Robotica e AI

Intelligenza artificiale nelle imprese: può aiutare ma dobbiamo modificare i processi

17 gennaio 2019 | Scritto da Thomas Ducato

Abbiamo intervistato Alessandro Vitale, imprenditore che si occupa di Intelligenza artificiale, con cui abbiamo parlato dello sviluppo di questa tecnologia all’interno delle organizzazioni

“Il futuro è già qui, solo che non è distribuito uniformemente”. La citazione di William Gibson fotografa alla perfezione il momento che sta vivendo la diffusione dell’Intelligenza artificiale all’interno delle aziende e, più in generale, delle organizzazioni: se, da un lato, colossi come Facebook, Google e Amazon hanno costruito buona parte del loro successo sull’IA, moltissime imprese ancora non utilizzano questa tecnologia. I motivi sono molteplici e meritano una riflessione profonda, che tocca aspetti tecnologici, ma anche e soprattutto culturali e sociali.

Ne abbiamo parlato con Alessandro Vitale, imprenditore, fondatore di due aziende che si occupato di Intelligenza artificiale e membro della task force per l’Intelligenza artificiale nella pubblica amministrazione istituita dall’AGID, L’Agenzia per l’Italia digitale.

 

Partiamo da lei, come si è avvicinato al settore dell’Intelligenza artificiale?

Dopo aver lavorato per anni all’interno di grandi aziende, nel 2010 ho fondato “Optimist AI”, che si occupava di intelligenza aumentata, con algoritmi che suggeriscono ai venditori quali prodotti suggerire ai clienti. Nel 2016 a Londra, invece, è nata Conversate, una piattaforma di comprensione di linguaggio finalizzata allo sviluppo di Chatbot. Ma parallelamente a questa attività ho anche un impegno di natura sociale.

Si riferisce al lavoro con l’AGID?

Sì, l’anno scorso sono entrato nella task force per l’intelligenza artificiale nella pubblica amministrazione dell’AGID, con cui, a marzo, ho presentato un documento per l’utilizzo dell’IA nel settore pubblico. Inoltre, a dicembre ho partecipato al G7 sull’Intelligenza artificiale, che si è tenuto a Montreal, per ragionare, anche a livello sovranazionale, sullo sviluppo di questa tecnologia.
Infine, mi occupo anche di divulgazione: ho scritto un libro, “Artificial Intelligence”, pubblicato da Egea e Talent Garden, per aiutare a capire cos’è l’IA e come portarla nelle aziende: quelli di natura tecnologica sono solo alcuni degli aspetti da considerare quando si parla di Intelligenza artificiale, dobbiamo prestare attenzione anche agli impatti nel mondo delle imprese e verso le persone, per capire come sfruttarla al meglio.

Forse c’è anche un fattore legato alla mancanza di consapevolezza…

Quando si parla di Intelligenza artificiale, le persone tendono a pensare a quella che si definisce “IA generale”, quella in grado di apprendere da sola e di fare tutto e che sono abituati a vedere nei film di fantascienza. Questa non c’è e non si sa nemmeno se ci sarà mai.
L’Intelligenza artificiale che c’è oggi è quella che viene chiamata “IA ristretta”, sa risolvere solo un piccolo problema, ma lo sa fare molto bene. Un esempio è il filtro anti spam delle nostre caselle di posta elettronica. Questo tipo di IA potrebbe essere molto utile nel contesto aziendale.

Come mai, però, non è ancora così diffusa?

Inizierei a rispondere con una citazione di William Gibson: “Il futuro è già qui, solo che non è distribuito uniformemente”. Se da un lato colossi come Facebook, Google, Amazon, sono riusciti a migliorare i loro processi utilizzando l’IA, dall’altra buona parte delle imprese non la utilizzano per niente. Questo è dovuto sia alla mancanza di competenze, che appunto sono concentrate in queste grandi aziende, sia alla necessità di cambiare i processi, la cultura aziendale e le competenze. Questo richiede tempo: a livello tecnologico l’Intelligenza artificiale già oggi può essere molto utile, ora si tratta di capire come sfruttarla e trasformare le organizzazioni per coglierne i vantaggi.

