici d’accesso cambiano ogni giorno, senza che i proprietari di casa possano farci niente. Una delle donne intervistate ha spiegato che il marito “controlla il termostato. Controlla le luci. Controlla la musica. Le relazioni abusive si basano su potere e controllo, e lui usa la tecnologia per averli”.

“Le persone hanno cominciato ad alzare la mano durante i corsi di formazione per chiedere informazioni riguardo a questi casi” ha spiegato Erika Olsen, direttrice del Saftey Net Project, che ha anche spiegato che, se all’inizio si preferiva non parlare troppo dell’uso improprio delle tecnologie emergenti proprio per non pubblicizzarlo eccessivamente, ora i casi segnalati stanno aumentando e il problema va affrontato.

Muneerah Budhwani, che lavora per la National Domestic Violence Hotline, ha detto di aver cominciato a ricevere chiamate riguardo agli abusi nelle smart home dallo scorso inverno: “Le persone che chiamavano dicevano di essere controllate a distanza attraverso i dispositivi collegati alla smart home”. Anche Graciela Rodriguez, che dirige un rifugio antiviolenza in California, ha spiegato che diverse vittime da lei ospitate hanno raccontato storie di abitazioni che “fanno cose da matti”: “Sentono di aver perso il controllo della propria casa. Dopo aver passato qualche giorno qui, si rendono conto di aver subito degli abusi”.

Se disattivare i dispositivi, cambiarne le impostazioni o distruggerli fisicamente potrebbe sembrare la soluzione più semplice, la realtà è però più complessa: molti esperti del settore hanno spiegato che se l’autore degli abusi si rende conto di non avere più il controllo sui dispositivi, può decidere di intensificare le sue azioni, aumentando così il rischio di passare dalle molestie alla violenza fisica.

E anche a livello legale le armi di difesa a disposizione delle vittime sono relativamente ancora deboli, considerando che spesso le leggi fanno fatica a tenere il passo con gli ultimi ritrovati tecnologici. “Gli autori degli abusi hanno imparato a usare la tecnologia delle smart home per aumentare il proprio controllo in modi che spesso non possono essere controllati dalle vigenti leggi penali”, ha sottolineato Eva Galperin, responsabile della sicurezza informatica per l’Electronic Frontier Foundation.

È lo stesso vuoto legislativo che di recente ha accolto le vittime di alcuni reati di stalking commessi ancora una volta per mezzo delle tecnologie emergenti. In un’altra inchiesta del New York Times si può leggere che “oltre 200 app e servizi offrono agli aspiranti stalker una varietà di funzioni tra cui scegliere, dalla più semplice geolocalizzazione alla raccolta di messaggi, fino a registrazioni video segrete”. Nonostante non esistano dati ufficiali riguardo agli abusi commessi tramite “stalking digitale”, un sondaggio pubblicato in Australia nel 2016 stima che il 17% delle vittime di questo tipo di crimini siano localizzate tramite GPS, anche attraverso alcune app per smartphone. Molti gruppi per la difesa dei diritti online hanno sottolineato che anche se queste applicazioni non vengono create per scopi illegali, in questo clima di ambiguità legislativa è difficile impedirne un uso improprio da parte degli utilizzatori finali. “Tendiamo a fraintendere e minimizzare questo tipo di abuso”, spiega ancora Erika Olsen. “La gente spesso pensa che se non c’è una prossimità fisica con la vittima, il pericolo potrebbe non essere così grave”.

In attesa che la legge si adegui ai tempi, attivisti e attiviste si stanno organizzando per spiegare alle vittime, e a chi prende in carico i loro casi, come ottenere ordini restrittivi che includano anche tutti i dispositivi elettronici, in modo da lasciare sempre meno spiragli legali. Viene ribadito in ogni caso che la tutela da questo tipo di abusi passa anche da una maggiore consapevolezza del funzionamento di queste tecnologie, che se usate con intelligenza possono essere davvero rendere la nostra vita più sicura.

Chiara Boni
Chiara Boni

Chiara Boni è Content Creator per Impactscool. Iscritta all’Ordine dei Giornalisti della Lombardia, è giornalista per la testata locale Pantheon Verona Network, per cui si occupa di intraprendenza femminile e attualità.

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