Scienza e Medicina

“Dottor Google” addio: verso sistemi di autodiagnosi certificati e validati

7 maggio 2019 | Scritto da Thomas Ducato

Abbiamo intervistato Marco Vismara, medico genetista, e Antonio Valentini, biologo, di lightScience, startup che si occupa di analisi del sangue attraverso l’utilizzo di sistemi di IoT medico

Quello tra tecnologie e medicina è un binomio ormai consolidato, che sta cambiando profondamente il mondo della salute. Una rivoluzione che, secondo l’ultimo rapporto StartUp Health Insights, ha portato addirittura a un punto di svolta con il superamento del concetto di Digital Health: parlare di “salute digitale” oggi, infatti, sembra quasi riduttivo se consideriamo il numero di ambiti coinvolti e il mercato che ruota attorno a queste soluzioni tecnologiche. Il termine più corretto, dunque, sembra essere Health Innovation: un settore in salute (sotto ogni punto di vista), in cui credono ricercatori e professionisti, ma anche imprenditori e investitori.

Autodiagnostica e accesso alle cure. Tra gli ambiti in cui si stanno concentrando maggiori energie e risorse c’è quello dell’autodiagnostica. Grazie a sensori, nanotecnologie e sistemi di IoT, Internet of Things, gli utenti hanno accesso a sistemi sempre più affidabili per monitorare il proprio stato di salute, scongiurando almeno in parte il ricorso a “Dottor Google”, con il conseguente rischio di imbattersi in fake news o diagnosi errate.
Questi dispositivi possono rappresentare un punto di svolta anche per garantire l’accesso alle cure a persone che vivono in zone remote del Pianeta, in luoghi sprovvisti di strutture sanitarie adeguate o a pazienti con problemi di mobilità.

lightScience AI. Proprio in questo contesto si inserisce lightScience.AI, startup che sta progettando un sistema portatile di analisi del sangue, da lanciare sul mercato dei dispositivi autodiagnostici.
Abbiamo intervistato i fondatori del progetto Marco Vismara, medico genetista, e Antonio Valentini, biologo, per scoprire di più su questa startup innovativa nel settore HealthCare.

 

Di cosa si occupa lightScience e come è nata?
A: In estrema sintesi lightScience si occupa di analisi del sangue attraverso l’utilizzo di sistemi di IoT medico. Il progetto è nato dalla necessità di trovare un modo per raggiungere chi ha bisogno di analisi indipendentemente dalle barriere geografiche, riducendo lo spostamento per i pazienti che hanno problemi di mobilità, o raggiungere persone che vivono in aree remote senza la necessità di appoggiarsi a una struttura ospedaliera. Con questo sistema sono le analisi ad andare dal paziente, in un’ottica di decentralizzazione.

Quando avete iniziato a pensare a questa tecnologia?
M: Il ragionamento è partito dalla fenilchetonuria, la più comune delle malattie rare di cui mi sono occupato nel corso della mia carriera. In Italia ci sono solo 12 laboratori in grado di eseguire i test di controllo, che vanno eseguiti molto spesso, fino a due volte in settimana. È facile immaginare l’impatto che ha questa cosa sulla vita dei pazienti affetti da questa patologia.
Sono già in uso delle soluzioni, per esempio tramite posta, ma non sono affatto immediate. Quando è entrato sul mercato il primo sensore spettroscopico miniaturizzato a costi contenuti, abbiamo avuto la fortuna di acquistarlo prima ancora che fosse rilasciato ufficialmente. Da qui è nato tutto.

Poi, dopo i risultati preliminari ottenuti con la fenilchetonuria, abbiamo cominciato a pensare agli impatti di questa innovazione anche in altre parti del mondo, a partire dall’Africa dove avevamo dei contatti: in Paesi dove le condizioni sono diverse e le distanze da percorrere per avere accesso alle cure estremamente più grandi, questo tipo di tecnologia poteva essere importante anche per patologie più comuni, come per le malattie infettive.

Nello sviluppo dell’idea, dunque, siete partiti da un’esigenza concreta?
M: Possiamo dire che è stato un processo “bottom up”, nel senso che siamo partiti da una necessità che abbiamo toccato con mano durante un’esperienza diretta. In particolare, io lavoravo in uno dei 12 centri italiani che si occupano del test di controllo per la fenilchetonuria, quindi nel mio lavoro quotidiano ho più volte toccato con mano la necessità di decentralizzare il processo. Antonio è un biologo e lavora nei laboratori di analisi, quindi entrambi sappiamo gli impatti che questa innovazione può portare nella vita delle persone.

Quali?
A: Gli impatti, se riusciremmo a diffondere questo sistema su larga scala, saranno enormi e non toccheranno solo la vita dei pazienti e dei loro famigliari, che comunque potranno risparmiare molto tempo da impiegare per lavoro o questioni personali.
Saranno anche di natura ambientale, perché rispetto al classico laboratorio di analisi si riducono gli sprechi, la produzione di rifiuti speciali, di reagenti utilizzati per le analisi classiche. Anche se in modo secondario ci sarebbe una riduzione di emissioni di CO2, legata all’eliminazione degli spostamenti per raggiungere i laboratori.
Dall’altra, la diffusione del nostro e di tutti gli altri dispositivi autodiagnostici porterà a un aumento della disponibilità dei dati: questo richiederà la creazione e l’utilizzo di strumenti nuovi e infrastrutture. Questo, però vale un po’ per tutta la sfera della telemedicina, che avrà un impatto potenzialmente immenso.

