Future Society

Abbiamo bisogno di più donne nella scienza

11 febbraio 2019 | Scritto da Chiara Boni

L’11 febbraio si celebra la Giornata Internazionale delle Donne e delle Ragazze nella Scienza, istituita dalle Nazioni Unite per affrontare il divario di genere che colpisce le discipline STEM. Ne abbiamo parlato con Chiara Segrè

Secondo le Nazioni Unite, nonostante le donne ottengano il 57% dei diplomi universitari in tutto il mondo, solo il 35% della popolazione femminile si laurea nelle materie STEM, acronimo che sta per Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica. Non abbastanza, secondo l’UNESCO, per raggiungere l’obiettivo, inserito anche nell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, di una piena eguaglianza nel mondo dell’istruzione e dell’occupazione.

Sconfiggere i pregiudizi, superare gli stereotipi, sfatare miti, ma, soprattutto, accelerare il progresso dell’umanità promuovendo iniziative volte a favorire la piena parità di genere in un settore cruciale come quello scientifico: da queste esigenze è nata la Giornata Internazionale delle Donne e delle Ragazze nella Scienza, istituita nel 2015 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite proprio con l’intento di “promuovere la piena ed equa partecipazione di donne e ragazze nelle scienze, in materia di istruzione, formazione, occupazione e processi decisionali”. Perché se ricerca e innovazione sono fondamentali per affrontare le sfide del domani, è miope non valorizzare i talenti di tutti e tutte.

Ne abbiamo discusso con Chiara Segrè, biologa e dottore di ricerca in oncologia molecolare, oltre che scrittrice di libri per l’infanzia, con esperienza decennale nell’ambito della ricerca e della divulgazione scientifica; dal 2014 è Supervisore Scientifico della Fondazione Umberto Veronesi.

 

Perché è ancora importante celebrare questa giornata?

Io credo che sia necessario lavorare quotidianamente per raggiungere l’obiettivo. La Giornata Internazionale delle Donne e delle Ragazze nella Scienza è importante perché è l’occasione per parlare di un problema che ancora c’è, ovvero quello della disparità di genere in tutti i settori ma in particolare in quello della scienza. Si potrebbe pensare che in un mondo così rigoroso le persone abbiamo meno pregiudizi. Invece, la donna ancora deve faticare il doppio per avere gli stessi risultati dell’uomo a parità di bravura e di capacità. Leggevo recentemente che anche a livello di stipendi le scienziate e le ricercatrici tendono ad avere ancora compensi più bassi e soprattutto a raggiungere le posizioni apicali (quando le raggiungono) più tardi rispetto agli uomini.

Credo che ci sia un fattore culturale che va assolutamente sradicato; le donne devono essere le prime a rendersene conto e a pretendere che sia così, secondo me il cambiamento deve partire da noi.

A che punto siamo, secondo lei, con le pari opportunità nel mondo scientifico?

Secondo la mia esperienza personale, quasi l’80% delle persone nei laboratori sono donne, spesso molto giovani, ma poi nelle posizioni di rilievo ci sono quasi sempre uomini. Anche se qualcosa negli ultimi anni sta cambiando, la disparità è ancora molto grande. In realtà, credo che le donne nell’ambito della ricerca stiano facendo la parte del leone: spero che aumenti sempre di più la consapevolezza che anche nelle posizioni di prestigio dovremmo avere una maggior equità, per il bene di tutti.

Cosa possiamo fare per migliorare la situazione? E il mondo dell’istruzione, dell’università e della scuola cosa può fare?

Secondo me, l’università dovrebbe lavorare di più su se stessa e sui rapporti con le realtà esterne. Per esempio, nelle assunzioni bisognerebbe cercare di non ragionare con l’occhiale dello stereotipo. Ma in realtà ancora prima, già a partire dalla scuola primaria, bisogna dare dei modelli ai bambini e alle bambine. Per esempio, sono molto importanti i libri di testo: come Fondazione Veronesi abbiamo collaborato alla stesura di alcuni contenuti per libri di testo per le superiori che vogliono porre attenzione su questi temi. Per esempio, si fa attenzione a scienziate donne meno conosciute: ci sono tantissime donne dimenticate che andrebbero rispolverate.

Nei libri per le scuole elementari, poi, anche l’iconografia è fondamentale: magari parlando della famiglia le immagini ritraggono la mamma che stira e il papà che va al lavoro. È uno stereotipo fortissimo, che andrebbe completamente stravolto, perché abitua le femmine e i maschi che ci sono delle divisioni di genere: invece dovremmo dire tanto alle bambine quanto ai bambini che devono poter fare quello che vogliono. C’è un grande lavoro da fare anche dal punto di vista degli strumenti didattici che vengono usati nelle scuole.

È importante avere dei modelli di riferimento femminili per sottolineare che la scienza non è solo un gioco da ragazzi: c’è una figura che più di altre può ispirare le generazioni più giovani?

Forse partirei dai grandi nomi: per esempio, Fabiola Gianotti, che è arrivata a dirigere il Cern, e l’astronauta Samantha Cristoforetti.

Un’altra cosa molto importante, soprattutto per i maschi, è l’esempio che arriva dalla famiglia, dalla figura della mamma nello specifico. Benissimo i role model, ma anche a livello famigliare è importante avere figure di riferimento positive. Se i bambini e le bambine vedono che le donne attorno a loro riescono a fare carriera e si affermano, pensare che le donne sono adatte ai ruoli di leadership diventa un ragionamento spontaneo. Quindi vorrei fare un invito a tutte le donne a essere role model, e non solo nelle materie STEM ovviamente, per tutte le bambine e i bambini della propria famiglia.

Chiara Boni
Chiara Boni

Chiara Boni è Content Creator per Impactscool. Iscritta all’Ordine dei Giornalisti della Lombardia, è giornalista per la testata locale Pantheon Verona Network, per cui si occupa di intraprendenza femminile e attualità.

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