Una delle sue imprese si occupa di Chatbot. Sono un buon esempio di come l’IA possa essere utilizzata anche in aziende “non tecnologiche”…

Certo. Abbiamo messo in produzione il primo Chatbot per una banca in Italia, utilizzato per aiutare i dipendenti di alcune banche che erano appena state acquisite a imparare i processi aziendali. Questo è un esempio di come si possano aiutare le persone e di come possano essere sfruttate delle operazioni straordinarie, come un’acquisizione, per introdurre nuovi processi nell’organizzazione. È stato un caso interessante di sperimentazione, in cui l’Intelligenza artificiale si è evoluta strada facendo, attraverso nuovi esempi e training: la maggior parte dei successi recente dell’IA si deve al machine learning.

Abbiamo accennato all’utilizzo dell’Intelligenza artificiale nella pubblica amministrazione, a che punto siamo?

Con la task force dell’AGID abbiamo pubblicato un libro, per fornire il quadro della situazione sullo sviluppo dell’Intelligenza artificiale e offrire alcuni spunti per l’utilizzo di questa tecnologia all’interno delle pubbliche amministrazioni. A marzo sono stati annunciati finanziamenti per 5 milioni di Euro per realizzare le prime sperimentazioni sull’utilizzo dell’IA nel settore pubblico.
Quello della task force, però, è stato un lavoro importante dal punto di vista comunicativo e simbolico perché, al tempo a livello di istituzionale non si era ancora fatto nulla in questo ambito, mentre all’estero si stava già lavorato a strategie nazionali.
Ovviamente l’AGID ha un focus sulla pubblica amministrazione, quindi le nostre attività si sono concentrate in quel settore. Fortunatamente ora si sta muovendo qualcosa anche a livello più generale, sarà importante per raggiungere il livello di altri Stati e ottenere finanziamenti europei per ricerca e sviluppo.
Il tema critico, oltre a quello delle competenze, che purtroppo sono in prevalenza all’estero, è legato ai fondi, che sono decisamente inferiori a quelli stanziati da altri Paesi. La strategia è importante, ma senza investimenti rischia di restare solo un lavoro concettuale.

Tornando allo sviluppo di questa tecnologia, quali possono essere i rischi?

Gli impatti più forti nel prossimo futuro a mio parere potrebbero essere nell’ambito della sanità e in quello dei trasporti. Per poter cogliere i vantaggi, però, abbiamo bisogno però di cambiare il sistema, a livello di leggi, processi e infrastrutture. Di chi è la colpa se la macchina sbaglia? L’uomo dovrà fidarsi in modo incondizionato dell’algoritmo o seguire comunque il suo istinto?
Dobbiamo trovare il modo per far convivere e collaborare al meglio uomo e macchina, per evitare che ci siano ricadute negative. Secondo Cosimo Accoto, filosofo della tecnologia del MIT a Boston, rischiamo di trattare gli algoritmi come dei nuovi oracoli. Non dobbiamo affidarci completamente alle macchine, se no rischiamo di non sfruttarne i vantaggi ma di subirne gli effetti.

Si sta discutendo molto anche delle questioni etiche, con l’Unione europea che ha istituito una commissione per stabilire delle linee guida. Lei che idea si è fatto?

La cosa importante è non concentrarsi esclusivamente sull’”etica degli algoritmi”, ma di porre l’attenzione anche sull’etica delle persone e delle organizzazioni. Non dobbiamo umanizzare gli algoritmi, oggi non siamo ancora a quel punto. Il vero focus deve essere sulle persone che utilizzeranno questa tecnologia, se no rischiamo di deresponsabilizzare le persone. La tecnologia ci consente di fare cose fino a qualche anno fa inimmaginabili: la domanda non è più “è possibile farlo” ma “vogliamo farlo”.

Thomas Ducato
Thomas Ducato

Direttore di Impactscool Magazine. Laureato in Editoria e giornalismo all’Università di Verona e giornalista pubblicista dal 2014, si occupa delle attività di ufficio stampa e comunicazione di Impactscool, curandone anche i contenuti, la loro diffusione e condivisione.

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