E dal punto di vista etico?
M: La consulta nazionale di bioetica italiana si è espressa nel 2016 proprio su big data e comunicazione, soprattutto in ambito sanitario. Per noi è stato importante sentire che c’era un interesse della comunità scientifica per questi temi. Noi ci siamo impegnati da subito, non solo per rispettare la legge in senso stretto, ma anche sviluppare tutti i nostri prodotti tenendo in considerazione linee guida bioetiche nazionali ed estere che crediamo siano fondamentali per lo sviluppo futuro del settore.
Anche perché abbiamo a che fare con dati decisamente sensibili, che non sempre vengono trattati come dovrebbero. Privacy e diritti, come principio di trasparenza e una governance aperta e dichiarata sulla gestione dei dati, sono aspetti a cui teniamo molto e vogliamo essere parte proattiva nella costruzione del nuovo ecosistema.

Come immaginate il ruolo del medico in questo contesto?
A: Rispetto ad altri prodotti autodiagnostici presenti sul mercato, il nostro è leggermente diverso: il paziente otterrà risultati e analisi approvati e validati da personale sanitario. La differenza è che i dati da analizzare non passeranno da un laboratorio all’altro ma in un cloud. Il professionista non sarà presente fisicamente a guardare i dati su un foglio di carta, ma sarà davanti a un monitor: il suo ruolo e il suo compito, però, non cambieranno. Potremmo quindi definire il nostro sistema più tele-diagnostica che auto-diagnostica.

 Quindi, nel dettaglio, come funziona il sistema?
M: L’idea è quella di aggiungere uno strato di astrazione sulle analisi del sangue, con la digitalizzazione precoce del campione. Può sembrare un concetto complesso ma in realtà è piuttosto semplice: vogliamo che la persona possa prelevare il sangue in autonomia usando tecniche semplificate, come la puntura del dito già diffusa per la misurazione dell’insulina nei diabetici. A partire da questo campione avviene subito la digitalizzazione, grazie a dei sensori IoT. Una volta digitalizzato il percorso dei dati in realtà resta lo stesso del laboratorio analisi classico: si mantiene la stessa filiera e, quindi, la stessa qualità, ma tutto si sposta su un cloud. La filosofia alla base di tutto è che si può fare innovazione anche a partire da concetti e meccanismi “vecchi”, rimessi insieme in modo nuovo. Ma è importante partire da basi solide piuttosto che cavalcare l’hype tecnologico.

Quali tecnologie utilizzate?
M: Quelle che utilizziamo sono tutte tecnologie assodate: spettrometria, chemiometria, supporti per depositare il campione si usano dagli anni ’60, cloud.  È vero che gli spettroscopi che utilizziamo sono super miniaturizzati, che i cloud moderni hanno una potenza computazionale fino a poco tempo fa inimmaginabile, ma si tratta di tecnologie che ci danno ampie garanzie.

Abbiamo solo accennato alla questione della privacy. Come saranno gestiti i dati?
A: Ovviamente raccoglieremo dei dati e si tratta di informazioni particolarmente sensibili: oltre ai dati anagrafici si ha accesso a campioni biologici della persona. È estremamente importante, dunque, che ci sia serietà e trasparenza nel trattamento dei dati, è una delle nuove grandi sfide dello sviluppo tecnologico.
Il nostro background ci ha portato ad affrontare questo tema con la massima attenzione e serietà: crediamo molto al segreto professionale e all’alleanza che si deve creare tra il paziente e chi presta i servizi di cura. Il paziente è e deve essere padrone dei suoi dati, noi siamo dei custodi.

Oggi a che punto siete con lo sviluppo?
M: Abbiamo fatto esperimenti preliminari e studi di fattibilità, raggiungendo risultati positivi, e ottenuto il primo brevetto, che ci è stato concesso da pochi mesi.
Il nostro è un modello modulare: siamo partiti dalla fenilchetonuria ma abbiamo l’idea di iniziare nuovi moduli, ognuno con una sua filiera.
In futuro il progetto è di costruire attorno all’analisi dei dati una piattaforma completa, che può essere via via implementata. Per esempio, potremo offrire, oltre all’analisi, anche dei veri e propri consulti medici in telemedicina: quando c’è un valore sballato vorremmo offrire l’opportunità di avere un consulto con uno specialista, superando quindi il consulto informale, via mail o addirittura WhatsApp, che si sta sviluppando.
Prima però dobbiamo certificare il nostro progetto e avere tutti gli accreditamenti necessari. Sarà un processo lungo ma necessario.

 Quindi quando pensate possa essere disponibile?
A: Contiamo di mettere in commercio il sistema per le prime analisi nel 2021: ci teniamo a presentare da subito una versione ufficiale e testata, in tema di salute non si scherza e una versione beta non è ammissibile.

Qual è la situazione dell’innovazione del settore Health Care? Quali saranno le tecnologie destinate a cambiare maggiormente questo settore nel prossimo futuro?
A: La vera sfida sarà quella di uniformare i dati, trovare un formato che renda le cartelle cliniche digitali valide e leggibili ovunque.

M: Credo che servirà presto un lavoro dal punto di vista normativo perché la diffusione di queste tecnologie ci imporrà un aggiornamento da questo punto di vista. Sono tante le tecnologie in campo e credo davvero che cambieranno non solo il settore della salute ma, più in generale, il mondo in cui viviamo.

Thomas Ducato
Thomas Ducato

Direttore di Impactscool Magazine. Laureato in Editoria e giornalismo all’Università di Verona e giornalista pubblicista dal 2014, si occupa delle attività di ufficio stampa e comunicazione di Impactscool, curandone anche i contenuti, la loro diffusione e condivisione.

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