Cambiamento climatico e ambiente

Il clima non “cambia”, è un’emergenza. Aggiorniamo il linguaggio

3 giugno 2019 | Scritto da Stefano Tenedini

La narrazione del global warming non rispecchia la realtà: troppo passiva e delicata, ci assolve dalle nostre responsabilità. I media devono correre ai ripari: ha iniziato il Guardian proponendo un modo nuovo e più diretto per parlare chiaro di ambiente.

Diciamo pane al pane e vino al vino: una regola aurea che i media non sempre applicano. E che oggi deve affrontare un nuovo banco di prova con la narrazione dell’emergenza clima. Ha iniziato il quotidiano inglese The Guardian annunciando (e mettendo subito in pratica) alcune importanti novità nelle sue linee guida per i “pezzi” sull’ambiente: sono proposte e non ancora obbligatorie. Un’idea che ha messo in disparte la Brexit e i lamenti su Game of Thrones per aggiornare toni e termini e coinvolgere i lettori. Vediamo qualche esempio.

Cambiamento linguistico. Il concetto di “cambiamento climatico”, che col tempo ha perso il suo impatto, non suona più abbastanza grave. Perciò si scriverà “crisi” o “emergenza”. Il giornale dà ragione a Greta Thunberg: “Comportatevi come fareste in una crisi, come se casa vostra fosse in fiamme. Perchè lo è”. “Global warming” d’ora in avanti sarà “Global heating”: mentre il primo ci fa credere che il clima cambi per motivi indipendenti dal nostro comportamento, il secondo mostra il gesto di girare la manopola della caldaia. In italiano diciamo “riscaldamento” per entrambi i termini, ma occorre comunque ribadire che l’emergenza dipende da noi.

Insomma, finiamola con le mezze parole e le mezze verità, patrimonio di un “politichese” ormai decotto, colpevole e simbolo di discussioni che si avvitano su se stesse. Per evitare rotture e confronti si cerca la formula più tenue, smussata, che sia accettabile da tutti gli interlocutori. Sì, a volte la diplomazia è sopravvalutata: c’è bisogno di rovesciare il tavolo delle cortesie e metterla giù dura, in modo che la responsabilità prenda il posto degli alibi.

Con la crisi ambientale siamo arrivati a questo punto. La conferenza sul clima di Katowice COP 24, con il suo sostanziale fallimento (“siamo d’accordo sull’essere in disaccordo”) ha confermato che il tempo dei giochi è finito. Mentre alcuni governi spingono per interventi più incisivi verso il contenimento e la riduzione del riscaldamento da emissioni di CO2, c’è chi sarebbe disponibile (purché gratis) e chi da quell’orecchio non ci vuole proprio sentire. Ma questo dialogo tra sordi, muti e ciechi ci porterà a sbattere contro il muro.

In pratica: scendiamo dal tram delle buone maniere per viaggiare con numeri e fatti. Però spiegati, dettagliati e comunicati con parole chiare e oneste, oltre che comprensibili. Senza quei trucchi da photoshop che rendono l’emergenza meno… traumatica, meno – eccola lì – emergenza. Compito di cui la politica è incapace. E infatti spetta ai media (i giornali, le tv, i social) far crescere la consapevolezza che dobbiamo mettere in sicurezza il pianeta.

Non solo clima. Il Guardian si muove anche in altri ambiti: userà “fauna selvatica” invece di “biodiversità” che pochi sanno comprendere, e “popolazioni ittiche” al posto di “riserve di pesce” come se l’oceano fosse il nostro frigo. Così le persone informate potranno influenzare le scelte generali. E smettiamola di definire “scettico” chi sostiene che siccome a maggio ha fatto freddo il clima sta benone: si scriverà “negazionisti delle scienze del clima”. Non è ancora un reato… ma si avvertono anche i terrapiattisti e chi abbocca a teorie strampalate. E per far capire che “ogni giorno conta”, la testata ha aggiunto di recente l’andamento dei livelli globali di anidride carbonica alla pagina delle previsioni meteorologiche.

“Vogliamo essere scientificamente precisi, ma anche comunicare in modo chiaro ai lettori di cosa stiamo discutendo”, dice Katharine Viner, direttrice del Guardian. “L’espressione “cambiamento climatico” suona troppo passiva e delicata, mentre gli scienziati parlano di una catastrofe per l’umanità. Anche le agenzie internazionali cambiano la terminologia e usano un linguaggio più forte per descrivere una situazione che il segretario dell’Onu ha definito “una minaccia diretta all’esistenza”. Le persone hanno bisogno di ricordare che la crisi climatica va affrontata subito e non lasciata ai nostri discendenti”. Il futuro è adesso.

Stefano Tenedini
Stefano Tenedini

Contributor

Giornalista e inviato per quotidiani e periodici, esperienze di ufficio stampa e relazioni esterne nella finanza e in Confindustria. Oggi si occupa di comunicazione per grandi e piccole imprese, professionisti e start-up.

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